Una conferenza stampa di 55 minuti a cuore aperto. Alberto Contador ha raccontato la sua verità ai tanti giornalisti accorsi a Pinto, paese a sud di Madrid dove il ciclista vive.
Una verità che l'atleta ha espresso con decisione e fermezza, non potendo tuttavia nascondere la tensione e la stanchezza per una due giorni che difficilmente dimenticherà. Alberto Contador si è proclamato innocente, totalmente estraneo all'accusa di doping che ha spinto il Tribunale dello Sport a squalificarlo per due anni, assegnando a tavolino la vittoria del Tour de France 2010 ad Andy Schleck e quella del Giro d'Italia 2011 a Michele Scarponi.
"Provo tantissima delusione in questo momento, tutti i miei sogni si sono frantumati, moralmente sono a pezzi. Posso però dire di non essermi mai dopato. Rifiuto totalmente la sentenza che è stata pronunciata ieri. In questo anno e mezzo non c'è stata una sola mattina in cui non mi sia alzato a testa alta. Mi dispiace per tutto quello che i miei famigliari stanno sopportando".
Contador ha quindi chiarito nel dettaglio la sua posizione di estraneità all'accusa di doping da clenbuterolo: "E' stata trovata una quantità infima nel mio corpo, e l'unico modo in cui può esserci entrata è una contaminazione da cibo. Potrebbe essere stato un integratore alimentare, eppure mi è stato dato il massimo della pena".
Il campione spagnolo ha però tirato fuori la grinta che lo ha sempre contraddistinto, promettendo di non mollare: "Non auguro a nessuno di passare quello che sto passando io, ma posso promettere che non mollerò mai, continuerò ad allenarmi in modo pulito come ho sempre fatto, anche se mi preoccupa come il mio corpo potrà reagire a tutto questo stress".
Contador e i suoi legali intanto valuteranno se fare o meno ricorso alla giustizia ordinaria: "Io e miei avvocati stiamo prendendo in considerazione l'ipotesi, perchè l'intenzione è quella di dimostrare fino in fondo la mia innocenza. Non mi sono mai dopato, e la cosa curiosa è che questo è scritto anche sulla sentenza. Quel che è certo è che non è ammissibile che i tempi della giustizia sportiva siano così lunghi".