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Addio Beccalossi, mancino di Dio: le sigarette, la lite con Bearzot, quei due rigori diventati commedia e il sogno Napoli sfumato

Muore a neanche 70 anni l'ex fantasista nerazzurro, nel gennaio 2025 aveva avuto un'emorragia cerebrale ed era rimasto a lungo in coma

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Fabrizio Piccolo

Fabrizio Piccolo

Giornalista

Nella sua carriera ha seguito numerose manifestazioni sportive e collaborato con agenzie e testate. Esperienza, competenza, conoscenza e memoria storica. Si occupa prevalentemente di calcio

Addio Beccalossi, mancino di Dio: le sigarette, la lite con Bearzot, quei due rigori diventati commedia e il sogno Napoli sfumato Ansa

Non ha fatto a tempo a soffiare sulle 70 candeline Evaristo Beccalossi: l’ex mancino dell’Inter – che avrebbe festeggiato il compleanno il prossimo 12 maggio – è morto nella notte alla Poliambulanza di Brescia, dove era ricoverato da tempo. Un’emorragia cerebrale l’aveva colpito nel gennaio 2025, si era svegliato dopo un lungo periodo di coma ed aveva iniziato un lento recupero, tra l’affetto della famiglia e degli ex compagni, da Altobelli a Baresi, che gli sono sempre stati vicini ma le sue condizioni ultimamente sono peggiorate e questa notte il suo cuore ha cessato di battere.

La grande paura, il risveglio e l’illusione

Tutto è cominciato il 9 gennaio quando un amico che doveva accompagnarlo a Pavia si reca a sua e lo trova in evidente stato confusionale. Da lì la corsa all’ospedale Fondazione Poliambulanza di Brescia e la tac che evidenzia un’emorragia cerebrale. Eppure in quelle ore Beccalossi sembra il solito, scherza con la moglie e pure con i dottori. Pochi giorni dopo, però, la situazione precipita fino al come e al ricovero in terapia intensiva. Il dramma è nelle parole dei medici riportate dalla moglie: “Non sappiamo se arriva a domani“. E invece dopo 47 giorni finalmente il risveglio. Lui appena sveglio disse: “Voglio tornare a lavorare”. Riusciva a guardare le partite dell’Inter sul telefono e stava affrontando la riabilitazione con il sostegno della famiglia, poi la nuova crisi, che gli è risultata fatale.

Da Brescia all’Inter, una carriera da applausi

Da ragazzino si era messo in mostra all’oratorio di San Paolo a Brescia dove segnava gol a grappoli. Passò poi alla Scuola Calcio Bettinzoli: (“Quando vidi per la prima volta il campo a 11, mi sembrò enorme”), quindi al Brescia dove ci fu il boom. Lo prese l’Inter dove giocò dal 1978 all’84 con 156 presenze. Divenne una leggenda, formando con Altobelli una coppia da sogno. Quando lasciò l’Inter, e non tutti lo sanno, stava per andare al Napoli. Lo aveva chiamato il ds Juliano, era tutto fatto quando gli azzurri decisero di puntare su Maradona. La 10 del Napoli andò a Diego, Beccalossi virò in un’altra città di mare, a Genova dove fece l’ultimo anno importante prima di chiudere con Monza e Brescia ad alti livelli ed infine con Barletta e Pordenone.

I gol e gli errori indimenticabili

Dei suoi 31 gol con la maglia dell’Inter restano nella memoria i due segnati nel 1979, sotto la pioggia, nel derby Milan-Inter (di destro, suo piede debole) a Ricky Albertosi. La leggenda vuole che avesse detto: “Sono Evaristo, scusate se insisto” ma quella frase in realtà la coniò per lui Beppe Viola. L’altro lato della carriera furono due rigori sbagliati in 8 minuti. Accadde nel 1981, durante un Inter-Slovan Bratislava in Coppa delle Coppe. I nerazzurri vinsero 2-0 (gol di Altobelli e Sabato), ma la partita viene ancora ricordata per i due rigori sbagliati da Evaristo Beccalossi, in uno stadio incredulo. Una storia che è diventata famosa anche grazie al monologo di Paolo Rossi, inserito nello spettacolo «Su la testa»: «Tirai il primo e sbagliai. Venivo da 12 o 13 rigori segnati, possibile? Il secondo no, non volevo tirarlo – spiegò lui – Mi convinse Oriali, uno che parlava poco ma era il vero leader della squadra. Sbagliai di nuovo. Paolo Rossi, a un certo punto, dice che io guardai tutto lo stadio negli occhi e tutto lo stadio guardò me. Come se lo stadio fosse una persona vera, come se sessanta, settantamila tifosi avessero in quel momento due occhi soltanto e guardassero solo me. Aveva ragione. Ecco, quando parlo di emozioni, ricordi, nostalgia, penso a San Siro che mi guarda e mi dice: vai Evaristo, dribbla tutti e segna un gol. Da brividi».

La genialità di Evaristo

Portava i capelli lunghi per proteggersi (“come fossero uno scudo o una corazza, anche se non mi piacevano perché somigliavo a Branduardi e Cocciante”), fumava un pacchetto di sigarette al giorno e lo sapevano tutti e con orgoglio riconosceva di essere ingestibile. Il 10 che gli diedero all’Inter all’inizio gli fece paura (“Pensai a Mazzola, Suarez, Corso. Cosa c’entravo io con loro? La Gazzetta fece un inserto, ce l’ho ancora a casa: in copertina io e Platini, il mancino e il destro. Cosa c’entravo io con Michel?”) poi divenne la sua sceonda pelle. Si diceva anche che non passava mai la palla da giovane ed anche questo era vero: “No, no, per carità! Se ce l’hai perché dovresti darla via ? E’ tutto lì il divertimento… Non mi passava neanche per la testa. Per questo tra i dodici e i quindici anni sono stato la riserva di tutti. Però nessuno mi cacciava, perché poi entravo e risolvevo la partita. o avevo un rapporto confidenziale con il pallone, ci davamo del tu e trascorrevamo molto tempo insieme. Di correre non avevo nessuna voglia, mi sembrava superfluo. Poi mi hanno spiegato che bisognava adattarsi a delle cose chiamate schemi tattici. A me piaceva il pallone, giocarci, accarezzarlo”.

Beccalossi e la Nazionale

Il vero rimpianto della sua carriera è stata la Nazionale. Mezza Italia lo voleva in azzurro, specie prima del Mundial dell’82: «In quel periodo giocavo da Dio, stavo bene, incendiavo le folle». Ma Bearzot lo lasciò fuori: «L’avrei ammazzato, Bearzot. Poi l’ ho capito: se mi convocava, l’opinione pubblica avrebbe spinto perché giocassi titolare. Il c.t. aveva il suo gruppo, non poteva permettersi altri casini, poi io non ero proprio il suo tipo di giocatore. E sono talmente sfigato che tutti sanno come andò a finire: l’Italia vinse il Mundial e io, che non vedevo l’ora di dirgliene quattro, a Bearzot, zitto e a casa»

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