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Aleandro Falciglia, l'attore coi guantoni e i suoi Mondiali: “La nostra speranza è Ancelotti..."

I Mondiali secondo Aleandro Falciglia giovane attore popolare per "Notte prima degli esami 3.0", tifosissimo della Roma e ottimo portiere

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Pietro Cerniglia

Pietro Cerniglia

Web Editor

Con un percorso accademico in Comunicazione, ha scritto di cinema, tv, libri e musica. Ha curato prefazioni e capitoli editoriali, collabora con testate nazionali e gestisce il database di un sito dedicato al cinema.

Aleandro Falciglia, reduce dal successo del film Notte prima degli esami 3.0, appartiene a quella generazione che non ama stare dentro una sola definizione. Giovane attore, energia in movimento e presenza che arriva prima delle parole, porta sul set qualcosa che nasce lontano dai riflettori. Prima di entrare nelle storie da interpretare, infatti, ha passato tempo tra pali, guanti e traversa: il ruolo del portiere, professionista. E forse non è un caso. Perché chi difende una porta impara presto a leggere il tempo, intuire traiettorie e farsi trovare pronto quando la partita cambia ritmo.

Qual è il primo Mondiale che ti ricordi davvero?
“Il primo Mondiale che ricordo davvero è quello del 2006 in Germania. Avevo sei anni e, anche se non conservo tantissimi ricordi nitidi della mia infanzia, ce ne sono due legati a quell’estate che mi sono rimasti impressi. Il primo è la semifinale Italia-Germania, nello specifico i tempi supplementari quando Cannavaro respinge la palla due volte di testa e poi parte in progressione offensiva facendo nascere il contropiede che porta al gol di Del Piero. Credo sia ancora oggi una delle azioni che amo di più in assoluto tra tutte quelle che ho visto in questi anni di calcio. Il secondo ricordo riguarda invece la finale contro i francesi. Ero in giardino a casa con amici di famiglia; mentre gli adulti guardavano la partita io giocavo con un altro bambino della mia età. Ricordo perfettamente la felicità di quella serata, la tensione della partita, l’atmosfera estiva e persino una cotoletta buonissima che stavamo mangiando. Non so perché mi sia rimasto impresso proprio questo dettaglio culinario, evidentemente avevo tanta voglia di cotoletta (ride, ndr)!”.

Come guardi le partite? Con passione, con distacco, con partecipazione…
“Partiamo da un presupposto: per me il calcio è una cosa seria. Sono tifoso della Roma e ovviamente della Nazionale e il momento della partita è quasi un rituale. Succede sia quando guardo le partite sia quando scendo in campo io; ogni gesto, ogni posizione, perfino ogni indumento che indosso ha un significato preciso. Io non vivo il calcio come semplice intrattenimento sportivo, io le partite le sento davvero. Con il tempo ho imparato a gestire meglio questa componente emotiva, perché in passato i risultati negativi li vivevo molto male. Oggi riesco ad avere un equilibrio diverso, ma non vorrei mai perdere questo mio lato quasi spirituale del calcio, perché credo sia parte della bellezza di questo sport. Sicuramente preferisco vivere le partite in gruppo. Non solo con amici, infatti, spesso vado anche nei pub da solo, in mezzo a persone che non conosco, per provare quella sensazione unica per cui, per 90 minuti, degli sconosciuti diventano quasi fratelli grazie a una partita. Poi arriva il triplice fischio e tutto finisce, ma quell’energia resta. E allo stadio ancora di più… ma quella è un’altra storia”.

C’è un giocatore dei Mondiali che ti è rimasto addosso anche se non tifavi per lui?
“Ho già detto di essere tifoso della Roma e, quindi, per molti questa risposta potrà sembrare scontata, ma la storia sportiva che mi ha sempre colpito di più è quella di Francesco Totti nel 2006. Mi impressiona pensare ai tempi con cui riuscì a recuperare dall’infortunio per poi diventare protagonista assoluto di quella straordinaria cavalcata vincente ai Mondiali, nonostante le 13 viti nella gamba. È qualcosa che, ancora oggi, ha davvero dell’incredibile. Credo che in questa storia abbia avuto un ruolo fondamentale anche Marcello Lippi. Fin dal giorno dell’operazione è stato uno dei pochi a credere realmente nella possibilità di un recupero così rapido. Molti lo consideravano impossibile, e probabilmente dal punto di vista medico rappresentava anche un grande rischio, ma Lippi non ha mai smesso di spingere Totti a credere in sé stesso e ad affrontare una riabilitazione fatta di sacrifici e allenamenti estenuanti. Per questo considero quella vicenda un esempio bellissimo di come, anche nelle situazioni più difficili, la passione, il sacrificio e il duro lavoro possano portare a risultati persino superiori agli obiettivi iniziali. Il messaggio che mi lascia è semplice, non arrendersi mai, soprattutto quando si crede davvero in qualcosa”.

Quest’anno l’Italia non c’è. Quindi per chi farai il tifo?
“Parto dicendo che sono davvero stufo di ‘essere adottato’ da qualcun altro durante i Mondiali. Ancora oggi, a distanza di settimane, faccio fatica a realizzare che la nostra Nazionale abbia mancato la qualificazione per la terza volta consecutiva! Dodici anni senza Italia al Mondiale sono qualcosa di difficile da accettare per chi ama il calcio. Davvero senza parole ma proverò a vivere il torneo da appassionato quale sono. Dopo questo piccolo sfogo rispondo alla sua domanda. Non avendo l’Italia da sostenere, le mie simpatie saranno divise tra Argentina e Brasile. Per quanto riguarda l’Argentina, pur non essendoci mai stato, ho sempre avuto un forte fascino per questo Paese. Negli anni ho approfondito diversi aspetti della sua cultura e ho sempre percepito una grande somiglianza con noi italiani, anche considerando la forte presenza di cittadini di origine italiana. Inoltre, ho diversi amici argentini e li considero persone calorose, accoglienti e incredibilmente passionali, soprattutto quando si parla di calcio. Credo che le tifoserie argentine siano tra le più spettacolari al mondo, lì il calcio viene vissuto in modo totalizzante, quasi viscerale. Non è un caso, secondo me, che i due più grandi giocatori della storia del calcio, Maradona e Messi, siano argentini. L’altra nazionale che seguirò con piacere sarà il Brasile, un’altra terra dove il calcio è parte della vita quotidiana. La Seleção mi ha sempre affascinato per il suo stile e la sua storia, ma quest’anno ci sarà anche un motivo in più per tifarla, ovvero, la presenza in panchina di Carlo Ancelotti. Spero che almeno lui riesca, in qualche modo, a portare un po’ d’Italia fino in fondo al torneo”.

Qual è la cosa più assurda che fai durante un Mondiale?
“Probabilmente la cosa più irrazionale che abbia mai fatto durante un Mondiale è stata suonare continuamente una vuvuzela durante il Mondiale del 2010 in Sudafrica. L’avevo comprata in un supermercato, tutta tricolore, ed ero convinto che usarla per tutta la partita potesse portare fortuna all’Italia. Purtroppo, però, non ha funzionato…siamo usciti ai gironi, nonostante fossimo i campioni in carica! La cosa divertente è che aveva un suono davvero terribile. Ricordo ancora oggi la disperazione della mia famiglia, costretta ad ascoltare quella trombetta per novanta minuti ogni volta. Però, nel bene e nel male, è uno di quei ricordi che oggi mi fa sorridere e che racconta perfettamente quanto il calcio riesca a coinvolgermi emotivamente”.

Se potessi vivere dal vivo un solo momento della storia dei Mondiali, quale sceglieresti?
“I momenti iconici nella storia dei Mondiali sono davvero tanti, ma se dovessi sceglierne uno probabilmente direi Italia-Brasile del Mondiale di Spagna 1982. Per ragioni anagrafiche sono molto lontano da quel periodo, ma qualche anno fa ho avuto modo di rivivere quel Mondiale attraverso uno speciale televisivo di approfondimento e ne sono rimasto affascinato. Credo che quella Nazionale sia la più amata e iconica dell’immaginario collettivo italiano e la sfida contro il Brasile rappresenta forse il momento più leggendario di quel percorso. Il Brasile era considerato la grande favorita per la vittoria finale, una squadra straordinaria, piena di talento e spettacolo. Proprio per questo l’impresa dell’Italia ha assunto un valore ancora più epico. Sarebbe bellissimo poter fare un viaggio nel tempo e ritrovarsi a Barcellona, in mezzo a quell’atmosfera incredibile, per vivere dal vivo una delle pagine più memorabili della storia del calcio italiano”.

Se i Mondiali fossero un film, che tipo di finale di piacerebbe di più?
“Più che una finale ‘perfetta’, mi piacerebbe assistere a una storia che lasci qualcosa anche dopo l’ultimo fischio. Quelle storie che, a distanza di anni, continui a raccontare perché ti hanno fatto emozionare davvero, magari una favola sportiva; queste sono molto affascinanti perché, in un mondo in cui il business fa da padrone, nel calcio, ancora oggi, certe imprese possono nascere soprattutto dalla fame, dal coraggio e dalla capacità di crederci fino in fondo. Allo stesso tempo, sarebbe interessante anche vedere ‘l’ultima danza’ di qualche grande campione, uno di quei giocatori che hanno segnato un’epoca e che magari, all’ultimo Mondiale della carriera, riescono a regalarsi un finale memorabile. Sono quelle storie che rendono il calcio qualcosa di più di un semplice sport”.

Aleandro Falciglia, l'attore coi guantoni e i suoi Mondiali: “La nostra speranza è Ancelotti..." Ufficio stampa

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