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Che fine ha fatto Zebina, ribelle alla Roma e alla Juve

Il difensore francese non è mai stato ruffiano con i tifosi

Troppo multietnico per diventare bandiera. Jonathan Zebina aveva nel Dna il professionismo e la coscienza di sé. Anche il rispetto, al punto da non piegarsi mai alle dittature degli ultrà anche se erano i tuoi stessi tifosi. Il difensore nasce a Parigi nel 1978 da madre francese e padre caraibico, pratica tanti sport (tra cui judo e tennis) e ama il cinema e la musica. Il suo sogno era diventare suonatore di sax ma il calcio è una passione ancor più grande, che lo porta a scegliere la strada dei campi in erba. Da quelli di Cannes, dove debutta in Ligue1 a 18 anni, a quelli di Cagliari dove si impone in serie A. Forte fisicamente e dotato di ottimo tempismo, Zebina gioca sia da centrale che da terzino destro, suscitando l’apprezzamento di tanti e in particolare di Capello che lo vuole alla Roma.

SCUDETTO E CRITICHE – E’ in giallorosso che entra nella storia perché è protagonista dello scudetto (e della Supercoppa italiana) In tre stagioni romaniste segna un solo gol: contro la Juve, che nel 2004 diventa la sua nuova squadra. In bianconero ci va perché lo vuole ancora Capello, il suo mentore, e ci va a costo zero, essendo giunto a fine contratto. Per i tifosi romanisti, che lo hanno spesso contestato, è la goccia che fa traboccare il vaso. Diventa un traditore. Lui dirà: «Da questo punto di vista non è filato sempre tutto liscio. Molti calciatori cercano di ingraziarsi i tifosi con atteggiamenti particolarmente calorosi in campo, e per questo diventano idoli della curva. Non ho mai cercato di piacere per forza a qualcuno. E comunque mi rendo conto che al pubblico non piaccio particolarmente. Perché non sono ruffiano. E perché non mi piace far cose che non ho voglia di fare. Nella vita a volte bisogna sacrificare il proprio io ed essere diplomatici, ma sul campo non posso fingere. So che bisognerebbe salutare i tifosi a fine partita, ma se loro nei miei confronti si sono comportati male sotto la curva non ci vado. La tensione, però, è stata alimentata dai media. La pallina da tennis si è trasformata in una gigantesca palla di neve».

LUI E MOGGI – Anche a Torino vince (sul campo, perché poi ci sarà Calciopoli) ed anche a Torino non ha feeling con i tifosi. Tante, troppe incomprensioni (compresa qualche mezza rissa e un tentativo di aggressione da parte di un ultrà prima di una partita) ma la rottura è anche con il club. Veste la maglia della Juve fino al 2010, quando opta per la risoluzione consensuale del contratto. Parlando al Corriere dello Sport Moggi ricordava i forti rimproveri: “Ne ricordo uno a Zebina. Dopo quattro mesi che stava alla Juve, infortunato, mi chiese un prolungamento di contratto e un aumento di stipendio, parlando male di Capello. L’avreste dovuto vedere come se ne andava correndo dalle scale”. Una lezione che in futuro Zebina apprezzò, forse quando era troppo tardi, ammettendo: «Alla Juventus conta di più la mentalità dei soldi. Ho visto grandi giocatori eccedere, ma in questi casi si veniva subito richiamati all’ordine e se non imparavi la lezione venivi messo sul mercato. Questa è la cultura dei grandi club». Appassionato di arte, nel 2006 apre una galleria d’arte a Milano: «Ho deciso dopo una serie di eventi e di incontri. La scelta è stata un caso: passeggiando per Brera ho trovato un posto molto buio in Via Fiori Chiari, con un arredo particolare in stile anni Sessanta: ma da subito ho visto la luce, un potenziale straordinario. E a fianco la lapide che ricorda che lì è vissuto Piero Manzoni, uno dei più grandi artisti italiani del scorso secolo». E quella dell’arte sarà lo sbocco dopo la fine della carriera anche se qualche incidente di percorso l’ha avuto, come i problemi col fisco due anni fa.

SPORTEVAI | 05-07-2019 13:25

Che fine ha fatto Zebina, ribelle alla Roma e alla Juve Fonte: Ansa

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