E’ più bravo chi vince con una grande squadra o chi centra l’obiettivo superando mille difficoltà? Chi dà spettacolo in provincia e bastona le big, scivolando talvolta con le piccole, o chi riesce a dare continuità di risultati anche con una rosa falcidiata da infortuni? A cinque giornate dalla fine del campionato emergono già elementi per ipotizzare una Panchina d’oro virtuale per questa stagione. Mancano ancora i verdetti finali, pertanto bisogna aspettare ancora ma alcuni punti restano basilari.
- L'impresa di Chivu
- Il caso Fabregas
- La rivoluzione di Spalletti
- Gli alti e bassi di Conte
- Gli sforzi di De Rossi, Grosso e Allegri
L’impresa di Chivu
Veni (dalla provincia), Vidi (una squadra da ricostruire dopo la manita in finale di Champions e con la carta di identità ingiallita), vici (manca poco almeno). Christian Chivu è partito all’Inter da stagista e sta chiudendo da professore: uno scudetto in tasca, il double ancora possibile dopo la remuntada di ieri col Como: l’unica macchia resta la precoce eliminazione in Champions per mano di un club, il Bodo, non di prima fascia ma i suoi meriti restano. Ha rivitalizzato giocatori come Zielinski, ha contribuito al boom di Pio Esposito, ha proposto un calcio più verticale e divertente di quello di Inzaghi. Il buio solo dopo il caso-Bastoni, quando – sia a livello comunicativo che di scelte di formazione – ha inanellato gaffe e flop di fila ma si è ripreso nel momento decisivo della stagione.
Il caso Fabregas
Il più amato e al tempo stesso il pù odiato è Fabregas: i suoi colleghi lo rimproverano per la sfrontatezza da parvenu e un po’ lo invidiano per come viene accontentato sul mercato dalla ricca proprietà, per qualcuno il gioco del Como è il più spettacolare di un campionato povero di idee e di campioni, per altri è un monocorde possesso palla aspettando le intuizioni geniali di Nico Paz.
La rivoluzione di Spalletti
Arrivato alla Juventus dopo le disavventure di Tudor (e prima ancora di Thiago Motta) e dopo il fallimento con la Nazionale, Spalletti ha rivoltato Madama come un calzino. Tatticamente, nelle scelte, nei ruoli dei giocatori, nella mentalità e nello spettacolo. Quella di oggi è una Juve che piace ma che soprattutto vince: la Champions è a portata di mano e stando alle premesse siamo solo all’inizio. Non era facile ricostruire tutto dopo un mercato sostanzialmente fatto male, incompleto e con troppi flop nonostante investimenti importanti ed il merito della rinascita bianconera è quasi tutto dell’allenatore di Certaldo.
Gli alti e bassi di Conte
Chi ci terrebbe a essere inserito nella lista è Antonio Conte, che non da oggi ha l’impressione che il suo lavoro sia sottostimato. Già l’anno scorso era convinto di aver realizzato un Miracolo con la M maiuscola vincendo lo scudetto dopo aver perso Kvara a gennaio ma quest’anno forse pensa di aver fatto meglio. Nonostante l’eliminazione in Champions il tecnico leccese è convinto di aver realizzato un’impresa a tenere il Napoli lassù (è ancora secondo) dopo l’impressionante caterva di infortuni e un mercato con qualche flop (Lucca, Lang, Beukema ecc).
Gli sforzi di De Rossi, Grosso e Allegri
In una stagione in cui a deludere sono stati soprattutto Pioli, subito esonerato a Firenze, Juric, allontanato presto dall’Atalanta, e Gilardino – che ha deluso a Genova – spicca il lavoro anche di altri allenatori. De Rossi ha ridato garra e anima al Grifone, Allegri sta facendo le nozze della Champions con fichi mezzi secchi: tolti Rabiot e Modric i nuovi arrivi hanno fallito tutti, da Nkunku a Fullkrug, e troppi senatori hanno reso molto meno delle attese, come Leao Pulisic. Infine c’è Grosso: il suo Sassuolo è finora una delle rivelazioni della stagione e l’ex terzino campione del Mondo del 2006 sta facendo già meglio di De Zerbi al primo anno in rossoverde.
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