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Conte e l’insostenibile pesantezza di un vincente tormentato: dove andrà e cosa lascia a Napoli

Il tecnico leccese non si smentisce: non resiste a lungo in nessun club, lo scenario sul suo futuro e la verità sull'addio agli azzurri

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Fabrizio Piccolo

Fabrizio Piccolo

Giornalista

Nella sua carriera ha seguito numerose manifestazioni sportive e collaborato con agenzie e testate. Esperienza, competenza, conoscenza e memoria storica. Si occupa prevalentemente di calcio

Di quel vecchio motto juventino, “Vincere è l’unica cosa che conta”, è rimasto l’ultimo tedoforo da quando i bianconeri non vincono più. Per Antonio Conte mezze misure non esistono: o si vince o è fallimento. I secondi sono solo i primi dei perdenti e via sloganeggiando. Ora che anche Napoli è entrata nel suo passato, con il divorzio consensuale, si aprono nuovi scenari e vecchi interrogativi per il tecnico leccese.

La solitudine del numero 1, l’ossessione di un vincente tormentato: sono tutte espressioni che fotografano bene il personaggio. Conte non fa sconti a nessuno perché nessuno ha mai fatto sconti a lui. Da centrocampista tutto corsa e sudore le sue vittorie sul campo da giocatore se l’è guadagnate col sacrificio. in bianconero ha vinto cinque scudetti, la Coppa UEFA 1992-1993, la Champions League 1995-1996 e la Coppa Intertoto 1999. Con la nazionale italiana è stato vicecampione del mondo nel 1994 e virtualmente vice-campione d’Europa nel 2000. Si ruppe all’esordio contro la Turchia ma rimase in ritiro con gli azzurri di Zoff in stampelle e con la gamba ingessata. Ecco (anche) chi è Conte. Uno che sputa l’anima per la squadra ma vuole che la squadra sputi tutto per seguirlo. Vietate distrazioni. Anche se stai vincendo 3-0 a 5 minuti dalla fine.

La chiave per capire l’uomo-Conte

“La storia la scrive chi vince, chi arriva secondo può solo leggerla. Nessuno si ricorderebbe tra 2-3 anni della nostra impresa in questa stagione se non vincessimo, ma in caso contrario resterebbe sugli almanacchi per sempre”. Il manifesto di Antonio Conte è tutto qui, nella frase-cult recitata ieri nel ventre del via del Mare due anni fa, quand’era a un passo dallo scudetto poi vinto in azzurro: “L’esperienza mi dice che ho vinto scudetti ma anche persi all’ultima giornata. Se perdi brucia, ma per parecchio tempo. Così come se vinci te la porti dietro per sempre”.
Eccola una delle chiavi per capire il tormento perenne di Conte: “L’esperienza mi ha insegnato tanto. Ho vinto ma ho perso tanto. Le sconfitte mi hanno segnato di più e mi hanno fatto diventare cattivo. Quando perdi il dolore brucia sulla pelle e lo porti per tanto tempo”.

In carriera Conte ha vinto 5 scudetti da giocatore con la Juventus e 5 da tecnico (3 alla Juve, 1 all’Inter e 1 al Chelsea) ma è a due annate in particolare che si riferiva quando parlava di esperienze brucianti. Quella dolorosa fu il 14 maggio 2000: la sua Juventus era prima quando annegò nella pioggia di Perugia, con l’arbitro Collina che sospese la partita per oltre un’ora e la fece riprendere con il campo ai limiti della praticabilità. Un gol di Calori condannò i bianconeri mentre all’Olimpico la Lazio, battendo 3-0 la Reggina, si laureò a sorpresa campione d’Italia. Un’amarezza infinita in mezzo a mille polemiche. Il tempo però è galantuomo e la Juve si riprese tutto con gli interessi il 5 maggio 2002, giorno storico che ricorda la disfatta dell’Inter di Cuper e Ronaldo. La capolista nerazzurra si suicidò all’Olimpico contro la Lazio (che vinse 4-2) e lasciò lo scudetto alla Juventus che era andata a vincere a Udine (0-2).

Gioie e dolori da calciatore

Indimenticabile lo sfogo di Conte in diretta tv. Con la squadra che stava festeggiando negli spogliatoi arrivarono le telecamere, il giornalisa chiese a Conte un commento e il centrocampista bianconero, in canottiera e fradicio per lo spumante spruzzato ovunque, disse: “Avevo detto parliamo domenica ma c’è poco da parlare, stiamo godendo, è l’amarezza di due anni fa”. E poi guardando fisso la camera urlò: “E c’è qualcuno che ci guarda che c’era a Perugia, guarda come godo“. Prima che si facesse scappare qualcosa di compromettente i compagni intervennero con la forza e gli tapparono la bocca. Il riferimento era a Gaucci e Mazzone, che due anni prima avevano esultato per quella vittoria contro la Juve.

L’insofferenza del tecnico

Il presente però racconta che Conte è insofferente. Non riesce mai a godersi i successi. Alla Juve mollò tutto dopo tre scudetti di fila perché non voleva correre il rischio di andare ai ristoranti da 100 euro con soli 10 euro in tasca, al Chelsea e all’Inter non è andata diversamente. Appena fiutava che sul mercato ci sarebbe stato da stringere i denti, che avrebbe perso campioni importanti, andava via sbattendo la porta. A Napoli non l’ha sbattuta perché quella porta era già semi-aperta. De Laurentiis aveva accettato quasi tutto in silenzio ma aveva capito che il matrimonio difficilmente sarebbe andato avanti.

Conte ha spiegato l’addio con una motivazione poco credibile: “A Napoli – ha detto – ho fallito in una cosa, non sono riuscito a compattarvi e senza la compattezza dell’ambiente non si riesce a combattere. Ho visto tanti veleni in giro e quelli che li spargono sono dei falliti. Un mese ha ho chiesto un appuntamento al presidente e gli ho comunicato la mia decisione”. Possibile che qualche commento social inappropriato o qualche sapientone sconosciuto dei tanti talk sportivi del sottobosco televisivo napoletano abbiano avuto questo potere? Più probabile che abbia sentito di non poter fare di più con questa squadra che dopo due anni di sacrifici stentava a reggere ancora certi ritmi di allenamento, certe urla, le liti. Il silenzio social dei giocatori dopo l’addio fa ancora rumore. De Laurentiis ha lasciato subito la porta socchiusa quando si iniziò a parlare di Nazionale (“se me lo chiede non mi opporrò”) ed ha aspettato che Conte maturasse il suo grazie di tutto e arrivederci, commiatandolo con una frase che non è sfuggita ai più: “Abbiamo una rosa forte che senza i metodi contiani magari potrà esprimersi meglio”.

A Napoli Conte lascia uno scudetto, un secondo posto, una Supercoppa, una mentalità vincente e una cultura superiore del lavoro: un’eredità importante ma non era esattamente tutto quello che voleva: il suo vero rammarico è il non essersi potuto godere questi successi perché avvelenato dalle critiche, magari anche di semisconosciuti. I metodi di allenamento messi in discussione e considerati tra i possibili motivi dell’incredibile sequela di infortuni, le contestazioni su un mercato discutibile (chi ha voluto Lucca, Lang e Beukema?), le critiche al gioco poco spettacolare. Tutte cose che hanno irritato Conte fino all’inverosimile. L’ex ct era convinto di aver fatto e star facendo miracoli, insopportabile per lui che qualcuno non se ne rendesse conto e non lo elogiasse quotidianamente. Inoltre, come disse il primo giorno del suo insediamento, Conte avrebbe voluto lasciare qualcosa di ancor più importante, una solidità assoluta che avrebbe consentito al Napoli di poter lottare sempre con le grandi del Nord e vincere ancora. E oggi non lo pensa.

Il futuro di Conte

Se il Napoli sembra orientato a sostituirlo con Italiano (con l’ombra di Allegri sullo sfondo) resta da chiedersi cosa farà ora Conte. In A non ci sono panchine libere, al Milan finchè resta Ibra non può andare, in futuro gli piacerebbe la Roma dove però ora regna Gasp. In Premier qualche panchina (anche in corso) potrebbe liberarsi ma al momento sembrano due le ipotesi più accreditate: un altro anno sabbatico (come prima di Napoli) o la Nazionale italiana ma solo a determinate garanzie economiche e di pazienza nell’aspettarsi risultati.

Conte e l’insostenibile pesantezza di un vincente tormentato: dove andrà e cosa lascia a Napoli Ansa

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