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Serie A e fase 2, avv. Romani:"Senza test e tamponi non si parte"

INTERVISTA ESCLUSIVA L'avvocato Ranieri Romani, esperto di diritto sportivo, tocca i punti cruciali del nuovo DPCM in materia di sport e calcio

04-05-2020 12:55

Serie A e fase 2, avv. Romani:"Senza test e tamponi non si parte" Fonte: ANSA/LCA Studio Legale

Il 4 maggio segna una cesura e non solo in termini di scelta di responsabilità, nell’era del coronavirus, secondo i dettami del DPCM del 26 aprile che entra in vigore dalla mezzanotte. Con il suo bagaglio di provvedimenti, e specifiche a cascata – dalle FAQ alla recente circolare del Viminale – , inciderà su temi alquanto complicati sul versante dello sport e del calcio in particolare. Ci si potrà allenare? Come e a quali condizioni? Le squadre di serie A e i giocatori che cosa rischiano concretamente? La querelle tra il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, e la Lega Serie A non si è esaurito. Intanto proviamo a fare chiarezza con l’Avv. Ranieri Romani, esperto di diritto sportivo di LCA Studio Legale.

La conferenza stampa serale del 26 aprile del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha illustrato i contenuti di quella che definiamo comunemente fase 2 e del nuovo DPCM. Alla luce di quanto detto e di quanto scritto nel decreto, come cambia lo scenario relativo agli allenamenti dal prossimo 4 maggio rispetto al recente passato?
Il decreto non è chiarissimo. Consente, infatti, da un lato, di svolgere “attività sportiva o attività motoria purchè nel rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno due metri per l’attività sportiva e di almeno un metro per ogni altra attività”; dall’altro che le sessioni di allenamento degli atleti, professionisti o non professionisti di discipline riconosciute dal CONI “sono consentite, nel rispetto delle norme di distanziamento sociale e senza alcun divieto di assembramento, a porte chiuse, per gli atleti di discipline sportive individuali”. Il Ministero dell’Interno, con propria direttiva, ha tuttavia chiarito che “è consentita, anche agli atleti, professionisti e non, di discipline non individuali, come ad ogni cittadino, l’attività sportiva individuale, in aree pubbliche o private, nel rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno due metri e rispettando il divieto di ogni forma di assembramento”.

Entrando nel merito di un tema così delicato e di natura così specifica, che ha spaccato de facto le società di Serie A, che cosa accadrà concretamente per gli sport individuali? E per quelli di gruppo, dove è inevitabile il contatto? Si opera una sorta di “discriminazione” nei confronti dei calciatori?
Se si deciderà di ripartire, per gli sport individuali vi saranno certamente meno rischi e forse potranno ripartire prima. Ad ogni modo anche negli sport individuali c’è necessariamente un contatto (basti pensare al medico o al massaggiatore). Quindi il rischio di contagio è ad oggi inevitabile.

Rimanendo legati al tema della ripresa dal 18 maggio prossimo degli allenamenti per le squadre di calcio, che cosa succederà nello specifico? L’AIC e Damiano Tommasi hanno manifestato le proprie perplessità in merito al ritorno in campo nel mentre dell’emergenza sul fronte del diritto alla salute dei giocatori e ai rischi che scaturiscono da eventuali contatti. Ci può illustrare come questo esercizio del diritto alla salute può convivere con i vincoli contrattuali che esistono tra calciatori e singoli club?
Il tema è che se aspettiamo il “rischio 0”, il calcio non riparte nemmeno tra 6 mesi. E’ difficile fare previsioni adesso, perché ogni decisione sarà dettata dall’andamento dei contagi. Credo comunque che si possa far allenare gli sportivi. Dovrà essere accertata la loro salute e dovranno poi essere isolati. Una volta isolati, il contatto tra persone sane non pone alcun rischio. Questo sarà il vero sforzo che dovranno fare società, calciatori e altri addetti. C’è poi l’incognita asintomatici…

Le società e lo staff medico sottoporranno ogni tesserato, dunque non solo i calciatori, a tampone per accertare se colpiti da coronavirus? E con quale cadenza? Come andrebbe gestito poi il tema degli asintomatici secondo l’attuale stato delle norme vigenti in materia?
Sicuramente qualora si decidesse di ripartire in gruppo, tutti (non solo i calciatori ma anche lo staff) dovranno essere sottoposti a più tamponi oltre che al test sierologico. Direi almeno un tampone a settimana. Ma lo dovranno decidere i medici.

A suo avviso, i club di Serie A dovranno attrezzarsi e coordinarsi con le autorità competenti anche per i test sierologici, come stanno già valutando altre aziende, ad esempio la Ferrari? Questi test al momento saranno sempre su base volontaria, per le norme attuali?
Ritengo che i tamponi e i test sierologici dovranno essere resi obbligatori. Ciò a tutela di un interesse primario quale è quello alla salute. Chi si allena in gruppo e gioca una partita (quindi potenzialmente può entrare in contatto con altre persone) deve avere la certezza di essere sano. Questo è il passaggio più importante. Diversamente non si può ripartire.

Se, come sarà presumibile, il campionato di Serie A verrà concluso – lo stesso presidente Gabriele Gravina lo ha ribadito – ma oltre il 30 giugno stando alle ultime affermazioni del ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, come andranno gestiti i contratti in scadenza dei calciatori?
La FIFA qualche settimana fa ha dettato delle linee guida invitando le Federazioni a recepirle. In breve, secondo tali linee guida,:
a) qualora la scadenza di un contratto di prestazione sportiva sia prevista per il termine della stagione (30 giugno 2020), tale scadenza sarà posticipata sino alla data stabilita come nuovo termine della stagione;
b) qualora un contratto di prestazione sportiva o di trasferimento sia stato concluso con decorrenza dalla data prevista per l’inizio della nuova stagione, la decorrenza del contratto sarà posticipata alla nuova data di inizio della prossima stagione
c) relativamente ai prestiti:
– il termine dei prestiti in scadenza al 30 giugno 2020 verrà differito nuovo termine della stagione;
– il contratto che avrebbe dovuto avere inizio il 1° luglio entrerà in vigore alla nuova data di inizio della prossima stagione.
Prima però le Leghe dovranno decidere cosa ne sarà dei campionati. Poi la Federazione si potrà adeguare.

Stiamo andando verso controlli puntuali come per l’anti doping? Che cosa accadrebbe se dovesse esserci un altro giocatore positivo? Andrebbe sospeso di nuovo tutto?
Questo è il vero e più importante problema da gestire. In linea teorica, in caso di contagio di un solo calciatore non si dovrebbe sospendere tutto. E’ altresì vero che la normativa di emergenza prevede che chi è stato in stretto contatto con persone contagiate deve stare in quarantena per molti giorni. E’ evidente che in una squadra di calcio tutti, potenzialmente, sono in stretto contatto tra loro. Quindi tutta la squadra in caso di contagio di un calciatore verrebbe messa in quarantena? Forse sì. Il reale rischio è, quindi, che in caso di contagio di un solo calciatore si fermi di nuovo tutto.

Se i tempi cambieranno, come inciderà questa dilatazione del campionato sui diritti televisivi? Che scenari si presenteranno?
Ritengo che se il campionato dovesse ripartire sarà più semplice per le parti in causa trovare un accordo. Tutti dovranno necessariamente lasciare sul piatto qualcosa. Se, invece, il campionato non dovesse ripartire potrebbero esserci molti contenziosi. Ci sono molti milioni di euro in gioco…

La situazione della Serie B e C come si delinea, rispetto alla Serie A, per quanto riguarda in particolare i giocatori? Quando si parla di ammortizzatori sociali per dilettanti e professionisti di base in che cosa si dovrebbe tradurre?
Le retribuzioni in serie B e C sono di gran lunga inferiori a quelle della Serie A. E’, quindi, più difficile trovare accordi di riduzione della retribuzione con tali calciatori. Le Società di B e C, dal canto loro, hanno meno introiti rispetto a quelle di A. Molte società di B e C hanno ad oggi utilizzato gli ammortizzatori sociali per i dipendenti non tesserati. Ai tesserati hanno invece, per ora, sospeso la retribuzione in attesa di capire se vi sarà la ripartenza o meno del campionato. Nei dilettanti è ancora diverso. I calciatori dilettanti non hanno un rapporto di lavoro. Pertanto non hanno diritto ad alcun ammortizzatore sociale previsto per i dipendenti. Credo che saranno i più danneggiati.

Tornando alla Serie A, la decisione da parte dei club (quotati in Borsa e non) di rendere noto il risultato dei tamponi dei giocatori e dei dipendenti positivi come si concilia con la privacy?
Questo tema è abbastanza risolvibile: potrebbe essere sufficiente comunicare il numero dei contagiati e non il nome. Non credo che sia il problema principale.

Se alcuni club di Serie A dovessero adeguarsi al nuovo protocollo medico al vaglio e altri non riuscissero o non volessero, che ripercussioni potrebbero esserci considerato che i contratti vigenti – da quanto è noto – non presentano una clausola specifica “Covid 19”?
Se le Società vorranno riprendere il campionato (come pare) dovranno necessariamente adeguarsi al Protocollo. Sarà loro interesse farlo: diversamente potranno incorrere in gravi responsabilità civili e penali. Anzi, sarà molto importante che le Società, prima di ripartire anche con gli allenamenti, adempiano a tutti gli obblighi di sicurezza e di prevenzione per evitare responsabilità in caso di contagio (informativa ai dipendenti, predisposizione di un protocollo sicurezza, integrazione DVR, ecc.). L’Inail ha, infatti, già affermato che la prestazione dell’atleta professionista è ad “alto rischio di contagio”. Sarà quindi fondamentale per le società adeguarsi scrupolosamente al protocollo nonché a tutti gli altri vigenti obblighi in materia di sicurezza. Per le Società sarà opportuno (se non necessario) dotarsi di un Modello 231 (o, comunque, rivederlo qualora vi fosse già). Tutti questi adempimenti non si fanno però in un giorno: le società dovranno, quindi, muoversi con largo anticipo. Potrebbe essere già tardi…

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