C’era una volta un tempo in cui gli allenatori erano soprattutto uomini di campo. Il loro compito era gestire il gruppo messo a disposizione dalla società e ottenere il massimo risultato possibile. Sul mercato potevano fornire indicazioni, suggerire profili, esprimere preferenze: consigli talvolta accolti, più spesso ignorati. La stagione appena conclusa ha però certificato come quell’epoca sia finita anche in Italia. Il ruolo dell’allenatore si è evoluto fino ad assumere connotati manageriali, in pieno stile inglese. Se Antonio Conte ha sempre esercitato una forte influenza sulle scelte del club, negli ultimi mesi anche Gasperini, Allegri e Spalletti hanno mostrato quanto il peso dei tecnici sia aumentato. In alcuni casi hanno scavalcato i dirigenti, in altri ne hanno condizionato o determinato il destino. Sempre più protagonisti nelle decisioni strategiche, ben oltre la tattica e la gestione del campo.
- Gasperini diventato l’ottavo re di Roma
- Allegri, le faide interne e il tradimento del risultatismo
- Spalletti si rimette al centro per evitare un nuovo fallimento
- La legge di Conte, imparata anche da Sarri
Gasperini diventato l’ottavo re di Roma
Un tempo l’ottavo re di Roma era il Totti della situazione. Il campione cresciuto nella capitale e ammirato dai propri tifosi per la capacità di spostare gli equilibri. Nel calcio 2.0, però, il raggio d’azione si è spostato in panchina. Dopo anni di inseguimenti vani alla Champions, i giallorossi hanno ritrovato l’Europa che più conta grazie a Gasperini. Non sono mancate nel corso dei mesi difficoltà e polemiche, con il tecnico di Grugliasco che ha chiesto e ottenuto l’allontanamento di Ranieri e di Massara (sarà ratificato a breve) rei di non averne assecondato i desideri sul mercato e di avere opinioni differenti su come costruire la squadra. La proprietà ha scelto l’allenatore, i risultati le hanno dato ragione. All’ombra del Colosseo c’è un nuovo imperatore: il piemontese Gian Piero che da “antipatico” e “mal voluto” dalla piazza ha saputo conquistare ogni consenso ancor prima del raggiungimento dell’obiettivo. E che ora ha la strada spianata in una Roma sempre più gasperiniana.
Allegri, le faide interne e il tradimento del risultatismo
Perché poi nel calcio, gira e rigira, i risultati sono sempre tutto. Ce lo ha insegnato proprio Max Allegri, un tempo carnefice ma oggi vittima della sua stessa teoria. Tornato al Milan per ridare la Champions ai sette volte campioni d’Europa, ha buttato tutto alle ortiche con un mese finale da horror. Nel frattempo, anche il livornese ha tentato la sua battaglia interna contro le fazioni opposte presenti in rossonero. Da un lato Furlani, che caldeggiava un progetto differente magari con Vincenzo Italiano. Dall’altro Zlatan Ibrahimovic che con Allegri si è scontrato più volte e che alla fine è riuscito a liberarsene. Pagano tutti stavolta con Cardinale che si riprenderà il Milan affidandolo ad altri. La storia è ancora da scrivere, ma Allegri la penna l’ha buttata via al pari di un quarto posto che sembrava essere alla portata.
Spalletti si rimette al centro per evitare un nuovo fallimento
L’altra storia da raccontare è quella di Luciano Spalletti. Il vate toscano rinnega l’idea del fallimento, dopo averne vissuto uno terribile e mai realmente digerito in nazionale. Ma di fare l’allenatore vecchio stampo, il 67enne toscano non ne ha alcuna intenzione. La Juve deve essere la grande occasione di riscatto, la fiducia di John Elkann la molla necessaria per portare avanti la missione. Liberarsi di Damien Comolli, più che ridimensionarne il ruolo, è il primo passo verso l’acquisizione di un maggiore potere a Torino. Tognozzi potrebbe essere la spalla ideale, con l’avallo di un Chiellini anch’egli in grande ascesa. Spalletti vuole determinare sul mercato, creare una squadra a sua immagine e somiglianza, seppur nei limiti dei conti e di una qualificazione in Champions mancata. Solo così la sua avventura in Piemonte potrà decollare. In caso contrario, il rischio di una nuova delusione sarebbe difficile da assorbire anche per uno come Spalletti.
La legge di Conte, imparata anche da Sarri
Chi questa strada l’ha sempre battuta è Antonio Conte. Che va via da Napoli, non per dissidi nei confronti di un direttore sportivo che nel suo caso si è sempre piazzato un gradino sotto. Il condottiero leccese rispetto agli altri allenatori già citati le sue regole le ha fatte rispettare fin dal principio e così farà nella sua nuova prossima avventura, ovunque dovesse essere. Così è la nuova figura dell’allenatore, sempre più manager a 360 gradi, con attorno a sé solo persone di sua fiducia. Lo abbiamo visto anche a Roma, sponda Lazio, con Maurizio Sarri che ha lamentato il poco ascolto da parte dei dirigenti e della proprietà. Lui sì che in passato rappresentava proprio il mister vecchio stampo, con la tuta, la sigaretta e la voglia di insegnare calcio. Oggi anche chi era nato per fare soltanto calcio è costretto a fare politica, strategia e gestione del potere. L’allenatore-manager è il futuro del pallone. Resta da capire se sia anche il suo miglior destino.
