C’è un vecchio adagio nel calcio inglese che dice: “Per toccare il cielo, a volte bisogna prima toccare il fondo“. Nel calcio moderno, però, quel fondo è spesso una palude mobile da cui è quasi impossibile riemergere. Fallimenti finanziari, passaggi di proprietà fumosi e rifondazioni tecniche improvvisate sono la norma.
Ecco perché l’impresa del Monza, che festeggia una clamorosa e meritata promozione in Serie A raggiunta dopo la finale playoff con il Catanzaro, non è semplicemente un verdetto del campo: è un capolavoro manageriale, sportivo e umano che merita di essere celebrato adeguatamente, senza retorica ma con la sacrosanta ammirazione che si deve alle grandi storie di sport.
- Tornare in A a un anno dalla retrocessione
- Francesco Vincenzi e il legame con il Monza
- L'intervista a Francesco Vincenzi
Tornare in A a un anno dalla retrocessione
Ripartire quasi da zero, cambiare pelle, subire lo shock di una retrocessione e, nel giro di pochissimo tempo, ribaltare i pronostici fino a dominare il campionato non è da tutti. Anzi, è una roba per pochissimi eletti. La retrocessione della scorsa stagione avrebbe potuto spezzare le gambe a chiunque, portando con sei strascichi pesantissimi: spogliatoi spaccati, contratti onerosi difficili da smaltire e quella depressione ambientale che tarperebbe le ali anche al più ottimista dei direttori sportivi.
Il Monza, invece, ha fatto l’esatto contrario. Ha azzerato il passato senza rinnegarlo, ha metabolizzato il lutto sportivo in tempi record e ha gettato le basi per una rivoluzione totale.
Il passaggio di proprietà, snodo cruciale e spesso rischioso a ridosso di una stagione calcistica, si è rivelato il vero colpo di genio. La nuova dirigenza non si è presentata con le solite promesse faraoniche da marinaio, ma con un piano industriale e sportivo chiaro: pulizia, competenza, fame e attaccamento alla maglia.
Se il campo ha restituito al Monza il posto che gli spetta nel massimo campionato al termine della stagione 2025-2026, il merito va diviso equamente su tre fronti che hanno funzionato in perfetta osmosi: la società, Mauro Baldissoni su tutti (lungimirante, solida e capace di blindare la squadra dalle pressioni), la guida tecnica di Paolo Bianco (coraggiosa nel rigenerare i senatori e lanciare i giovani) e lo spogliatoio (resiliente nei momenti di flessione).
Una menzione d’onore va obbligatoriamente fatta ai tifosi. L’entusiasmo della nuova proprietà ha contagiato la città, che ha risposto riempiendo gli spalti, sostenendo la squadra anche nelle trasferte più insidiose e trasformando lo stadio in un fortino inespugnabile. Questa promozione è anche e soprattutto la loro: di chi ha masticato polvere nei campi di provincia e oggi può finalmente guardare tutti dall’alto in basso.
Francesco Vincenzi e il legame con il Monza
Per commentare questo traguardo e tracciare un parallelo tra la struttura del calcio moderno e la storica tradizione brianzola, abbiamo intervistato in esclusiva un grande ex del club: Francesco Vincenzi. Cresciuto nel vivaio del Milan — squadra con cui debutta in Serie A non ancora maggiorenne e con cui vince la storica Coppa Italia nel 1977 — Vincenzi è stato un attaccante di razza degli anni ’70 e ’80, noto per il suo fiuto del gol (è suo il primo della Roma in Coppa dei Campioni) e la sua classe cristallina.
In carriera ha calcato palcoscenici di grande prestigio e ha vestito, tra le altre, le maglie di Milan, Roma, Bologna, Sampdoria, Ascoli, Lecce e Barletta. Il suo legame con i colori biancorossi è profondo e si sviluppa in due momenti cruciali: prima nella stagione 1974-1975, dove giovanissimo contribuisce alla conquista della Coppa Italia Semiprofessionisti gettando le basi per la successiva promozione in B, e poi nella stagione 1978-1980, quando insieme a giovani talenti come Daniele Massaro e Paolo Monelli sfiora lo storico approdo nella massima serie.
Nessuno meglio di lui, che ha vissuto il rigore della mentalità lombarda e la fame dei campi di provincia, può spiegare cosa significhi, ieri come oggi, la cultura del lavoro all’interno del club biancorosso.
L’intervista a Francesco Vincenzi
Francesco, facciamo un salto indietro di cinquant’anni, alla stagione 1974-1975. Quella fu la sua prima esperienza a Monza, culminata con la vittoria della Coppa Italia Semiprofessionisti. Che ricordo ha di quell’annata che gettò le basi per la salita in Serie B?
«Io venivo via dal Milan, avevo appena 17 anni e avevo già esordito in Serie A. All’epoca il Monza era una società satellite che gravitava molto nell’orbita rossonera; c’era già Adriano Galliani in dirigenza e un gruppo di persone davvero in gamba. Facemmo un bellissimo campionato e vincemmo la Coppa Italia di categoria. Fu l’anno in cui si costruirono le fondamenta per la promozione in Serie B della stagione successiva, anche se io nel frattempo ero già rientrato al Milan, dove poi sarei rimasto per altri due anni, vivendo anche la stagione con Marchioro in panchina prima del suo esonero. Erano anni particolari, ma formativi».
Che effetto fa vedere quel Monza, che all’epoca era una realtà calcisticamente più “piccola”, conquistare oggi la Serie A? Che parallelo le viene da fare a livello di organizzazione?
«Guarda, ci tengo a fare una precisione: a livello di organizzazione, anche nel mio periodo, eravamo strutturati benissimo. Era una società già da professionisti veri, perché c’erano personaggi che giravano intorno alla squadra che erano brave persone ma, soprattutto, sapevano di calcio. Una dote che oggi, nel calcio in generale e non parlo del Monza, si fa fatica a trovare. Io poi a Monza ci ritornai tre anni dopo, nel 1979-1980. In quella squadra c’eravamo io, Daniele Massaro, Paolo Monelli... eravamo un gruppo pieno di giovani di talento. Sfiorammo la Serie A, rischiammo davvero di andarci ma perdemmo le ultime due partite. Però il novanta per cento di quel gruppo, negli anni successivi, ha giocato stabilmente in Serie A. Quindi l’organizzazione e la mentalità lombarda a Monza hanno sempre funzionato alla perfezione».
In quel calcio c’era fame, forza e senso di appartenenza. In questo Monza odierno, quali sono state secondo lei le chiavi mentali per superare una retrocessione, un cambio di proprietà e risalire subito?
«Risalire immediatamente non è mai semplice, il rischio di contraccolpo psicologico è altissimo. Secondo me il traino assoluto è stato il pubblico: l’anno scorso ho visto qualche partita e l’entusiasmo della piazza era palese. Inoltre, c’è una regola non scritta in Serie B: le società che vincono e che vanno bene sono quasi sempre quelle che a livello dirigenziale o di direzione sportiva scelgono di affidarsi a ex calciatori. Chi ha giocato a certi livelli sa cosa serve. Da quello che mi dicono diversi colleghi che sento regolarmente, questo Monza è stato fin da subito una squadra compatta, con un ottimo spogliatoio. Quando c’è la competenza e l’unione del gruppo, i risultati arrivano».
Passiamo al campo. Lei è stato un attaccante di peso in piazze importanti. Come giudica il reparto avanzato del Monza che ha conquistato la Serie A, in particolare elementi come Petagna e Cutrone?
«Parliamo di giocatori indiscutibili, elementi come loro o come Colpani hanno calcato palcoscenici importanti e sanno perfettamente cosa vuole la società e cosa serve in determinate categorie. Io dico sempre una cosa da ex attaccante: preferisco una punta che su 38 partite magari me ne salta qualcuna per infortunio o scelta tecnica ma alla fine mi fa 15 gol, rispetto a uno che le gioca tutte e segna tre volte. Il centravanti deve pesare. Elementi come Cutrone e Petagna sono stati fondamentali non solo per i gol, ma per dare la scossa alla squadra, per aiutare i compagni e dare profondità alla manovra. Con un parco attaccanti così, supportato da innesti invernali decisivi come Caso e dalle giocate di Dany Mota, la Serie A è un palcoscenico dove questo Monza può stare tranquillamente».
Lei prima accennava alla competenza dei dirigenti che oggi sembra scarseggiare. Questo si riflette anche sulla crisi di talenti e di prime punte nel calcio italiano?
«Purtroppo sì, ed è una mia opinione molto ferrea. Oggi si vede un calcio bloccato. Non è possibile vedere attaccanti di Serie A o di Serie B che ricevono costantemente la palla spalle alla porta e si limitano a scaricare indietro o di lato. Ormai i tecnici vogliono che la punta faccia solo sponda, non si punta più l’uomo, non si rischia la giocata in verticale. Abbiamo importato il “passaggetto” del calcio di Guardiola senza avere la tecnica di interpreti come Iniesta, e il risultato è che il gioco diventa noioso, tanto che le nuove generazioni non reggono più i 90 minuti e si distraggono con i telefoni. Inoltre, nei settori giovanili e nelle Primavera c’è troppa fretta di vincere. I dirigenti non hanno pazienza, non si insegnano più i fondamentali come il controllo di palla o il lavoro al muro che facevamo noi. Si preferisce andare a prendere il ragazzino all’estero perché costa meno, penalizzando i nostri talenti. Paradossalmente, oggi mi diverto molto di più a vedere il calcio femminile: mia nipote ha 13 anni e gioca, e quando guardo le prime squadre femminili vedo un calcio più genuino, dove si cerca la verticalizzazione, si corre, si calcia e non ci si ferma mai a fare calcoli tattici esasperati».
A proposito di giovani: nella rosa del Monza ci sono diversi ragazzi interessanti che si affacceranno alla Serie A per la prima volta, come Lucchesi, Colombo o Bakoune. Che consiglio si sente di dare a loro e a chi li deve allenare?
«Il primo consiglio lo do ai calciatori più anziani e d’esperienza presenti in rosa: devono dare una mano concreta a questi ragazzi. Devono tirarli dentro il gruppo, stimolarli durante gli allenamenti, soprattutto nei momenti difficili o quando rimangono fuori dalle convocazioni. Se un giovane si allena con la prima squadra e avverte l’indifferenza dei senatori, in questo momento storico rischia di perdersi d’animo e mollare mentalmente. Agli allenatori invece dico che, con le rose moderne da 24-25 elementi, serve una figura specifica nello staff che si occupi esclusivamente della gestione dei giovani all’interno della prima squadra. E quando un ragazzo commette un errore tecnico sul campo, non bisogna dirgli il classico “va bene lo stesso” per fare un complimento vuoto. Bisogna fermarsi, fargli vedere dove ha sbagliato e mostrargli come si fa il gesto corretto. È solo da questo tipo di lavoro e di attenzione che nasce quella che io chiamo la “fiducia nell’ambiente”. Il calcio è lo sport più bello del mondo, ma a certi livelli per mantenersi servono sacrifici, serietà e, soprattutto, strutture umane e tecniche capaci di credere nel talento».
