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Fede, scaramanzia e panchine: Caserta e la geografia dei fioretti del calcio

Dopo l'incredibile salvezza dell'Empoli, Fabio Caserta vola a Santiago. Da Cosmi a Pioli passando per Nicola, viaggio tra le promesse più celebri

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Giovanni Cardarello

Giovanni Cardarello

Giornalista

Giornalista pubblicista, romano ma umbro d'adozione. Scrive di calcio e di basket dai primi Anni Ottanta, raccontando lo sport in ogni suo aspetto: storico, tecnico, tattico ed economico.

Fede, scaramanzia e panchine: Caserta e la geografia dei fioretti del calcio Getty Images

Ci sono momenti in cui la tattica non basta più. In cui il 4-3-3, le sovrapposizioni e lo studio dei video avversari devono cedere il passo a qualcosa di più ancestrale, quasi spirituale. Fabio Caserta, l’uomo chiamato al capezzale di un Empoli agonizzante in questa tribolata stagione 2025-2026, lo sapeva bene.

Quando ha accettato la panchina azzurra dopo l’esonero di Alessio Dionisi, con la squadra in caduta libera verso l’incubo della Serie C, il tecnico calabrese deve aver guardato il cielo e stretto un patto.

Oggi, con la salvezza conquistata all’ultimo respiro dopo la battaglia contro il Monza, quel patto è diventato pubblico: “Partirò la settimana prossima per fare il Cammino di Santiago da solo. Era il mio fioretto, non l’avevo detto per scaramanzia, ma ora posso dirlo”.

La “Mission Impossibile” di Fabio Caserta

L’arrivo di Caserta a Empoli è stato quello di un vigile del fuoco chiamato a spegnere un incendio boschivo con un bicchiere d’acqua. Nove partite, una tensione asfissiante e un ambiente depresso da una stagione nata con ambizioni di ben altro livello. Eppure, il tecnico ha saputo toccare le corde giuste, puntando, come ha dichiarato lui stesso nell’ultimo post-partita, “più sugli uomini che sui calciatori”.

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Bastano pochi click

La salvezza senza passare dai playout è stata vissuta a Empoli come una vittoria del campionato. E mentre la città festeggia, Caserta prepara lo zaino. Non ci saranno hotel di lusso o campi d’allenamento perfetti ad attenderlo, ma i sentieri polverosi della Galizia.

Un pellegrinaggio solitario per ringraziare, per scaricare l’adrenalina di mesi vissuti sul filo del rasoio e, forse, per ritrovarsi come uomo prima che come professionista.

Il Cammino Santiago e il Calcio: Un legame antico

Quello di Caserta non è un caso isolato. Il Cammino di Santiago sembra essere la meta preferita degli sportivi che cercano un contatto con la fatica vera, quella che non prevede il boato dello stadio.

Prima di lui, nomi illustri hanno calpestato quegli stessi sentieri. Demetrio Albertini, leggenda del Milan, lo ha fatto per riflettere sulla sua vita post-agonismo.

Fabio Gallo, ex centrocampista e allenatore, ha trasformato il cammino in una vera e propria esperienza di fede. Persino Lorenzo Pellegrini, capitano della Roma, ha sfruttato periodi di stop forzato per guardarsi dentro lungo le tappe verso la tomba dell’Apostolo.

Oltre la Galizia: La geografia dei fioretti nel pallone

Il legame tra il calcio e la dimensione spirituale, o più laicamente scaramantica, non si esaurisce affatto lungo i sentieri spagnoli. La geografia dei fioretti nel calcio italiano è ricca e variegata, mossa da una religiosità popolare e da uno sforzo fisico che spesso spinge gli allenatori a compiere imprese memorabili su due ruote o a piedi.

Se si parla di imprese impossibili e chilometri macinati per riconoscenza, il pensiero corre immediatamente a Davide Nicola, il re indiscusso delle salvezze miracolose. Nel 2017, sulla panchina del Crotone, firmò una rimonta epica che sembrava pura fantascienza calcistica. Prima del traguardo aveva promesso: “Se ci salviamo, vado da Crotone a Torino in bicicletta”. Promessa mantenuta, con una pedalata d’altri tempi lunga ben 1.300 chilometri attraverso l’Italia, un viaggio che commosse il Paese anche per il profondo significato personale del tecnico, che dedicò quell’impresa alla memoria del figlio scomparso.

La bicicletta, d’altronde, è il mezzo preferito dai grandi timonieri della nostra Serie A. Un altro maestro delle due ruote è Francesco Guidolin, che nel 2010, dopo aver conquistato la salvezza con il Parma partì, costringendo la squadra a seguirlo, per la scalata di Barbiano.

Una fatica simile a quella che decise di intraprendere Stefano Pioli nel 2022: l’allora allenatore del Milan, per celebrare lo storico Scudetto scippato ai cugini rivali dell’Inter si è sparato tutto di un fiato 130 km con 60 salite annesse per una pedalata dalla sua Parma al Passo della Cisa.

I percorsi più intimi

Ma i percorsi della fede sportiva toccano molte altre tappe. Pensiamo a figure icone come Serse Cosmi, profondamente legato alla sua Umbria, che nei momenti di massima tensione alla guida del Perugia dei miracoli non ha mai nascosto la sua devozione per San Francesco, trasformando le colline di Assisi e il Sacro Convento nella meta naturale delle sue promesse e delle sue preghiere laiche.

Un approccio intimo condiviso anche da Claudio Ranieri: dopo l’incredibile cavalcata che ha riportato il Cagliari in Serie A nel 2023, “Sir Claudio” ha gestito la gioia e la gratitudine con quella consueta grazia spirituale che ha sempre unificato il suo gruppo nei momenti più drammatici, legando il traguardo a momenti di riflessione privata, quasi a voler restituire alla terra un po’ della fortuna ricevuta.

Non sempre, però, la promessa si traduce in un viaggio. A volte il fioretto diventa un gesto immortale, un’istantanea che entra di diritto nella storia del nostro sport. Impossibile non citare Emiliano Mondonico, che nella finale di Coppa UEFA del 1992 ad Amsterdam, anziché viaggiare verso un santuario, scelse di alzare una sedia al cielo in segno di protesta e di orgoglio. Quello del “Mondo” fu un vero e proprio atto di fede visivo, una manifestazione di devozione assoluta verso la causa del suo Torino contro le ingiustizie del destino.

Tra Sacro e Profano

Accanto a queste manifestazioni di profonda spiritualità, esiste poi un filone di fioretti decisamente più pittoreschi e mondani, dove la fede cede il passo alla goliardia.

Sono le promesse di chi giura di rasarsi i capelli a zero in caso di vittoria — un classico che ha unito generazioni di calciatori, dai campioni del mondo fino ai dilettanti —, di chi promette solennemente di rinunciare al vino o ai piaceri della tavola per un anno intero.

O di chi, come il difensore brasiliano della Fiorentina Marcio Santos, fresco vincitore del Mondiale di USA 1994, che all’atto della firma del contratto estorse al patron Vittorio Cecchi Gori, noto produttore cinematografico, una promessa. “Se fai 7 gol andrai a cena con Sharon Stone”. Nonostante gli sforzi il difensore brasiliano chiuderà la stagione con 2 gol e Sharon Stone la guardò solo al cinema.

Perché il Cammino?

Per un allenatore come Caserta, che vive h24 sotto la pressione del risultato, dei social e della critica, il Cammino di Santiago rappresenta l’antitesi perfetta. È lentezza contro velocità, silenzio contro rumore, solitudine contro spogliatoio.

“Volevo farmi apprezzare come tecnico e come uomo”, ha detto Caserta. Il Cammino è la prova finale di questa umanità. Camminare per chilometri, con le vesciche ai piedi e lo zaino che pesa sulle spalle, livella tutto.

In quel momento non sei più l’allenatore dell’Empoli che ha salvato la categoria; sei un peregrino tra migliaia, mosso da una promessa fatta in una notte insonne di aprile, quando la Serie C sembrava un destino inevitabile.

Mentre l’Empoli pianifica il futuro (il contratto di Caserta scade nel 2027 e la società sembra intenzionata a confermarlo), Fabio sarà altrove. Tra un ostello e una chiesa, tra un “Buen Camino” e l’altro, troverà il tempo di godersi la vera vittoria: quella di aver mantenuto la parola data. Perché nel calcio, come nella vita, alla fine contano gli uomini. E Caserta, verso Santiago, ha deciso di andarci a piedi.

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