Forse è prematuro chiudere in una sintesi la personalità, calcistica, di un personaggio come Federico Dimarco. Mai banale, in campo come davanti ai microfoni, ha saputo riassemblare i cocci di una stagione densa di aspettative e premesse senza realizzare obiettivi ambiziosi e riflessi, allo specchio, non sempre limpidi, chiari dopo la decisione di Simone Inzaghi di preferire altro a Milano e all’Inter. Come sia divenuto un simbolo stesso dell’interismo, questo ragazzo cresciuto in un quartiere milanese che ha ospitato artisti della scena trap è da decifrare attraverso un caleidoscopio di informazioni che ci restituiscono un vissuto di lavoro, fatica e anche una certa sfacciataggine.
- Dimarco, Milano e l'interismo
- La bottega di Porta Romana
- Le statistiche da urlo
- Le frecciatine a Inzaghi e non solo
Dimarco, Milano e l’interismo
Dimarco nasce a Milano il 10 novembre 1997 da genitori lucani, che con orgoglio e fatica sono arrivati nel capoluogo meneghino per lavorare e mettere a guadagno le competenze maturate nella loro terra d’origine. I fratelli Dimarco e le loro famiglie si industriano e avviano un’attività, quasi 60 anni fa ormai, che si è trasformata in un riferimento per il quartiere di Porta Romana, dove vissero anche Dario Fo e Franca Rame: sul Corso la loro bottega è un trionfo di primizie, colori e gusti che ricordano, nel centro di Milano, i piatti della loro terra. Una piccola realtà che ha mantenuto un’identità spiccata, profonda e radicata in un quartiere storico di Milano.
La bottega di Porta Romana
La passione per il calcio è nata allora, grazie alla capacità di trasmettere l’amore per il pallone ai figli da parte di papà Gianni che ha portato il futuro giocatore dell’Inter per primo allo stadio. Di giorno Porta Romana, la sera Calvairate: il giro è quello. In questo quartiere, sulla mappa poco lontano ma di conformazione socioeconomica molto diversa, cresce Federico che si innamora del pallone e dell’Inter presto.
“L’anno scorso non abbiamo vinto niente ed è stata una grandissima delusione. Bisogna dire grazie al lavoro del mister, che ci ha dato stimoli diversi e oggi siamo arrivati a coronare il sogno di vincere il campionato”. Un campionato in cui l’esterno nerazzurro è stato protagonista assoluto, con 17 assist fin qui: “Ma devi anche avere i compagni che sanno buttarla dentro… Io sono fortunato ad averne: è un record storico, che mi porterò per sempre dentro. Tanti fattori determinano una stagione. Poi c’è anche la fiducia, quando sei sereno le cose vengono di conseguenza. Lo scudetto è speciale, non è stato per niente facile ripartire. Tutti abbiamo lavorato per raggiungere questo sogno e l’abbiamo fatto insieme, è merito di tutti”.
Tutto è partito da Corso di Porta Romana, da Calvairate e dalla Lucania che ha dato l’ispirazione alla famiglia. Una famiglia che ha anche sofferto, e molto, quando il cognato di Dimarco, Christian Di Martino, da eroe, intervenne alla stazione di Lambrate per evitare il peggio. Gravemente ferito, fu costretto a interventi e a un lungo ricovero fino al completo recupero e al rientro in servizio quasi un anno fa, ma con i segni ancora addosso di quell’aggressione.
Le statistiche da urlo
Dimarco è il miglior laterale del campionato, la stagione migliore di sempre dal punto di vista delle partecipazioni ai gol: le statistiche recitano ben 24, 7 reti e ben 18 passaggi vincenti. Dimarco è stato decisivo in ogni momento della stagione, a suon di assist, mettendone in fila ben 8 in 5 giornate fra il ventiduesimo e il ventiseiesimo turno, quando l’Inter ha piazzato lo sprint decisivo per mettere in bacheca il titolo e mettere da parte le rivali dirette al titolo, dal Milan al Napoli. Senza l’esterno sarebbe stata un’Inter diversa, un Chivu meno osannato e mancherebbe la premessa decisiva alla costruzione di una anatomia di un campione.
Le frecciatine a Inzaghi e non solo
Dimarco non è stato, però, sempre celebrativo e non sono mancate frecciatine ai microfoni che hanno attirato su di sé anche giudizi non sempre clementi. Sua fu la celebre battuta sul fatto che Inzaghi, durante la sua gestione, lo sostituisse spesso intorno all’ora di gioco scelta che non è stata gradita dal giocatore. Una critica leggerissima, ma anche un occhio nelle cose dello spogliatoio che non aveva mai osato condividere.
Meno concorde e unanime il giudizio su di lui in Nazionale, ma la ragione va ricercata anche in quelle immagini esultante con Pio Esposito, prima della Bosnia. La bufera social sul blocco Inter, allora, fu inevitabile ma oggi sembra distante, lontana anche quella nota nefasta nel curriculum di un’annata straordinaria.
