Sofia Panizzi appartiene a quella generazione di attrici cresciute senza inseguire scorciatoie. Romana, classe 1997, formatasi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, ha costruito il proprio percorso alternando cinema, televisione e teatro, passando da esperienze popolari come I Cesaroni e Come fai sbagli fino ai film di autori come Ginevra Elkann e Saverio Costanzo, senza mai abbandonare il palcoscenico, dove continua a coltivare la propria idea di interpretazione. Una carriera costruita con pazienza, nella quale convivono musical, cinema d’autore e produzioni televisive, senza la necessità di rinchiudersi in un’unica definizione.
Eppure, prima ancora dell’attrice, c’è una bambina romana che aspetta la domenica per andare all’oratorio, giocare a calcetto e, qualche ora dopo, seguire la Roma insieme al padre. Il calcio, nella sua storia, non è mai stato un semplice spettacolo da osservare. È stato un linguaggio familiare, un’abitudine condivisa, un modo per misurare il tempo attraverso ricordi che ancora oggi conservano la forza delle prime emozioni. Non sorprende, allora, che tra le competenze riportate nel suo percorso artistico figuri anche il calcio: uno sport praticato fin dall’infanzia, insieme alla danza e ad altre discipline, molto prima di diventare materiale di racconto. In questa intervista, però, la carriera resta volutamente sullo sfondo. A parlare è soprattutto la tifosa. Quella che ricorda il terrore collettivo quando un proiettore rischiò di spegnere la finale di Berlino del 2006, che ancora oggi sorride pensando alla testata di Zidane, che ama spiegare il fuorigioco a chi sostiene che il calcio appartenga soltanto agli uomini e che, davanti a un Mondiale senza Italia, sceglie istintivamente di stare dalla parte degli sfavoriti. Perché il calcio, nelle sue parole, non è mai soltanto una partita: è memoria condivisa, identità, superstizione, famiglia e quel piccolo pezzo d’infanzia che continua ostinatamente a sopravvivere dentro ogni adulto.
Se dovessi tornare al primo Mondiale che ti è rimasto davvero nel cuore, quale sarebbe? Che ricordo ti porti ancora dietro?
“Il Mondiale del 2006. Avevo nove anni e con gli altri bambini del quartiere guardavamo tutte le partite, a turno, a casa l’uno dell’altro. La finale l’abbiamo vista sulla terrazza di uno degli amici dei miei genitori, con un proiettore. Ricordo che mia sorella ha inavvertitamente urtato il proiettore durante i tempi supplementari. Ho ancora davanti agli occhi come tutti fossero terrorizzati all’idea di non riuscire più a sistemarlo per finire di vedere la partita. Alla fine, è andata bene!”.
Da piccola, vivevi la partita novanta minuti dopo novanta minuti o ti affascinava tutto il rito che c’era intorno, dalle persone all’atmosfera?
“Da bambina amavo andare all’oratorio perché potevo giocare a calcetto con i miei amici prima e dopo la messa della domenica. Ho giocato a calcio in una squadra mista fin quando non mi è più stato possibile farlo, ovvero fino ai dodici o tredici anni, ma penso che mi sarebbe piaciuto continuare in una squadra femminile. Sono romanista e, grazie a mio padre, ho iniziato ad andare allo stadio per vedere la Roma fin da quando ero piccola. Mi piace tantissimo, però, anche vedere le partite nei pub che le trasmettono in tv. Non so perché, ma è una cosa che adoro. Mi ha sempre fatto sorridere l’idea che conoscere o meno la regola del fuorigioco sia il criterio con cui stabilire se una persona capisca davvero di calcio. Mi sembra una cosa banale, ma mi sono sempre divertita a spiegarlo io stessa, usando pedine di fortuna o disegnando lo schema su un foglio”.
C’è un calciatore dei Mondiali che, pur non avendo mai tifato per lui, è riuscito comunque a entrare nel tuo immaginario?
“Sicuramente Zidane. Quello che è successo con Materazzi è entrato nella storia e ha forgiato anche l’immaginario calcistico delle prese in giro e delle ripicche goliardiche di noi bambini, che all’epoca facevamo ancora le elementari. Cantavamo sempre: «Materazzi è caduto perché ha preso una testata, la testata gliel’ha data Ziridin, Ziridin Zidan»”.
Quando manca la propria nazionale, il tifo spesso si trasforma in una questione di emozioni più che di appartenenza. In questo Mondiale, c’è una squadra che, strada facendo, ti ha conquistato e che oggi senti di voler accompagnare fino in fondo?
“Senza l’Italia continuo a lasciarmi guidare più dalle emozioni che dai pronostici. Mi ritrovo a tifare quelle nazionali che, partita dopo partita, riescono a conquistarmi con una storia, un episodio o un modo di stare in campo. È successo anche in questo Mondiale. Rimango poco incline a sostenere le grandi corazzate come Argentina, Brasile o Francia: non per antipatia, ma perché mi viene spontaneo schierarmi dalla parte di chi parte un passo indietro. All’inizio avevo pensato di seguire con simpatia proprio Norvegia e Bosnia, le due squadre che ci hanno sbarrato la strada verso il Mondiale. E, in fondo, vedere la Norvegia continuare il suo percorso mi ha dato la conferma che quella simpatia non era poi così mal riposta”
Ogni tifoso ha le sue piccole superstizioni o le sue strane ossessioni. Qual è la tua quando iniziano i Mondiali?
“Credo che la cosa più bizzarra che faccio sia questa: quando guardo una partita e vedo giocare per la prima volta un calciatore che compie qualcosa di importante, divertente o clamoroso, nel bene o nel male, finisco per ossessionarmi con la sua storia e con il suo percorso. E poi c’è il fatto di fissarmi contro una nazione che fino a due giorni prima adoravo, soltanto per il tempo della partita. Mi è successo, per esempio, con la Spagna nella finale degli Europei del 2021. L’ho vista in piazza San Cosimato, a Roma, su un grande schermo all’aperto. È stato bellissimo festeggiare la vittoria insieme a tantissime persone. Quella sera Donnarumma parò il rigore di Álvaro Morata. Incredibile”.
Se avessi la possibilità di viaggiare nel tempo e assistere dal vivo a un solo momento della storia dei Mondiali, quale sceglieresti e perché?
“Il mio sogno è sempre stato quello di assistere dal vivo alla finale del Mondiale 2006. È il Mondiale del mio cuore perché è il primo che ho seguito davvero ed è quello che ha fatto sognare tutti i ragazzini della mia generazione. Le parole della telecronaca che hanno accompagnato i gol della vittoria risuonano ancora nelle nostre orecchie, così come quelle pronunciate dopo l’errore di Trezeguet e, soprattutto, quella frase diventata ormai leggendaria dopo il rigore di Fabio Grosso: «Il cielo è azzurro sopra Berlino!». Un’altra partita che avrei voluto vedere allo stadio, da romanista, è stata la vittoria contro il Barcellona in Champions League del 10 aprile 2018. Ricordo quanto fossi invidiosa perché mia sorella e mio padre erano davvero lì”.
Quando si spegneranno le luci su questo Mondiale, quale storia speri di poter raccontare? Quella della favorita che conferma i pronostici o quella dell’improbabile impresa destinata a restare nella memoria?
“Mi piace tantissimo la storia dell’outsider che vince in maniera rocambolesca. La storia di Davide contro Golia, in un certo senso. La squadra più piccola e sgangherata che, contro ogni pronostico, riesce a trionfare e finisce inevitabilmente per conquistare la simpatia del pubblico, un po’ come accade nella storia della squadra raccontata nella serie Ted Lasso. Per questo ho tifato per la Croazia durante la finale dei Mondiali del 2018. Alla fine ha vinto la Francia, ma sarei stata irrazionalmente felicissima se la Croazia ce l’avesse fatta”.
