Paolo Calabresi è uno di quegli attori che entrano in scena e spostano l’aria della stanza. Volto, voce e ironia affilata, ha attraversato teatro, cinema e tv senza mai sembrare di passaggio. Ma il calcio, per lui, non è un semplice hobby da weekend: è linguaggio, appartenenza, memoria. Romanista nel cuore e padre del calciatore Arturo Calabresi, vive il pallone come si vivono certe storie importanti: con passione, rito e quella sana imprevedibilità che rende una partita molto simile alla vita.
Qual è il primo Mondiale che si ricorda davvero?
“Ho il ricordo di una serie di urla che provenivano dal salone. Avevo sei anni. Era l’una di notte del 17 giugno 1970, che è anche il giorno del mio compleanno. Italia – Germania 4 a 3 furono i primi tempi supplementari della mia vita. E anche la prima volta che ebbi il permesso di stare sveglio di notte in mezzo ‘ai grandi’.
Lei era il tipo che guardava le partite… o quello che viveva tutto quello che c’era intorno?
“Io ero il tipo che andava allo stadio e viveva tutto quello che c’era intorno. Dopo i rigori della finale di coppa dei Campioni con il Liverpool, sono stato tra quelli che sono andati comunque al concerto di Venditti al Circo Massimo. È il ricordo più dolce e doloroso che ho legato alla mia Roma”.
C’è un giocatore dei Mondiali che le è rimasto addosso anche se non tifava per lui?
“Ronaldo il Fenomeno. L’immagine delle sue giocate accanto a quella di lui che scende le scalette dell’aereo in quelle condizioni è lancinante”.
Quest’anno l’Italia non c’è. Quindi, chi l’‘adotta’?
“Nessuno. Ma non mi avrebbe adottato neanche l’Italia. QUESTA Italia”.
Qual è la cosa più irrazionale che fa durante un Mondiale?
“Un tempo facevo di tutto, guardavo le azioni di spalle, mettevo mani dove non posso dire… oggi sono molto più distaccato”.
Se potessi vivere dal vivo un solo momento della storia dei Mondiali, quale sceglierebbe?
“Gli occhi di Francesco Totti prima di tirare il rigore contro l’Australia nel 2006”.
I Mondiali finiscono: quale finale spera di raccontare agli altri?
“Spero di veder vincere una squadra non blasonata, una squadra di un paese in difficoltà. Sarebbe un bello schiaffo per un calcio malato”.
