Andrea Maggi, docente de Il Collegio, volto di Splendida Cornice e insegnante nella vita di tutti i giorni, guarda il calcio come guarda la scuola e la società: cercando sempre quello che si nasconde dietro la superficie. I Mondiali, nelle sue risposte, non sono soltanto gol, campioni e classifiche. Sono ricordi d’infanzia, miti sportivi, questioni politiche, storie umane. Da Marco Tardelli a Maradona, passando per l’idea di uno sport capace ancora di unire invece che dividere, il suo racconto attraversa quarant’anni di calcio senza perdere mai di vista ciò che accade fuori dal campo.
Qual è il primo Mondiale che ricorda?
Il Mundial 1982. Avevo otto anni e le partite Italia-Brasile 3-2, nonché la finale, Italia-Germania 3-1, sono state il mio battesimo del calcio. Ricordo l’emozione di mio padre e la mia. Ricordo Marco Tardelli e la sua esultanza che nessun altro seppe mai eguagliare; nemmeno lui stesso, quando glielo chiesero per uno spot pubblicitario. La sua emozione mi commosse. Spagna ’82 è quella corsa di Tardelli, quel “Goal!” gridato in modo genuino, non studiato, che ci fece sentire tutti lì con lui. Qualche tempo dopo ebbi modo di conoscere Enzo Bearzot, mio corregionale. Fu come incontrare il vecchio Nestore di ritorno dalla guerra di Troia. Ho una foto di lui che pranza con mio padre e di me accanto a lui mentre mi firma l’autografo. Nessun altro mondiale è stato come quello.
Come viveva i Mondiali: in compagnia o come un rito personale?
Io guardavo le partite. USA ’94 me lo sono visto tutto da solo. Rigori di Baresi e di Baggio compresi. Poi, quando l’Italia vinceva, uscivo a festeggiare. Ma la partita era mia. Non volevo rotture di scatole.
Quale campione dei Mondiali l’ha affascinato più di tutti, al di là della maglia che indossava?
Maradona. Era fortissimo. Indemoniato, quando giocava. Il mio mister diceva che aveva il Dna a forma di pallone da calcio e molto probabilmente aveva ragione. Non ho mai visto nessun altro come lui. Dopo di lui molti giocolieri, pochi talenti veri, ma non come lui. Un giocatore che mi spiace non aver visto giocare, ma che secondo me è stato un Maradona ante litteram è Ezio Vendrame. Lui era un outsider, un ribelle, un anti sistema, un giocatore che non si è mai piegato alle logiche delle società in cui ha militato, un personaggio scomodo e per questo non ricordato come meriterebbe. Vendrame era un po’ il Maradona che si è mantenuto fedele a se stesso. Maradona Diego, invece, si è lasciato divorare dalla sua stessa gloria. Il suo talento è stato anche la sua condanna. È una figura eroica, che come tutti gli eroi si è bruciato con le sue stesse mani. Per questo esercitava su di me un fascino incredibile. Non ero un tifoso del Napoli, ma era impossibile non tifare per il Napoli, quando vi giocava Maradona.
Senza l’Italia in campo, per chi batterà il suo cuore?
Ho degli alunni di famiglie senegalesi e marocchine che sono italiani di seconda generazione, che tifano per l’Italia, ma anche per il Senegal o per il Marocco. Dunque tiferò per Senegal e Marocco. Due squadre che in questo momento hanno un contenzioso aperto per l’attribuzione della Coppa d’Africa. Pazienza, quella questione se la vedano gli avvocati. A me interessa il calcio giocato. Anticipo la domanda: e se dovessi scegliere tra Senegal e Marocco? Sinceramente, lancerei la monetina.
Qual è la cosa più irrazionale che fa durante un Mondiale?
Tifare per la squadra più svantaggiata. Questo mondiale vedrà molto probabilmente l’Iran come la squadra più svantaggiata, visto che andrà a giocare negli States. Per cui, tiferò anche per l’Iran. Per intenderci, non ho nessuna simpatia per il regime degli ayatollah, che è un regime teocratico e fascista. Per contro, quello iraniano è un popolo straordinario che va sostenuto, in particolare la compagine femminile, che patisce da più di quarant’anni vessazioni inaccettabili. Meno male che non hanno ripescato l’Italia: non meritiamo di giocare questo mondiale. La nostra nazionale ha fatto schifo e un ripescaggio sarebbe una soluzione per bambini ricchi e raccomandati. Meglio se restiamo a casa a meditare sulla nostra mediocrità nello sport più popolare in Italia. In molti altri sport meno popolari eccelliamo, ma non gliene frega niente a nessuno. Questo è davvero ingiusto.
Se potesse essere presente a un solo istante della storia dei Mondiali, quale sceglierebbe?
“Che te lo dico a fare? Il gol di Marco Tardelli nella finale di Spagna ’82. Il resto, per me, non regge il confronto”.
Che tipo di finale vorrebbe raccontare una volta spenti i riflettori del Mondiale?
“Quello che servirà per costruire un mondo di pace vera. Dove c’è un vincitore, ma dove chi non vince non si senta sconfitto. Dove lo sport aiuti le nazioni, se questo termine ottocentesco può avere ancora senso in un mondo di Stati multietnici e globalizzati come i nostri, a capire che siamo tutti uguali, dal momento che il pallone è rotondo e che nessuna partita è scritta dal principio. Sto parlando di calcio o di politica? Di entrambi, ovviamente. Vorrei poter raccontare questo mondiale come quello in cui i giocatori della nazionale USA e quella dell’Iran si abbracceranno, alla faccia dei loro capi di Stato che usano la guerra per mantenere in piedi i loro affari personali”.
