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Indian Wells, Medvedev e la fuga da Dubai: "Come un film di Hollywood". Il giallo del passaporto smarrito

Il russo racconta la sua odissea: i missili, la decisione di lasciare gli Emirati Arabi Uniti e l'avventurosa partenza dall'Oman per raggiungere Istanbul e gli Stati Uniti.

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Rino Dazzo

Rino Dazzo

Giornalista

Se mai ci fosse modo di traslare il glossario del calcio in una nicchia di esperti, lui ne farebbe parte. Non si perde una svista arbitrale né gli umori social del mondo delle curve

Tra tutte le partite giocate in carriera, questa potrebbe essere stata la più impegnativa. Certamente la più inusuale. A Daniil Medvedev, infatti, non era mai capitato prima di trovarsi in zona di guerra. L’escalation in Medio Oriente l’ha sorpreso proprio in coincidenza della finale del torneo di Dubai, vinta senza giocare grazie al forfait di Tallon Griekspoor. La gioia ben presto s’è trasformata in ansia per il russo, alle prese – come del resto Andrey Rublev, Karen Khachanov e altri tennisti – con una difficoltà che per giorni s’è rivelata insormontabile: lasciare gli Emirati Arabi Uniti e fiondarsi dall’altra parte del mondo, in California, per Indian Wells.

Medvedev, Tabilo il primo avversario a Indian Wells

Un’esperienza “da film”, con tanto di avventurosa fuga nel deserto, che il russo ha avuto modo di raccontare, una volta giunto a destinazione, col sorriso sulle labbra. A partire da sabato tornerà a occuparsi soltanto di tennis giocato: il suo primo avversario sul cemento californiano sarà Alejandro Tabilo, il cileno che nel primo turno ha piegato agevolmente lo spagnolo Rodar. Nel frattempo, però, sono ancora vivi i ricordi del viaggio tra Emirati Arabi e Oman, del “problema” alla frontiera, delle sette ore trascorse prima di mettere finalmente piede su un aereo con destinazione Istanbul.

Il viaggio verso l’Oman e il “problema” alla frontiera

Da location del 23mo titolo della sua carriera, il secondo nel 2026 dopo Brisbane, segno di una risalita nelle prestazioni evidente anche dai passi in avanti nel ranking, Dubai s’è trasformata per Medvedev in un imprevedibile scenario d’angoscia. “Monitoravo costantemente i voli su Flight Radar”, ha spiegato lo Zar. “Siamo arrivati in Oman in auto. Alcuni sono stati più fortunati, ci hanno messo quattro ore e mezza, altri meno visto che guidato per nove ore. Noi ce ne abbiamo messo sette”. Colpa di un ‘problema’ alla frontiera: “Il nostro autista non riusciva a trovare il passaporto. Dopo aver attraversato il confine siamo dovuti rientrare negli Emirati, l’ha ritrovato nel parcheggio e siamo ripartiti verso l’Oman“.

La reunion con Rublev e Khachanov e il volo per gli USA

Una volta entrato in Oman, tutto è filato liscio. All’aeroporto di Mascate, la capitale, Medvedev s’è riunito a Khachanov e Rublev che hanno vissuto analoghe “odissee”. “Siamo arrivati lì separatamente, abbiamo passato una notte in Oman e il giorno dopo siamo partiti insieme alla volta di Istanbul, dove abbiamo dormito in hotel prima di prendere il volo per Los Angeles. Se si racconta il viaggio nei minimi dettagli, certo, sembra qualcosa di insolito. Sembrava di essere in un film di Hollywood, ma invece era tutto vero. Abbiamo attraversato il confine con altre persone, abbiamo visitato l’Oman per la prima volta e in una situazione così insolita“.

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