C’è una fotografia che racconta tutto. Cristian Chivu in panchina a San Siro, braccia conserte, mascella ferma e la faccia da difensore che non cambia espressione neanche quando il mondo intorno brucia. Dentro c’è un film intero: il ragazzo di Reșița, Romania profonda vicino al confine con la Serbia, papà ex calciatore che lo porta a calciare il pallone prima ancora di saper leggere. Lo stesso padre che a Reșița ha uno stadio con il suo nome. Decenni dopo, quel ragazzo siede sulla panchina della stessa squadra con la quale ha vinto il Triplete e della quale ha scritto un pezzo di storia importante. La seconda storia interista di Chivu è la storia di chi non ha mai lasciato casa, l’ha solo reinterpretata.
L’uomo e il tecnico
Quando l’Inter lo ha scelto, nell’estate del 2025, la squadra arrivava dal terribile finale di stagione dell’anno prima. Prima la sconfitta in semifinale di Coppa Italia nel derby contro il Milan, poi lo scudetto perso in volata contro il Napoli e poi la disfatta incredibile nella finale di Champions contro il PSG. Pochi giorni dopo la finale di Monaco di Baviera, Inzaghi decide di andare verso i petrodollari e firma con l’Al-Hilal. L’Inter rimane con il cerino in mano. Fabregas rifiuta e arriva Chivu. L’ex difensore ha fatto la gavetta silenziosa nelle giovanili nerazzurre dal 2018, salendo di categoria in categoria, dall’under 14 alla Primavera, con la quale vince lo scudetto al primo tentativo, nel 2021-22. Poi il Parma, quasi per caso, una salvezza ai limiti dell’impossibile raggiunta con sedici punti in tredici partite. Eppure sembrava non essere abbastanza per gestire una prima squadra di livello europeo.
Chivu arriva ad Appiano Gentile con qualche scetticismo di troppo, ma ha comunque portato una nuova idea di calcio. Soprattutto uno stile Inter, quello che lui ha imparato negli anni da giocatore e che sta tramandando ai suoi. Lo stesso Chivu ha ammesso che il gruppo lo ha sorpreso non dal punto di vista professionale, ma per quello umano, l’unità di uno spogliatoio che ha saputo stare insieme nelle difficoltà derivate dal finale della scorsa stagione. Da giocatore era sempre l’ultimo a mollare, da allenatore è lo stesso, ma col cronometro in mano e la lavagna nella testa.
Le frasi cult
Chivu ha portato una ventata d’aria fresca anche in conferenza stampa, un po’ sulla falsa riga di Daniele De Rossi. Raramente alza la voce o se la prende con gli arbitri (tolta qualche eccezione), quasi mai si perde in voli pindarici, eppure lascia cadere frasi che restano. Quando gli chiedono di difese e gol subiti, taglia corto: “Ormai sono finiti i tempi in cui le migliori difese vincono i campionati. È un calcio più moderno, dinamico, di intensità”. Sul tema scudetto ha tenuto la guardia altissima per tutta la stagione, schivando la parola come fosse una maledizione. Alla vigilia della trasferta di Torino si è limitato a dire che la squadra è “serena, consapevole del lavoro svolto e di quanto abbiamo lavorato per arrivare qui”, senza sbottonarsi di un millimetro. Dopo il 2-2 contro i granata e la festa rimandata, ha risposto così a chi gli chiedeva se preferisse festeggiare in casa: “Uno scudetto vinto è sempre uno scudetto vinto. Farlo in casa o altrove non cambia niente. Dobbiamo solo cercare di coronare il nostro sogno al meglio delle nostre possibilità.” Sul capitolo arbitri è sempre stato “democristiano”, anche se la maschera si è spezzata a metà in occasione di Inter-Juve, quando prima della partita aveva affermato che gli allenatori dovrebbero parlare di arbitri anche quando ricevono errori a favore, ma poi si è smentito da solo dopo l’episodio di Kalulu-Bastoni.
La svolta tattica
Con Chivu, il 3-5-2 che ha contraddistinto il ciclo nerazzurro di Inzaghi è sopravvissuto, ma con modifiche sostanziali. Quello che è cambiato è il tempo, i trigger del pressing e l’integrazione dei nuovi arrivi estivi. La svolta più interessante è arrivata a stagione in corso: Chivu ha guardato sempre più spesso alla soluzione del doppio regista come risposta alle esigenze tattiche emerse nelle settimane più difficili dal punto di vista dei risolutati, un’idea che prende forma soprattutto dopo la vittoria di Bergamo. Il simbolo di questa rivoluzione silenziosa è Piotr Zielinski, tornato centrale nel progetto dopo una prima stagione segnata da discontinuità e problemi fisici. Il polacco è tornato in cattedra ed è diventato prezioso proprio per la capacità di interpretare più ruoli. La vittoria di Marassi contro il Genoa ha certificato un passaggio tattico e mentale fondamentale: da lì si è vista un’Inter più matura, capace non solo di giocare bene ma anche di proteggere il risultato nei momenti più delicati, mostrando la concretezza troppo spesso assente. Chivu ha insegnato all’Inter come sapersi sporcare.
I momenti salienti della stagione
La stagione però era tutt’altro che partita bene. I nerazzurri hanno cominciato con appena tre punti nelle prime tre giornate, cadendo contro l’Udinese e nel derby d’Italia contro la Juventus. Una partenza che avrebbe fatto tremare chiunque, soprattutto un esordiente sulla panchina di un club abituato a vincere e con tutti i favori del pronostico a favore. Invece Chivu ha stretto i denti, ha fatto girare la testa ai suoi e ha innescato una risalita progressiva che non si è più fermata. Il campionato ha preso una forma chiara: dominio interno, con qualche inciampo che ha tenuto la classifica in bilico abbastanza a lungo da rendere tutto più bello. Nella fase più delicata dell’anno l’Inter ha pareggiato in casa con l’Atalanta e in trasferta con la Fiorentina, perdendo il derby col Milan per 1-0, appena due punti in tre partite, in un momento in cui il margine sulle inseguitrici avrebbe potuto già essere definitivo. Ma le sbandate delle inseguitrici e la costanza ritrovata dai nerazzurri hanno steso il tappeto rosso verso il 21esimo scudetto
Bisogna però anche analizzare il capitolo europeo, il rovescio della medaglia di questa stagione: prima l’uscita dalle prime 8 della League Phase e poi l’eliminazione dalla Champions per mano del Bodo/Glimt hanno bruciato, soprattutto perché ha rivelato i limiti di una rosa costruita per dominare in Italia ma che non ha saputo valorizzarsi per spaventare in Champions. La Coppa Italia è ancora lì: una finale che aspetta, un double possibile.
Prendere in mano un’Inter reduce da un finale di stagione disastroso e portarla a vincere il campionato e a un passo dal double nazionale non è cosa da tutti, soprattutto per un allenatore che prima di questa stagione aveva vissuto solo qualche mese in massima serie. Cristian Chivu, lo stagista, ha consegnato il suo capolavoro.
