La strada che porta in Qatar è sempre più lastricata. E non è nemmeno tutta colpa di Nikola Jokic: il più temuto della Serbia ha fatto il minimo sindacale, ma è piuttosto l’Italia di coach Banchi a dimostrare una volta di più di aver digerito male la finestra FIBA di fine agosto. Col secondo stop consecutivo dopo quello con la Bosnia che complica è nemmeno poco il cammino verso i mondiali: la vittoria della Lituania contro i bosniaci rimescola le carte e fa perdere definitivamente il tesoretto che gli azzurri avevano conquistato nella prima parte delle qualificazioni. Adesso serviranno almeno due (se non tre vittorie) per staccare il pass per i mondiali, ma il calendario sarà tutto, fuorché amico.
- Avramovic trova le triple che fanno la differenza
- Mannion da favola, stavolta però senza lieto fine
- A novembre con Turchia e ancora Serbia (senza gli NBA)
Avramovic trova le triple che fanno la differenza
A Pesaro il vero fattore è stato Aleksa Avramovic. Che in Italia è passato da Varese una decina d’anni fa, ma che soprattutto ha avuto il merito di trovare la quadra ai canestri dall’arco di una Serbia che nella prima mezzora ha sparato salve, prima di trovare 4 triple pesantissime del numero 30 che hanno spaccato in due la partita.
Con l’Italia che dopo aver provato la fuga in avvio con le triple di Fontecchio (massimo vantaggio +6) e dopo essersi vista costretta a ritornare nei ranghi, complice anche qualche fischio arbitrale di troppo (clamorosi i tre falli fischiati a Ricci nell’arco di 20 secondi, ma anche Niang e Akele si sono caricati presto di falli), ha dovuto passare per il deserto di un secondo quarto da horror in attacco, con anche 5 minuti di rottura prolungata.
È lì che la Serbia avrebbe potuto approfittare delle difficoltà degli azzurri, ma le percentuali basse dei balcanici hanno tenuto tutto sommato aperta la contesa (31-40 all’intervallo lungo). Con Jokic al minimo sindacale, inefficace da campo e a segno solo dalla lunetta.
Mannion da favola, stavolta però senza lieto fine
Eppure, ad accendere per davvero la luce, ancora una volta c’ha pensato Mannion. Come con la Lituania a inizio luglio, quando aveva architettato una rimonta da follia pura che pure, in virtù anche del ko. con la Bosnia (che i lituani hanno battuto, seppur non senza fatica), adesso diventa un po’ meno performante di quanto ci si sarebbe potuti immaginare. Mannion nel terzo quarto ha fatto il diavolo a quattro: glaciale dalla lunetta (10/10 di serata), freddissimo anche dall’arco, con tre triple buone per ricucire e ritrovare la parità a quota 54.
Con la Serbia a sua volta in rottura prolungata e l’inerzia (apparentemente) tutta favorevole agli azzurri, il dejavu di quanto visto due mesi fa sembrava già pronto per essere consegnato agli annali, seppur con modalità e tempi diversi. E invece la luce s’è spenta di nuovo sul più bello, o forse semplicemente quando più contava. Con la Serbia che ha cavalcato un quintetto piccolo, mettendo Jokic a sedere e trovando l’allungo che ha deciso la contesa.
Le triple di Avramovic hanno scavato il solco decisivo e nel finale, con Fontecchio assalito dai crampi (ma comunque mai a segno nel secondo tempo dopo i 15 punti del primo: a vederlo c’era Erik Spoelstra, head coach di Miami e prossimo coach di Team USA al mondiale 2027 e alle olimpiadi 2028) e le idee offensive oggettivamente venute meno. A quel punto la Serbia ha dovuto soltanto controllare e completare l’opera, salendo al secondo posto e chiudendo con un +12 che in caso di arrivo a pari punti potrebbe pesare tanto anche nell’economia della differenza canestri.
A novembre con Turchia e ancora Serbia (senza gli NBA)
Banchi a fine partita ha ammesso le difficoltà, ben evidenziate dal 40-27 a rimbalzo a favore dei serbi (18-11 quelli offensivi). Con Mannion da 23 punti e Fontecchio da 15, ma nessun’altro in doppia cifra, pensare però a un finale differente era oggettivamente troppo.
A fine novembre l’Italia affronterà prima la Turchia in casa, poi la Serbia a domicilio (senza Jokic e nemmeno Jovic, l’altro NBA a roster, che pure non ha lasciato traccia, fuori per falli a metà partita): vincerne almeno una (meglio se quella in trasferta in Serbia) potrebbe rappresentare un’ancora di salvezza, perché poi nelle ultime sfide contro Bosnia e Turchia (fuori) la speranza è che ci possa essere ancora un gap di vantaggio su chi insegue.
La fine d’agosto però s’è rivelata nefasta: condizione fisica approssimativa (ma valeva per tutti), scarsa lucidità nei momenti chiave e letture rivedibili che rischiano di presentare un conto assai salato. Nulla è perduto, ma d’ora in avanti tutto sarà più complicato.
