Dopo la difesa ecco l’attacco: il presidente federale uscente Gabriele Gravina, in prorogatio fino alle prossime assemblee elettive del 22 giugno, ha mantenuto la promessa di rendere noto il suo ricco dossier che elenca tutte le ragioni del malessere del calcio italiano, che dura da tempo. Un faldone venuto in possesso del Corriere dello sport e in cui si mettono in risalto responsabilità condivise, dai club alla politica passando per la Lega calcio.
- Quanti stranieri in campo
- Impossibile numero minimo italiani in campo
- Perché non si passa alle 18 squadre in A
Quanti stranieri in campo
Il dato bassissimo di italiani in campo nell’ultimo turno di campionato (in Udinese-Como c’era solo Zaniolo tra i 22 titolari) è il primo esempio che spicca: 67,9% di minuti complessivi sono stati giocati da calciatori non selezionabili per la Nazionale, neanche Spagna e Francia sono a quesit livelli. L’Italia è anche ultima per ricavi complessivi generati nell’ultimo decennio da trasferimenti internazionali di calciatori “formati nel paese”: significa che il made in Italy esportato è quasi pari a zero. Solo Atalanta e Juve compaiono nella classifica dei primi 50 settori giovanili al mondo per ricavi decennali dalla vendita di calciatori cresciuti nel vivaio, mentre l’Inter è 53ª. La Serie A infine è il 49° campionato al mondo (su 50 monitorati) per percentuale di minuti giocati da calciatori U21 selezionabili per la Nazionale: appena l’1,9%.
Impossibile numero minimo italiani in campo
Gravina ha ricordato come l’inserimento di un numero minimo di calciatori italiani da schierare in campo è «impossibile da attuarsi perché contrario al principio della libera circolazione dei lavoratori». La Figc non può imporre nulla in questo senso, ma si evince dal suo dossier anche che il sistema calcio è «economicamente insostenibile» perché le risorse generate non bastano a coprire i costi. I club professionistici sono poi troppi, a fronte di stadi sempre più inadeguati e fatiscenti.
Perché non si passa alle 18 squadre in A
A seguito dell’ “emendamento Mulè”, poi, le leghe professionistiche godono inoltre di una sostanziale autonomia nell’organizzazione della propria attività così per la federazione è quasi impossibile mettere mano ad alcune riforme, su tutte quella dei campionati con la riduzione di Serie A e Serie B a 18 squadre e la riduzione dell’area professionistica della Lega Pro.
Non mancano proposte per il futuro, suggerimenti per il prossimo presidente: la percentuale sul diritto alla scommessa con precisi vincoli di destinazione come gli investimenti in infrastrutture, lo sviluppo dei vivai e la lotta alla ludopatia, l’adozione di misure di sostegno per la realizzazione di nuovi stadi e/o l’ammodernamento di quelli esistenti, la riforma dei campionati e del settore arbitrale ma per riuscirci serve «un’unità d’intenti che superi i confini del conveniente e dell’opportuno», con una «convinta e unanime volontà di anteporre il bene comune alla difesa del proprio posizionamento». Cose che, evidentemente, sarebbero mancate sotto la sua gestione.
