La prima croce arrivò sulle sue spalle. Fino a quel momento l’Italia – che ha vinto 4 Mondiali nella sua storia – aveva saltato solo l’edizione del 1958 (oltre alla prima del 1930 cui non partecipò perché l’Uruguay era troppo lontano) ma da quando Giampiero Ventura fallì sulla panchina azzurra la qualificazione a Russia 2018 si è aperto il baratro per la nostra Nazionale. Intervenuto a Radio anch’io sport l’ex ct ricorda la sua esperienza e si toglie qualche sassolino dalle scarpe.
Il ko con la Svezia
Quel playoff con la Svezia nel 2017, con Buffon in lacrime dopo lo 0-0 di San Siro che lasciò a casa gli azzurri, sembra preistoria rileggendo quella formazione (Buffon; Barzagli, Bonucci, Chiellini; Candreva, poi Bernardeschi, Parolo, Jorginho, Florenzi, Darmian, poi El Shaarawy; Immobile, Gabbiadini poi Belotti con in panchina Donnarumma, Perin, Astori, Rugani, Zappacosta, De Rossi, Gagliardini, Eder, Insigne) ma attualissimo per l’amarezza e la delusione.
Di quella squadra è rimasto solo Donnarumma: Buffon è diventato team-manager, Bonucci è entrato nello staff di Gattuso. In panchina c’era Ventura che, reduce da anni super col Torino, di fatto ha chiuso la carriera dopo quella esperienza e oggi a Radio 1 dice: “Da Italia-Svezia del 2017 non è cambiato nulla. È chiaro che in questo momento Gattuso sarà dispiaciuto, ci sono passato anch’io, ti senti responsabile per non aver raggiunto l’obiettivo.
L’importante è che, in cuor suo, sappia di aver fatto il massimo. Gli consiglio di ripartire serenamente a rifare il lavoro che ha sempre fatto. Il dopo Gattuso penso che sia l’ultimo dei problemi. Qualsiasi sia il ct, se non viene messo nelle condizioni di lavorare al meglio, opererà sempre in questo contesto di difficoltà. Nel 2006 abbiamo vinto perché avevamo una generazione di fenomeni. Oggi questa generazione non c’è”. E lo dice come per provare a togliersi quel peso dal cuore.
L’analisi di Ventura
Nel giustificare Ringhio è come se assolvesse se stesso: “Siamo stati eliminati dalla Svezia, poi arrivati quinta al Mondiale. L’attacco fu personale, bisognava trovare un capro espiatorio. Ma ormai fa parte del passato. Certamente ha inciso sulla mia scelta di staccare. Fu una violenza in alcuni casi anche gratuita. Non è tutta colpa dei ct, è evidente. Ha le sue responsabilità, ma non è un problema di presidente federale o di allenatore, bensì di cultura, di sistema. Facciamo sempre finta di niente. Dopo il 2006, siamo usciti subito sia nel 2010 che nel 2014. Poi non ci siamo qualificati per tre Mondiali di fila. L’ultimo Europeo è stato bruttissimo.
C’è stata solo la parentesi dell’Europeo vinto, la classica eccezione che conferma la regola. Ogni volta ci ritroviamo a parlare, a spiegare. Le criticità sono strutturali, deve intervenire il governo, non solo quello federale. Assolutamente non riprenderei in mano la Nazionale. Non l’avrei voluta prendere neanche quando l’ho presa. Dopo pochissimo tempo, mi resi conto che avevo fatto la scelta sbagliata ed era un momento in cui di scelte ne potevo fare diverse, anche molto interessanti . Ma è inutile piangersi addosso. Non c’erano i presupposti allora, non ci sono oggi. Chiunque siederà sulla panchina azzurra, incontrerà difficoltà oggettive”.
La ricetta per risorgere
“Leggevo in questi giorni che Roberto Baggio aveva proposto 900 pagine di idee, lo feci anch’io – continua Ventura – Avevo presentato un report, ritenevo che ci fosse la necessità di comportamenti diversi. I palazzi si costruiscono dalle fondamenta, non dall’attico. Un tempo, i giovani giocavano 4-5 ore al giorno, tutti i giorni. Giocavano per strada o negli oratori. Se questi spazi non ci sono più perché la società è cambiata, bisogna crearne di nuovi. Servono centri federali per dare possibilità in tutta Italia di poter sviluppare questa tematica e vanno messi allenatori-educatori capaci e pagati, che non hanno l’obiettivo di vincere il torneino, ma di creare e di far crescere. I giovani? Mi viene in mente l’esempio di Vergara: ha fatto 7-8 partite molto buone, è stato già paragonato a Sivori. È nel Napoli da sempre, ma non avrebbe giocato neanche un minuto se non ci fossero stati tutti gli infortuni che ha avuto il Napoli quest’anno. Lo stesso Pisilli è da tempo che si conosce, poteva avere molto più minuti sulle spalle e sulle gambe. In Italia funziona così, mentre in Spagna non ci si stupisce nel vedere un 2008 o un 2010 titolare in Champions o in Liga”.
