Quel credito contratto con la sorte, statene certi, Lindsey Vonn prima o poi passerà a riscattarlo. “Non mi piace chiudere la porta a niente, perché nella vita non si sa mai cosa può succedere”. Tradotto per i profani: Lindsey Vonn di appendere definitivamente gli scarponi al chiodo ancora non ci pensa. Nemmeno dopo quello che ha passato a Cortina, quando un’inforcata dopo 12 secondi della discesa libera olimpica gli è costata un mare di dolore, fino quasi a rischiare di perdere l’utilizzo della gamba. “Sento che sarebbe una cosa terribile se la mia carriera dovesse finire quell’ultima discesa. Perché è vero, ho resistito solo 13 secondi, ma sono stati 13 secondi davvero belli”.
- La ricerca di un nuovo equilibrio e la "difficile" degenza a Treviso
- Il ricordo più brutto: "Il dolore più forte mai provato in vita mia"
- L'eredità che la tormenta: "Non voglio essere ricordata per la caduta"
La ricerca di un nuovo equilibrio e la “difficile” degenza a Treviso
Lindsey Vonn da poco meno di un mese è tornata a casa, nelle montagne dello Utah. Dove quest’anno ha nevicato pochissimo, e dove la neve praticamente s’è vista col lanternino. Lei intanto ha cominciato a riprendere a piccoli pezzi la propria vita di sempre: dopo 6 operazioni nel giro di tre settimane, non la più semplice delle cose da fare. ù
“Sto cercando di trovare un equilibrio. Non ho la minima idea di come sarà la mia vita tra due o tre anni, ma so quello che sto passando adesso e cerco di vivere ogni giorno per quello che mi da. So di aver rischiato tanto con la caduta di Cortina, ma il dottor Hackett e tutti i medici che mi hanno preso in cura hanno fatto un lavoro eccezionale”.
La gratitudine all’ospedale di Treviso, dove è stata ricoverata per un paio di settimane, è totale. Anche se non sono mancate criticità. “Soffrivo tanto per il dolore, ma in Italia ci sono abitudini diverse rispetto agli Stati Uniti. Non ero da sola in camera, c’erano sempre le luci accese anche di notte, specie quelle d’emergenza, e poi ogni tre ore venivo svegliata da persone che mi parlavano in italiano, e io, che già ero in stato un po’ confusionale per via dei tanti farmaci che prendevo per attenuare il dolore, non capivo nulla. Insomma, è stato un grosso esercizio di autocontrollo emotivo”.
Il ricordo più brutto: “Il dolore più forte mai provato in vita mia”
L’infortuno di Vonn è stato uno dei momenti più drammatici che la storia olimpica dello sci alpino abbia mai contemplato. E proprio il fatto di non voler essere ricordata per quell’ultima maledetta inforcata è la molla che potrebbe spingere la sciatrice americana a tornare una volta di più alle competizioni. “Quando ho smesso la prima volta avevo 34 anni e mi dicevano che ero già vecchia… quando sono tornata a 40 anni, in molti cominciarono a guardarmi con sospetto. Eppure ho dimostrato che avevo ragione io: ho vinto due gare, sono andata in testa alla classifica di discesa e a Cortina sapevo di essere l’atleta da battere.
Mentalmente mi sentivo fortissima: neppure la maledetta caduta di Crans Montana mi aveva tolto certezze, perché il crociato era rotto, ma io riuscivo a sciare bene. Poi è successo quello che è successo: volevo prendere un “drift” verso sinistra, invece sono passata troppo forte su quel dosso prima della curva e non sono riuscita a ruotare come avrei voluto fare. Poi la sfortuna ha voluto che quella porta non aveva lo sgancio rapido, così mi sono insaccata col braccio destro nella bandierina. Sono stati piccoli dettagli, ma li ho pagati a carissimo prezzo”.
Talmente alto da aver rischiato di non camminare più. “Gli sci non si sono sganciati e io urlavo dal dolore perché sentivo delle fitte un po’ ovunque. Di questo incidente mi porterò dietro proprio questo: il ricordo di quanto fosse forte il doloro che ho provato. Anche in ospedale, spesso gli antidolorifici finivano l’effetto rapidamente e il medico della nazionale USA non sapeva più come alleviarlo”.
L’eredità che la tormenta: “Non voglio essere ricordata per la caduta”
Quasi due mesi dopo quella caduta, Lindsey sta tentando di trovare un po’ di quiete e serenità. Dopo l’operazione (la quinta) alla quale si è sottoposta appena arrivata negli States a inizio marzo per stabilizzare definitivamente la frattura alla gamba sinistra, oggi le sue giornate raccontano di due ore di fisioterapia al mattino, due ore di camera iperbarica e altre due ore di esercizi pomeridiani in palestra.
“Finalmente ho smesso di prendere antidolorifici, e questo mi permette di tenere conversazioni più sensate, altrimenti spesso la mente vagava via senza che potessi fermarla”, spiega all’intervistatrice di Vanity Fair che è andata a trovarla. Magari sta già pensando a come stupire di nuovo il mondo quando il corpo gli darà l’opportunità di farlo.
“Ho già dimostrato che è bastata una protesi al ginocchio destro per tornare a fare quello che più mi piaceva. Non lo so cosa accadrà in futuro, ma è bene che la gente sappia che io non sono pazza e so quello che posso fare. Fin qui, non ho il minimo rimpianto per ciò che ho messo in pista. Ma ripeto, non voglio essere ricordata per l’incidente che ho avuto alle olimpiadi. È assurdo che nessuno si ricordi di cosa avessi fatto nell’ultimo anno prima di quei 12 secondi”.
