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Claudio Lotito non sostiene Giovanni Malagò presidente FIGC. Serie A compatta, la Lazio si smarca

Sono 18 i club di serie A che hanno sostenuto ufficialmente la candidatura dell'ex presidente del Coni al vertice della Federazione. I motivi per i quali la Lazio e gli scaligeri non si sono allineati

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Auden Bavaro

Auden Bavaro

Giornalista

Lo sporco lavoro del coordinamento: qualcuno lo deve pur fare. Eppure, quando ha modo di pigiare le dita sulla tastiera, restituisce storie e racconti di sport che valgono il biglietto

Diciannove club di serie A su venti hanno accreditato Giovanni Malagò per la presidenza FIGC; la Lazio di Claudio Lotito no, il Verona ha fatto dietrofront in serata dopo aver tergiversato per diverse ore. I biancocelesti non hanno votato contro Malagò in una conta tradizionale ma non hanno firmato il modulo federale di accreditamento con cui la Serie A indica un candidato alla presidenza FIGC.

L’assemblea elettiva federale è convocata per il 22 giugno 2026; le candidature vanno depositate entro il 13 maggio; la Serie A pesa per il 18% dei voti ponderati, contro il 34% della Lega Nazionale Dilettanti (gli altri soggetti in causa: Associazione Italiana Calciatori 20%; Lega Pro 12%; allenatori (AIAC) 10%; Serie B 6%).

Per questo la scelta dei club di A è politicamente importante anche se non basta da sola a nominare il nuovo presidente.

Il presidente della Lega Serie A Ezio Simonelli ha spiegato che si tratta di una questione di metodo: secondo la Lazio (e in un primo tempo anche il Verona), sarebbe stato preferibile discutere prima i programmi e successivamente il profilo. A quota 11 accrediti Malagò sarebbe già diventato il candidato della componente: i 19 voti finali rappresentano una investitura molto forte.

Il no di Lotito a Malagò non è non un veto sul nome

Lazio e Verona sembrano muoversi allo stesso modo ma i due no hanno un peso diverso. Lotito, all’uscita dall’assemblea, ha dato una spiegazione più marcata e sostenuto che il calcio italiano vada ristrutturato, che il sistema sia ancora regolato da una legge “di 45 anni fa”, la 91 del 1981, e che serva addirittura “la nomina di un commissario”. Ha aggiunto una frase che restringe il campo delle interpretazioni:

“Il nome non c’entra niente”.

Non va inteso come un veto su Malagò, piuttosto sull’idea di tornare a una normalità elettorale senza una rifondazione del sistema.

La politica e il tema del commissariamento

Se a inizio aprile il ministro per lo Sport Andrea Abodi aveva evocato il commissariamento della FIGC come strada da percorrere dopo la terza mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali (sostenendo che il voto subito non avrebbe risolto il problema), il lessico del presidente laziale si sovrappone alla perfezione. Il suo no potrebbe essere un allineamento strategico per aprire una fase di transizione più lunga.

Ancora nel tardo pomeriggio di oggi Fratelli d’Italia attraverso Paolo Marcheschi, e responsabile nazionale Sport del partito, ha chiesto una virata differente:

“Il sistema così non funziona. Senza una revisione profonda della governance e dei poteri, il rischio è cambiare i nomi senza cambiare le cose. Il calcio italiano ha bisogno di riforme vere. E le riforme vere richiedono il coraggio di cambiare le regole del gioco. Ma anche i poteri per poterle realizzare, che solo un Commissario può avere”.

Il peso di Lotito nella futura FIGC

La seconda lettura, meno istituzionale, è quella di un no di posizionamento nella futura architettura federale. Non manca l’ipotesi di un Lotito interessato a tornare protagonista in FIGC: è stato consigliere federale fino a inizio 2025.

Chi ha sostenuto la candidatura di Malagò in Figc

Giuseppe Marotta e Aurelio De Laurentiis vengono indicati quali sponsor determinanti nel tessere l’investitura di Malagò; il nome dell’ex presidente del CONI era visto con favore dai club più forti e con più diffidenza tra le società minori. Tra gli ultimi club a invertire un dissenso e trasformarlo in consenso, il Torino di Urbano Cairo, Sassuolo, Pisa e Parma.

Il caso Verona: una posizione attendista

Il caso del Verona ha una spiegazione ufficiale ed è quella data da Simonelli: l’Hellas non avrebbe voluto anteporre il nome al programma. La differenza, rispetto alla Lazio per bocca di Lotito, è che nel caso degli scaligeri, in una prima fase, sono mancate dichiarazioni pubbliche.

Il Verona ha espresso una posizione attendista: formalmente sul metodo, forse anche su alcuni equilibri futuri del campionato. Cautela negoziale in attesa di capire dove porterà la candidatura Malagò. Poi, in serata, la scelta di appoggiare l’ex presidente del Coni.

Le medio-piccole e la Serie A a 18 squadre

La diffidenza di alcuni club medio-piccoli verso un candidato percepito come più vicino alle big e potenzialmente favorevole a una Serie A a 18 squadre. All’inizio, tra le “piccole” c’era il timore che un mandato di Malagò, sostenuto dai grandi club, potesse spingere con forza proprio verso la riduzione dei club che possono prendere parte alla serie A.

Alcune analisi sostengono che una maggioranza così larga attorno a Malagò sia nata da un compromesso che di fatto allontanerebbe l’ipotesi della Serie A a 18 squadre. Potrebbe essere un elemento ritenuto significativo anche in casa Hellas, con il parere favorevole del Verona su Malagò in vista del voto del 22 giugno.

Claudio Lotito non sostiene Giovanni Malagò presidente FIGC. Serie A compatta, la Lazio si smarca Getty

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