Marco Trungelliti è la dimostrazione evidente che, senza tenacia, anche il talento può essere questione relativa. A 36 anni compiuti, il tennista argentino con cittadinanza italiana è riuscito a entrare nella Top 100 Atp realizzando così un obiettivo personale e da pro quando per altri l’unico tassello mancante è costituito dal ritiro. Quindi, Trungelliti, in direzione ostinata e contraria, ha trasformato la sua tenacia in un record: è il più anziano a fare il proprio ingresso in classifica tra i primi 100. Non male, nell’era di Carlos Alcaraz e Jannik Sinner.
- Marco Trungelliti entra a 36 anni nella Top 100 Atp
- Una carriera tra alti e bassi
- La crisi dopo la Coppa Davis
- Lo scabroso tentativo di scommesse denunciato
Marco Trungelliti entra a 36 anni nella Top 100 Atp
Trungelliti si è guadagnato i suoi 15 minuti di celebrità assoluta, totale (in verità, decisamente di più ma con oggi supera i confini della sua Argentina e degli appassionati di tennis) complice il rosso di Marrakech, ora che si apre la stagione della terra che comprende pure il torneo Grand Prix Hassan II e l’argentino si affaccia a un primato personale, e di carriera, che altri avrebbero accantonato.
Ha sconfitto il francese Corentin Moutet per 4-6, 6-3, 6-4, diventando il giocatore più anziano (36 anni e 65 giorni) a debuttare nella top 100 dal 1975. Invece, si gode con ogni merito e riconoscimento dall’alto della sua ventennale carriera da pro. Certo, per questioni aritmetiche ha atteso fino ad oggi, venerdì 3 aprile. Ma è un intervallo tollerabile, alla fin fine.
L’argentino accedendo alla semifinale si è garantito un beneficio, accompagnato da una bella soddisfazione, come tennista più anziano nell’era Open a entrare per la prima volta in top 100. La sua settimana in Marocco, partita dalle qualificazioni, è stata il punto più alto di un percorso costruito tra tornei meno blasonati e tentativi fino ad oggi alquanto deludenti.
Una carriera tra alti e bassi
Per anni ha frequentato il circuito Challenger, meno mainstream e poco remunerativo rispetto agli altri tornei blasonati che, nel suo caso sono rimasti un sogno. Partita dopo partita, torneo dopo torneo, ha salito posizione su posizione senza mai eccellere, sia chiaro. Forse la soddisfazione più grande l’aveva avuta al Roland Garros, quando da lucky loser venne richiamato e raggiunse in auto Parigi, che aveva già lasciato.
Dalla sua scheda Atp, la conferma: ha fatto il suo accesso tra i Top 200 nel 2012, raggiungendo il suo best ranking (fino ad oggi) alla posizione 112 dopo aver raggiunto i quarti a San Paolo nel 2019. Quindi ha motivo di festeggiare e, con lui, la sua famiglia che o ha sostenuto anche quando lo ha colto l’ultima crisi.
La crisi dopo la Coppa Davis
Solo due mesi fa era sull’orlo di ritirarsi, come ha raccontato egli stesso. Dopo aver perso il quinto match della serie tra Argentina e Corea del Sud a Busan contro Hyeon Chung; 6-4 e 6-3, si è sentito in colpa nei confronti dei suoi compagni. È sprofondato nel baratro. Si è rimproverato come mai prima d’ora. Angosciato e disorientato, prese in considerazione l’idea di abbandonare il tennis, di porre fine alla sua carriera lì per lì o nelle settimane successive. “Non giocavo più. Quello fu l’inizio della fine”, ha svelato all’argentino La Nacion.
Decise di viaggiare da solo e di ripartire dopo aver sentito le persone più care, come sua moglie Nadir, il suo allenatore Albert Portas e Coco Bariles e soprattutto l’amico Javier Saviola che frequenta abitualmente ad Andorra. Grazie a lui si è ripreso, ha continuato il suo programma ed è arrivato a Marrakesh.
Lo scabroso tentativo di scommesse denunciato
Non è stato l’unico momento complicato, per lui. Le sue rivelazioni sui tentativi subiti hanno scosso il circuito nel 2019 quando, stanco di essere maliziosamente etichettato come “spia”, ha raccontato nel dettaglio come aveva rifiutato un tentativo di corruzione per truccare le partite a scopo di scommesse risalente al 2015 a La Nacion, autorevole quotidiano e sito argentino.
Dopo le sue rivelazioni, ha ricevuto meno sostegno pubblico dai suoi colleghi di quanto sperasse ma pure la difesa di John McEnroe, Juan Martín del Potro, Leo Mayer e Federico Delbonis furono tra i pesi massimi e si è sentito abbandonato da molti colleghi e istituzioni dopo aver denunciato alla Tennis Integrity Unit e affrontato il processo. Lo stress ha avuto un impatto negativo su di lui sia fisicamente che mentalmente, oltre agli infortuni. Oggi si può godere risultati e soddisfazioni, non senza aver versato la sua quota di sofferenza, incomprensioni.
