A Siviglia è cambiata la storia di una panchina. Pellegrino Matarazzo ha guidato la Real Sociedad nella notte della Cartuja, dove una finale incredibile contro l’Atletico Madrid, chiusa 2-2 ai tempi regolamentari, ha consegnato la Copa del Rey ai baschi dopo supplementari e calci di rigore.
Ma il trionfo va oltre il risultato: Matarazzo, l’allenatore che l’Italia ha dimenticato e fino a pochi mesi fa era una scommessa, è diventato protagonista del calcio europeo.
- Una finale che entra nella storia
- Il primo americano a vincere nell’élite europea
- Da scommessa a certezza
- Origini irpine: tifa i lupi dell'Avellino
- Tre identità, una sola visione
- Il legame con l’Italia (e un’occasione mancata)
- Un segnale per il calcio americano
Una finale che entra nella storia
I baschi erano partiti fortissimo, in vantaggio dopo appena 15 secondi con Barrenetxea. Poi il pareggio di Ademola Lookman, il nuovo vantaggio della Sociedad firmato Mikel Oyarzabal e ancora la rimonta dell’Atletico, con un gol spettacolare di Julián Álvarez.
Ai rigori, però, i pronostici sono saltati: il portiere Unai Marrero ne ha parati due mentre Pablo Marín ha segnato quello decisivo. È il quarto trionfo nella storia del club dopo quelli del 1909, 1987 e 2020. Ma questa volta il significato va oltre la bacheca.
Il primo americano a vincere nell’élite europea
Con questo successo, Matarazzo diventa il primo allenatore nato negli Stati Uniti a vincere un trofeo in uno dei cinque grandi campionati europei. Evento che riscrive confini e prospettive.
Negli ultimi anni, diversi tecnici americani avevano provato a imporsi in Europa, senza riuscirci davvero. Nemmeno figure importanti come Bob Bradley (tra Francia e Inghilterra) o Jesse Marsch (centrale nell’universo Red Bull, ha allenato sia il Salisburgo che il Lipsia) erano riuscite a lasciare un segno duraturo.
Matarazzo invece ha ribaltato la narrazione: ha vinto subito, pochi mesi dopo essere stato chiamato a salvare una stagione complicata.
Da scommessa a certezza
Dicembre 2025. La Real Sociedad è in crisi, la stagione rischia di scivolare via. Sergio Francisco viene esonerato. I nomi più discussi per la panchina sono altri, più pesanti, più attesi: Thiago Motta e Marco Rose.
Poi la scelta sorprende tutti: Matarazzo.
Contratto fino al 2027, perplessità diffuse, aspettative basse.
In pochi mesi cambia tutto: identità, intensità, risultati. La squadra risale, ritrova fiducia, torna a giocarsi l’Europa. E arriva fino a una finale che sembrava lontanissima.
Origini irpine: tifa i lupi dell’Avellino
Nato nel New Jersey da famiglia campana, cresciuto tra cultura americana e tradizioni italiane, si è formato calcisticamente in Germania, dove ha costruito tutta la sua carriera.
Padre originario di Ospedaletto d’Alpinolo, Irpinia, madre del Cilento: radici mai sparite. In casa si parlava italiano con accento campano, tra racconti del Sud lasciato alle spalle e una vita ricostruita in America. Quando oggi chiedono a Matarazzo di scegliere tra Avellino e Salernitana, non ha dubbi: “Lupi, sempre”.
Ha allenato tra Hoffenheim e Stoccarda, si è formato con Julian Nagelsmann.
Tre identità, una sola visione
Un mix di influenze che oggi rappresenta il suo punto di forza. Matarazzo è il prodotto emblematico del calcio globale. Americano per nascita, italiano di origine, tedesco per formazione calcistica. Ora anche un po’ spagnolo.
Ha raccontato di sentirsi “di tre case”: un’identità fluida che si riflette nel suo modo di allenare. Aperto, adattabile, moderno. In un calcio sempre più internazionale, è un valore aggiunto.
Il legame con l’Italia (e un’occasione mancata)
Nonostante il forte legame con l’Italia — lo ha rimarcato in una intervista alla Gazzetta dello Sport, è cresciuto con il mito di Roberto Baggio e le notti del Mondiale Usa 1994 — il nostro calcio non gli ha dato spazio.
In Italia ci ha provato da giocatore. Da tecnico, finora, nessuna occasione.
Un agente italiano mi promise un provino alla Salernitana, passai tre mesi in Italia correndo sulle montagne di Ospedaletto, mi portarono alla Nocerina l’ultimo giorno di mercato ma non ebbi mai una vera opportunità
Matarazzo lo dice: la Serie A è ancora un ambiente chiuso, poco incline a scommettere su profili diversi.
Penso che per quanto riguarda gli allenatori, la Serie A sia ancora chiusa. Si cercano giocatori e tecnici che conoscano quel calcio perché la Serie A si sente differente, o questa è la mia impressione.
Il successo all’estero di Matarazzo suona anche come un messaggio: innovare è possibile, ma serve apertura.
Un segnale per il calcio americano
Questa vittoria arriva per l’America nel momento giusto. Il 2026 è l’anno del Mondiale negli Stati Uniti, Canada e Messico e la vittoria di Matarazzo si porta dietro una storia a stelle e strisce: dimostra che anche il calcio americano ha lasciato alle spalle la fase di apprendimento e può passare all’incasso.
Non è solo una coppa. È una prova di maturità. A Siviglia, Pellegrino Matarazzo ha vissuto la notte più importante della sua carriera.
