Non è un semplice ricordo, quello che tra le parole scelte, ha reso pubblico la società a cui Evaristo Beccalossi aveva dedicato i suoi anni migliori quando ogni invenzione diventava creazione. L’Inter è legata in un terno presente al campione, perché non si era mai consumato un distacco autentico che si potesse considerare tale. Pur nell’allontanamento, Becca aveva interpretato più di chiunque altro – dentro e fuori il campo – l’interismo.
- Il comunicato dell'Inter per la morte di Beccalossi
- Le qualità tecniche esaltate
- L'uomo dei sogni
- Il post calcio
Il comunicato dell’Inter per la morte di Beccalossi
Nella nota, comparsa sul sito dell’Inter nella prima mattinata di mercoledì 6 maggio, il club ha espresso lo stupore che si accompagna comunque alla conferma della scomparsa di un genio, incarnazione di un modello e di uno stile che nessuno mai come lui aveva compreso. “Ci sembra impossibile. Nelle pieghe dei ricordi e nella vita di tutti i giorni, Evaristo era sempre uno di noi. Ineffabile, come i suoi dribbling, unico, come il suo modo di trattare il pallone”.
“Il talento non si impara. È un dono, al massimo lo si alleva, con la testardaggine di chi è destro di piede e fin da bambino allena il sinistro nel garage di casa fino a diventare mancino, ambidestro, praticamente onnipotente con entrambi i piedi. Quello di Evaristo Beccalossi era limpido, abbagliante, in contrasto con una continuità di rendimento che a volte veniva meno nel corso delle partite ma che, sempre, gli veniva perdonata, dai compagni e dai tifosi”.
Le qualità tecniche esaltate
Il racconto di quel che ha costruito Evaristo, in quegli anni di puro splendore e in una squadra inimitabile, oltre i risultati del campo che sarebbero venuti e che avrebbero legato al ricordo dei tifosi altri protagonisti e allenatori, si scopre poetico quando si disegnano le qualità tecniche. Ma anche l’inventiva, la visione e quel suo tratto esaltante: il dribbling.
“Destro, sinistro, gol e visione di gioco. Oriali, Marini, Baresi correvano, Beccalossi inventava. E segnava, forniva assist, dipingeva traiettorie. A volte a intermittenza, a volte in maniera folgorante. Con la schiettezza e la naturalezza che lo ha sempre contraddistinto, ammetteva candidamente, senza paura di essere giudicato, perché il suo forte era anche quello: “Quando arrivavo a San Siro i compagni non sapevano se avrebbero giocato in 10 o in 12: dipendeva solo da me” – si legge -. La numero 10 sulle spalle: arrivò all’Inter dal Brescia, la squadra della sua città, nel 1978 e si trovò catapultato dentro un Meazza che lo accolse subito spellandosi le mani. D’altronde la segnalazione a Sandro Mazzola – suo predecessore con la 10 e all’epoca dirigente nerazzurro – arrivò dopo una partita in cui dribblò cinque giocatori, prima di fallire il gol davanti al portiere. Il manifesto della sua immensa bravura e anche della sua volubilità, così particolare e al tempo stesso magnetica”.
Becca con Oriali, Mihajlovic e Altobelli
L’uomo dei sogni
A Becca, l’Inter deve tanto di quanto custodisce in bacheca. Un rapporto di riconoscenza e stima che si è costruito nel tempo, divenendo una storia coltivata con costante attenzione e che li ha legati fino all’ultimo giorno. Come d’altronde avvenuto anche alla figlia prediletta di Beccalossi, Nagaja.
“Con Beccalossi e Pasinato vinceremo il campionato. Molti di noi non erano ancora nati, in quel 1980, ma quel coro accompagnò l’Inter di Bersellini verso il 12° Scudetto. Con Bordon, Baresi, Altobelli, Caso, Bini, Marini, Oriali, Canuti, Pasinato, Muraro, Mozzini, Pancheri, Ambu, Cipollini, Occhipinti e, ovviamente, Evaristo Beccalossi, il 10 di quella squadra. Sette gol, due nel derby dell’8 ottobre 1979. Un destro al volo di una leggerezza inarrivabile, su un campo senza erba, solo di fango. E un altro gol per chiudere una stracittadina solo nerazzurra.
Più dei gol, 37 in 215 apparizioni, più dei titoli – uno Scudetto e una Coppa Italia – Beccalossi è sempre stato l’uomo dei sogni: quello che ti poteva regalare una magia, in qualsiasi momento, e pazienza se non arrivava, tu lo avevi in campo e bastava quello, sapere di poter assistere, presto o tardi, a un dribbling, a una traiettoria impensabile. E pazienza, se in una notte di coppa, arrivarono due errori dal dischetto nel giro di cinque minuti. Ancora una volta, geniale anche in questo caso, pur senza meriti, si trasformò questa serata storta in un qualcosa di artistico: il monologo portato a teatro dall’attore Paolo Rossi”.
Il post calcio
Al calcio, Beccalossi è rimasto vincolato da un rapporto di costante e reciproca attenzione, eppure ridurre la sua fantasia al rettangolo di gioco sembra incompleto, ingiusto perché Evaristo ha espresso la sua unicità e originalità anche altrove. Televisione, pubblicità e una faccia che bucava il video lo avevano trascinato negli studi che gli avevano donato notorietà tra i più giovani. Interisti o meno.
“La cosa più bella a mio avviso era che il popolo interista si identificava in noi. Ho lasciato un buon ricordo anche al giorno d’oggi. Non solo un buon ricordo, ma anche un orgoglio profondo nell’aver avuto il ‘Becca’ nella storia del Club. E quella malinconia che si mischia alla tristezza profonda di queste ore ci accompagna con l’ennesimo dribbling della vita di Evaristo“, l’ultima frase che prova a chiudere – si fa per dire – il tributo a un uomo che ha conosciuto fango, campetti, esaltato con i suoi colpi di tacco e inventato il dribbling.
