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Motta come Donnarumma, Vicario e gli altri: perché tra i portieri l’Italia non conosce crisi di talento    

Il 21enne che ha portato la Lazio in finale di Coppa Italia è solo l’ultimo esempio dell’unica categoria in cui il nostro calcio continua a produrre potenziali campioni in abbondanza

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Fabrizio Napoli

Fabrizio Napoli

Giornalista

Giornalista professionista, per Virgilio Sport segue anche il calcio ma è con la pallanuoto che esalta competenze e passioni. Cura la comunicazione di HaBaWaBa, il più grande festival di waterpolo per bambini al mondo

Edoardo Motta ha 21 anni ed un potenziale enorme, come dimostrato ieri decidendo con le sue parate la semifinale di Coppa Italia tra Lazio e Atalanta: da lui a Donnarumma, passando per Vicario, Carnesecchi, Caprile, Meret e tanti altri, l’Italia sembra non conoscere crisi di talento tra i portieri, a differenza degli altri ruoli.

Motta, ultimo esempio della scuola di portieri italiana

Una serata magica quella vissuta da Edoardo Motta a Bergamo, con le sue parate il 21enne di Biella ha mostrato tutta la sua bravura, già emersa in realtà in serie A a partire dal mese di gennaio, quando la Lazio decise di puntare su di lui per sostituire Christos Mandas (ceduto al Bournemouth) e l’infortunio di Ivan Provedel gli spalancò le porte della titolarità nella squadra di Maurizio Sarri. Motta è solo l’ultimo rappresentante di una categoria, quella dei portieri, in cui l’Italia non conosce crisi di talento.

Da Motta a Donnarumma, quanto talento tra i pali

Oltre a Gigio Donnarumma, autentico top player e capitano della Nazionale, il nostro calcio negli ultimi anni ha prodotto numeri uno di valore assoluto: da Guglielmo Vicario, capace di affermarsi anche in Premier League, a Marco Carnesecchi, portiere dell’Atalanta nel mirino della Juventus, fino ad altri giocatori di valore come Alex Meret del Napoli, Elia Caprile del Cagliari o Vladimiro Falcone del Lecce. Portieri che potrebbero tranquillamente ambire ad un posto da titolare in altre nazionali.

Ma perché il calcio italiano, che stenta nel produrre ali, trequartisti o centravanti di talento, continua a sfornare portieri di alto livello?

La tradizione italiana dei portieri

Gli elementi che contribuiscono a tenere molto elevata la qualità dei numeri uno italiani sono molteplici. Il primo è, ovviamente, la tradizione: i club italiani sono stati i primi a capire l’importanza di inserire nel proprio staff tecnico, sia in prima squadra che soprattutto a livello giovanile, allenatori dedicati alla preparazione dei portieri. Inoltre, a differenza degli altri ruoli, ancora oggi la tecnica dei numeri uno viene curata nel dettaglio: dai riflessi alla posizione fino alla tattica individuale – soprattutto da quando i numeri uno sono chiamati a giocare tanto il pallone con i piedi – ogni aspetto viene seguito con metodo e attenzione.

Il resultatismo come vantaggio

La cultura del “resultatismo” che impedisce ai giovani di trovare spazio in prima squadra, diventa un valore invece per i giovani portieri, abituati sin dai campionati giovanili a gestire il peso dell’errore: questa abitudine permette ai nostri numero uno di maturare più in fretta e quindi di spiccare poi in personalità una volta arrivati “tra i grandi”.

Più coraggio degli allenatori

Infine, viene da ipotizzare che i portieri subiscano meno l’ossessione per la tattica tipica degli allenatori italiani, un fattore che ostacola o comunque ritarda il debutto dei giovani calciatori: in mezzo al campo i tecnici preferiscono spesso giocatori esperti per ridurre la possibilità di errori decisivi a sfavore della propria squadra. Tatticamente, infatti, i compiti dei portieri sono più limitati rispetto ad altri ruoli e questo probabilmente incoraggia i tecnici a dare maggiore fiducia ai numeri uno di talento. Escludendo il fenomeno Donnarumma, che esordì a 16 anni col Milan, anche gli altri portieri sopra citati hanno debuttato piuttosto precocemente nel calcio professionistico: Vicario a 20 anni col Venezia (in C), Meret a 18 anni con l’Udinese, Carnesecchi a 19 anni col Trapani (in B), Caprile a 20 anni con la Pro Patria (in C), Falcone a 19 col Como (in C), Motta a 19 anni con la Reggiana (in B).

Per il bene del calcio italiano si spera che club e allenatori ritrovino d’ora in poi il coraggio nel dare fiducia ai giovani calciatori anche se non indossano i guanti o portano il numero 1 sulla maglia.

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