Edoardo Motta ha 21 anni ed un potenziale enorme, come dimostrato ieri decidendo con le sue parate la semifinale di Coppa Italia tra Lazio e Atalanta: da lui a Donnarumma, passando per Vicario, Carnesecchi, Caprile, Meret e tanti altri, l’Italia sembra non conoscere crisi di talento tra i portieri, a differenza degli altri ruoli.
- Motta, ultimo esempio della scuola di portieri italiana
- Da Motta a Donnarumma, quanto talento tra i pali
- La tradizione italiana dei portieri
- Il resultatismo come vantaggio
- Più coraggio degli allenatori
Motta, ultimo esempio della scuola di portieri italiana
Una serata magica quella vissuta da Edoardo Motta a Bergamo, con le sue parate il 21enne di Biella ha mostrato tutta la sua bravura, già emersa in realtà in serie A a partire dal mese di gennaio, quando la Lazio decise di puntare su di lui per sostituire Christos Mandas (ceduto al Bournemouth) e l’infortunio di Ivan Provedel gli spalancò le porte della titolarità nella squadra di Maurizio Sarri. Motta è solo l’ultimo rappresentante di una categoria, quella dei portieri, in cui l’Italia non conosce crisi di talento.
Da Motta a Donnarumma, quanto talento tra i pali
Oltre a Gigio Donnarumma, autentico top player e capitano della Nazionale, il nostro calcio negli ultimi anni ha prodotto numeri uno di valore assoluto: da Guglielmo Vicario, capace di affermarsi anche in Premier League, a Marco Carnesecchi, portiere dell’Atalanta nel mirino della Juventus, fino ad altri giocatori di valore come Alex Meret del Napoli, Elia Caprile del Cagliari o Vladimiro Falcone del Lecce. Portieri che potrebbero tranquillamente ambire ad un posto da titolare in altre nazionali.
Ma perché il calcio italiano, che stenta nel produrre ali, trequartisti o centravanti di talento, continua a sfornare portieri di alto livello?
La tradizione italiana dei portieri
Gli elementi che contribuiscono a tenere molto elevata la qualità dei numeri uno italiani sono molteplici. Il primo è, ovviamente, la tradizione: i club italiani sono stati i primi a capire l’importanza di inserire nel proprio staff tecnico, sia in prima squadra che soprattutto a livello giovanile, allenatori dedicati alla preparazione dei portieri. Inoltre, a differenza degli altri ruoli, ancora oggi la tecnica dei numeri uno viene curata nel dettaglio: dai riflessi alla posizione fino alla tattica individuale – soprattutto da quando i numeri uno sono chiamati a giocare tanto il pallone con i piedi – ogni aspetto viene seguito con metodo e attenzione.
Il resultatismo come vantaggio
La cultura del “resultatismo” che impedisce ai giovani di trovare spazio in prima squadra, diventa un valore invece per i giovani portieri, abituati sin dai campionati giovanili a gestire il peso dell’errore: questa abitudine permette ai nostri numero uno di maturare più in fretta e quindi di spiccare poi in personalità una volta arrivati “tra i grandi”.
Più coraggio degli allenatori
Infine, viene da ipotizzare che i portieri subiscano meno l’ossessione per la tattica tipica degli allenatori italiani, un fattore che ostacola o comunque ritarda il debutto dei giovani calciatori: in mezzo al campo i tecnici preferiscono spesso giocatori esperti per ridurre la possibilità di errori decisivi a sfavore della propria squadra. Tatticamente, infatti, i compiti dei portieri sono più limitati rispetto ad altri ruoli e questo probabilmente incoraggia i tecnici a dare maggiore fiducia ai numeri uno di talento. Escludendo il fenomeno Donnarumma, che esordì a 16 anni col Milan, anche gli altri portieri sopra citati hanno debuttato piuttosto precocemente nel calcio professionistico: Vicario a 20 anni col Venezia (in C), Meret a 18 anni con l’Udinese, Carnesecchi a 19 anni col Trapani (in B), Caprile a 20 anni con la Pro Patria (in C), Falcone a 19 col Como (in C), Motta a 19 anni con la Reggiana (in B).
Per il bene del calcio italiano si spera che club e allenatori ritrovino d’ora in poi il coraggio nel dare fiducia ai giovani calciatori anche se non indossano i guanti o portano il numero 1 sulla maglia.
