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Celebrare Paige Greco per il servizio reso allo sport: il diritto di sapere, il dovere di parlarne

Il decesso improvviso della 28enne atleta paralimpica non lascia un vuoto solo in Australia. La sua è la storia di chi accetta di ricominciare da zero più volte e affrontare la paura

Pubblicato:

Auden Bavaro

Auden Bavaro

Giornalista

Lo sporco lavoro del coordinamento: qualcuno lo deve pur fare. Eppure, quando ha modo di pigiare le dita sulla tastiera, restituisce storie e racconti di sport che valgono il biglietto

Quando la notizia della morte di Paige Greco è arrivata dai comunicati di AusCycling e del Comitato Paralimpico australiano, il mondo del para-ciclismo ha parlato subito di una “perdita schiacciante”. Il motivo non sta solo nelle medaglie: a 28 anni, stroncata da un episodio medico improvviso nella sua casa di Adelaide il 16 novembre 2025, se ne è andata un’atleta che aveva cambiato il modo di raccontare il movimento paralimpico.

Paige è stata la prima campionessa d’oro dei Giochi Paralimpici di Tokyo 2020, con record del mondo, ed è stata riconosciuta dal suo Paese con una delle massime onorificenze civili. Ma la sua storia va oltre i risultati: unisce disabilità e sconfinamento, studio e alta prestazione, cadute durissime e ritorni insperati.

Radici e ascesa: da Melbourne al velodromo di Izu

Paige Greco nasce il 19 febbraio 1997 a Melbourne, nello Stato di Victoria. Sin dall’infanzia convive con una forma di paralisi cerebrale con emiplegia destra, che limita soprattutto un lato del corpo ma non le impedisce di muoversi, correre, nuotare. Nei profili che la riguardano viene raccontata come una vera e propria “sports fanatic”: nuoto, tuffi, corsa campestre, ginnastica, danza. Lo sport non è un’attività speciale, è semplicemente il suo modo di stare al mondo.

Il primo contatto con il parasport arriva a scuola: è l’insegnante di educazione fisica a suggerirle di gareggiare nelle categorie dedicate alle persone con disabilità. Nascono così le sue prime esperienze nella corsa campestre e poi nella para-atletica, con un obiettivo chiaro: provare a qualificarsi per i Giochi di Rio 2016. Non ci riuscirà, e questa mancata convocazione diventa il vero punto di svolta.

Tra il 2016 e il 2017 decide di cambiare disciplina e passa al para-ciclismo, sfruttando il grande lavoro aerobico costruito in pista e nei campi da corsa. Nel 2018 si trasferisce ad Adelaide con un progetto doppio: studiare Exercise / Sports Science alla University of South Australia e allenarsi in modo continuativo con il South Australian Sports Institute (SASI) e la nazionale.

L’esordio in maglia australiana arriva nel 2019, ai Mondiali su pista di Apeldoorn, e non passa inosservato: il Comitato Paralimpico internazionale inserisce la sua stagione fra i “Top moments” dell’anno, parlando di una vera e propria serie di record infranti nell’inseguimento individuale.

Tokyo 2020 e oltre: medaglie, riconoscimenti, cadute

Il 25 agosto 2021, al velodromo di Izu, Paige Greco scrive una pagina di storia: vince l’oro nella 3000 m individuale C1–3, e quella è la prima medaglia d’oro assegnata ai Giochi Paralimpici di Tokyo 2020.

In qualifica ferma il cronometro in 3:52.283, record del mondo. In finale migliora ancora, con 3:50.815 e una velocità media vicina ai 47 km/h, battendo la cinese Wang Xiaomei e relegando la tedesca Denise Schindler al bronzo. È la fotografia perfetta di ciò che può fare un corpo considerato, da molti, “imperfetto”.

La sua Paralimpiade non si ferma però alla pista. Sulle strade attorno a Fuji, Greco porta a casa altre due medaglie di bronzo:

  • nella cronometro C1–3, con il tempo di 26:37.54;
  • nella corsa in linea C1–3, chiusa in 1:13.11.

Il bilancio complessivo dei Giochi è di tre medaglie (1 oro + 2 bronzi) alla prima partecipazione olimpica: prestazione che la colloca stabilmente fra i volti di riferimento del para-ciclismo mondiale.

Dopo Tokyo, arriva la conferma anche ai Mondiali UCI:

  • nel 2022, a Baie-Comeau (Canada), conquista il bronzo nella Time Trial C3 e il 5º posto nella Road Race C3 su strada;
  • sempre nel 2022, ai Mondiali su pista di Saint-Quentin-en-Yvelines (Francia), ottiene un bronzo nella Time Trial C3;
  • nel 2025, ai Mondiali di Ronse (Belgio), torna sul podio della corsa in linea con un bronzo nella Road Race C3, chiudendo 5ª nella Time Trial.
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Paige Greco nella gara per l’oro di ciclismo su pista femminile C1-3 3000 m Inseguimento individuale ai Giochi Paralimpici di Tokyo 2020

Il servizio reso allo sport

Nel frattempo, l’Australia ufficializza ciò che il campo ha già detto: nel 2022, negli Australia Day Honours, a Paige viene conferita la Medal of the Order of Australia (OAM) “per il servizio reso allo sport come medaglia d’oro ai Giochi Paralimpici di Tokyo 2020”. È il sigillo istituzionale su una carriera che, all’epoca, sembra destinata a durare ancora a lungo.

Il momento più buio arriva però su una strada italiana. Nel 2023, durante una prova di Coppa del Mondo di para-ciclismo a Maniago, Greco cade a circa 45 km/h durante la cronometro e finisce contro un muro. Il bilancio medico è durissimo: naso rotto, forte commozione cerebrale, decine di punti di sutura al volto e al corpo. In un racconto raccolto da Paralympics Australia, Paige definirà quell’episodio una “barriera enorme, fisica e mentale”, spiegando quanto sia stato difficile tornare a fidarsi della bici e della velocità.

L’incidente incide sulla corsa a Parigi 2024: fra riabilitazione e paura, Greco non riesce a staccare il biglietto per i Giochi. Ma non si ferma. Nel 2025, ai Mondiali di Ronse, quel bronzo nella corsa in linea C3 assume il valore simbolico di un ritorno: è la prova che il lavoro di ricostruzione, iniziato dopo Maniago, stava davvero riportandola ai vertici.

Oltre il cronometro: studio, salute mentale, ruolo sociale

Ridurre Paige Greco a un elenco di tempi e piazzamenti sarebbe profondamente ingiusto. Una parte importante del suo impatto passa da ciò che ha fatto fuori dalle gare. Accanto all’attività agonistica, Greco porta avanti gli studi in Exercise / Sports Science alla University of South Australia. Non è un dettaglio da curriculum: significa leggere il proprio corpo e l’allenamento con gli strumenti della ricerca scientifica, capire carichi, prevenzione, recupero.

Questa competenza la rende una voce autorevole quando si parla di salute dell’atleta, soprattutto per chi – come lei – convive con una disabilità neurologica fin dalla nascita. La sua esperienza personale – il mancato Rio, il passaggio di disciplina, il crash ad alta velocità – la porta a occuparsi anche di salute mentale. Greco partecipa a programmi congiunti tra Australian Institute of Sport (AIS) e Black Dog Institute, pensati per lavorare sulla “mental fitness” degli studenti fra i 12 e i 16 anni. L’idea è portare nelle scuole campioni che raccontino non solo le vittorie, ma anche la gestione della pressione, lo stress degli infortuni, la paura di non tornare più quelli di prima. In questo, la sua voce è particolarmente credibile: quando parla di barriere psicologiche, non sta facendo teoria.

Greco entra inoltre nel Minerva Network, un programma che mette in rete atlete d’élite e mentori del mondo professionale per promuovere la leadership femminile nello sport. Nel suo profilo viene sottolineato un aspetto ricorrente: da bambina non si è mai definita a partire dalla disabilità, ma da ciò che faceva. È un cambio di prospettiva che dice molto sul modo in cui viveva la propria condizione. Non la “ragazza con la paralisi cerebrale che fa sport”, ma una sportiva che, fra le tante caratteristiche, ha anche una disabilità. In altre parole, una normalità che nel movimento paralimpico è fondamentale affermare e difendere.

La storia di Paige Greco ci riguarda, eccome

Il 16 novembre 2025, la vita di Paige si interrompe all’improvviso, nella sua casa di Adelaide, a causa di un “sudden medical episode”. La madre, Natalie Greco parla di una perdita che resterà per sempre, ma anche di una figlia che ha riempito la vita di “gioia e orgoglio”. Atleti e compagni di squadra ricordano non solo la campionessa, ma la persona: gentile, disponibile, capace di portare energia positiva anche nei momenti più duri.

Dal punto di vista strettamente agonistico, la carriera di Paige Greco parla da sola: risultati che, se collocati nel contesto olimpico “tradizionale”, sarebbero considerati patrimonio stabile della memoria collettiva. Non c’è nulla di minore o “di categoria” in numeri di questo livello.

Ma è soprattutto il modo in cui ha vissuto la propria disabilità a dover essere celebrato: Greco non ha mai fatto della propria condizione un’etichetta identitaria. L’ha integrata nella propria quotidianità, ha costruito una carriera al massimo livello e ha trasformato la sua esperienza in strumento di comprensione per altri: dagli adolescenti con cui parlava di salute mentale agli appassionati che la vedevano sfrecciare in pista.

Raccontare la storia di Paige significa riconoscere che lo sport paralimpico non è solo “resilienza”, ma anche competenza, professionalità, ricerca, capacità di portare avanti studi universitari e programmi educativi mentre si preparano Mondiali e Paralimpiadi.

Traiettorie di sport: palcoscenico e laboratorio di umanità

La traiettoria che va dalla delusione di Rio mancata al cambio di disciplina, fino all’incidente di Maniago e al ritorno sul podio ai Mondiali di Ronse, racconta però molto di più di un semplice “carattere forte”. È la storia di una persona che accetta di ricominciare da zero più volte, di mettersi alla prova in contesti diversi, di affrontare la paura senza negarla.

In un’epoca in cui gli atleti stessi parlano sempre più spesso di fragilità, ansia, burnout, la vicenda di Paige Greco offre un esempio concreto di come si possa tenere insieme ambizione e consapevolezza dei propri limiti.

Infine, è giusto celebrarla perché il suo lascito non è fatto solo di titoli, ma di relazioni, progetti, testimonianze. I programmi sulla salute mentale, il coinvolgimento nel Minerva Network, il rapporto con le istituzioni sportive e accademiche: tutto questo continuerà a produrre effetti anche dopo la sua morte.

Ricordare Paige Greco non significa sterilizzare la sua storia in una favola edificante, ma accettare la sua complessità: una vita breve, segnata da disabilità, successi, cadute, studio, servizio agli altri. Una vita che dimostra come lo sport possa essere, allo stesso tempo, palcoscenico e laboratorio di umanità.

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