Una Roubaix così, forse, la si poteva immaginare soltanto nei sogni. Perché che sia una gara bella e dannata allo stesso tempo non era certo un mistero, ma quello che hanno fatto Van Aert, Pogacar, van der Poel e tutti coloro che l’hanno animata dal primo all’ultimo chilometro è qualcosa che difficilmente si poteva pronosticare. Col meteo per una volta clemente (la temuta pioggia non s’è presentata all’appuntamento) sono stati proprio i protagonisti annunciati ad animare una corsa imprevedibile e avvincente, tra forature e incidenti meccanici in serie che hanno preteso un dispendio di energie notevole un po’ su tutti i fronti. Ma che non hanno impedito a Wout Van Aert di fare finalmente pace con la propria storia.
- Van Aert, la "pensione" può attendere: la vittoria più bella
- Pogacar e la voglia di tornare a "riprendersi" il pavé
- Van der Poel senza tutti i guai era forse l'uomo più forte
Van Aert, la “pensione” può attendere: la vittoria più bella
L’ammissione della moglie Sarah è stata la più emblematica di tutte. “A volte abbiamo faticato a risollevare il morale a Wout, perché le delusioni stavano prendendo il sopravvento e non era facile andare avanti”. Tra infortuni e cadute a ripetizione, con una concorrenza agguerrita che non stava certo a guardare, pareva infatti che Van Aert avesse imboccato il viale del tramonto molto prima di quanto ci si potesse immaginare.
E invece da un anno a questa parte il fiammingo è rinato: la vittoria nella Gubbio-Siena dell’ultimo Giro d’Italia (la tappa degli sterrati) l’ha riconsegnato al grande ciclismo, come poi il successo sugli Champs Elysees dell’anno passato (staccando proprio Pogacar sulla salita di Montmartre) ha debitamente confermato. Ma pensare a un Van Aert tanto competitivo nelle classiche del Nord, specie dopo la caduta nella tappa di ciclocross di Mol dello scorso 2 gennaio (con frattura della caviglia: stava cercando di tenere le ruote di van der Poel su un fondo reso infimo dalla neve), oggettivamente non era nelle attese.
La beffa subita alla Dwaars, con Ganna capace di rimontarlo a 200 metri dall’arrivo dopo 30 km di fuga solitaria, era sembrata il preludio a un’altra annata maledetta, da comprimario non soltanto di van der Poel e Pogacar, ma anche di corridori (sulla carta) meno adatti alle corse tanto care al popolo belga. Ma sul pavé Wout ha riscattato tutto il credito contratto precedentemente.
Pogacar e la voglia di tornare a “riprendersi” il pavé
Solo un Van Aert in forma strepitosa (e tatticamente perfetto) avrebbe potuto battere un Pogacar di questo calibro. Pogacar che ha dovuto faticare per rientrare dopo la prima foratura, ma che ha ribadito al mondo intero di essere un fuoriclasse assoluto. Per come ha vinto la Sanremo (e non era certo scontato), per come s’è imposto al Fiandre, per come ha corso una Roubaix nella quale ha fatto tutto quello che andava fatto per arrivare a giocarsi la vittoria sul velodromo più famoso del mondo.
Sapeva però che contro questo Van Aert le chance di successo in volata sarebbero state pressoché nulle. “Lui è abituato a questi arrivi, ha vinto volate di gruppo con fior fiori di velocisti. Io ho dato tutto quello che avevo per rientrare e poi per provare ad andarmene sul pavé, ma lui ha dimostrato di avere una gamba migliore della mia. Allo sprint avevo le gambe come spaghetti, ero completamente svuotato e non potevo chiedere di più a me stesso”.
Dopo 4 Monumento consecutive vinte, la Roubaix ha rispedito indietro lo sloveno (che aveva vinto tutte le corse alle quali aveva partecipato nel 2026: Strade Bianche, Sanremo e Fiandre). Che deve abbandonare il proposito della cinquina nell’anno solare, non quello di tornare in Francia e provare a colmare l’unica lacuna rimasta nella collezione delle Classiche Monumento. “Penso che tornerò, ma ora non ho la forza per pensarci”. Ma se c’è un lavoro da finire, Tadej non indugerà oltre.
Van der Poel senza tutti i guai era forse l’uomo più forte
L’altro sconfitto di giornata è Mathieu van der Poel, che col senno di poi era forse l’uomo più forte di tutta la carovana. Per come è tornato sotto dopo aver perso 2’ nel caos delle forature, con l’errore marchiano di essersi fatto prestare la bici da Philipsen (colpa dell’ammiraglia, dispersa nella “folla” di auto al seguito) che ha finito per costargli carissimo. Alla fine ha chiuso quarto a una manciata di secondi appena, portandosi dietro il drappello dal quale è sbucato anche Stuyven, terzo con un bel sorriso a 32 denti.
L’olandese ha masticato amaro, consapevole che la fortuna non gli ha arriso, ma al record di 4 successi nell’Inferno del Nord continuerà a pensare ancora, pronto a riprendersi quello che la sorte gli ha tolto. E l’immagine di Mathieu che va ad abbracciare Van Aert subito dopo l’arrivo è la cartolina più bella offerta da un ciclismo estremo, fatto di uomini che vanno forte (ieri record di velocità media) e che sanno emozionare oltre ogni limite.
Un ciclismo del quale è impossibile stancarsi, e dove dispiace solo vedere che ancora una volta gli italiani debbono fare da spettatori, con Ganna bastonato dalla sfortuna, ma consapevole che stare con i primi sarebbe stato complicato come non mai.
