Le dichiarazioni rese da Gabriele Gravina, Presidente della FIGC, all’indomani dell’eliminazione dell’Italia contro la Bosnia hanno acceso l’attenzione su un tema che, fino a quel momento, apparteneva soprattutto agli addetti ai lavori ossia la differenza tra sport dilettantistico e sport professionistico.
- Le dichiarazioni di Gravina
- La distinzione
- Le reazioni alla frase
- Dilettantismo non è irrilevanza
- In conclusione
Le dichiarazioni di Gravina
Il Presidente federale, nel tentativo di spiegare la crisi del calcio italiano, ha contrapposto il calcio – definito sport professionistico – agli altri sport, indicati come dilettantistici. Ebbene, è stata proprio questa affermazione a sollevare un’ondata di reazioni critiche; reazioni del tutto comprensibili.
Un conto è infatti richiamare una distinzione giuridica esistente nell’ordinamento; un altro è invece trasformarla in una scala di valore, quasi che il professionismo coincida con la nobiltà dello sport e il dilettantismo con una pratica minore, amatoriale. Da qui la presa di posizione di numerosi atleti di discipline diverse, che hanno letto quelle parole come una svalutazione del proprio percorso sportivo, tecnico e umano.
La distinzione
Nel linguaggio comune, “professionista” è l’atleta che vive di sport; “dilettante” è chi pratica per passione. In realtà, nel diritto sportivo italiano la distinzione non dipende soltanto dal livello della prestazione, dalla notorietà della disciplina o dall’entità dei compensi bensì dipende dall’esistenza di un settore che la federazione competente abbia formalmente dichiarato professionistico. In particolare, la legge n. 91 del 23 marzo 1981 disciplina i rapporti tra società e sportivi professionisti.
La riforma dello sport, oggi contenuta soprattutto nel decreto legislativo n. 36 del 2021, in vigore dal 1 luglio 2023, ha poi riordinato il lavoro sportivo e ha confermato che l’area del professionismo riguarda le società che operano nei settori dichiarati professionistici dalle Federazioni sportive nazionali o dalle discipline sportive associate riconosciute dal CONI. Quindi, il professionismo, in Italia, nasce da un riconoscimento ordinamentale preciso.
Le reazioni alla frase
Le reazioni sorte in seguito alle dichiarazioni di Gravina non sono nate da una disputa terminologica ma dal fatto che la categoria del dilettantismo, nel linguaggio corrente, suona spesso come sinonimo di marginalità e non è così. Nel sistema sportivo contemporaneo esistono atleti che si allenano ogni giorno, gareggiano ad altissimo livello, rappresentano l’Italia nelle competizioni internazionali, muovono interessi economici e mediatici rilevanti, e tuttavia non rientrano in un settore formalmente professionistico.
L’affermazione secondo la quale “gli altri sport sono dilettantistici”, soprattutto dopo l’ennesimo tracollo del calcio azzurro, è apparsa a molti non come una descrizione tecnica, ma come una difesa del proprio settore, per di più pronunciata nel momento meno opportuno.
Dilettantismo non è irrilevanza
Nell’ordinamento sportivo, “dilettantistico” non significa irrilevante, improvvisato o privo di tutela. Significa, correttamente, non rientrante in un settore formalmente qualificato come professionistico. Anzi, la riforma del lavoro sportivo ha contribuito proprio a superare la vecchia idea per cui il dilettantismo sarebbe una zona giuridicamente povera.
Oggi il lavoro sportivo è riconosciuto e disciplinato anche al di fuori del professionismo, con regole, adempimenti e tutele che hanno reso il quadro molto più serio e coerente di un tempo. La differenza tra le due aree resta, ma non autorizza più letture caricaturali.
In conclusione
La distinzione tra sport dilettantistico e professionistico esiste, è importante ed è giuridicamente fondata ma il professionismo, nel nostro ordinamento, non coincide automaticamente con il merito sportivo, con il sacrificio, con la serietà dell’organizzazione o con il valore sociale di una disciplina. Indica, più precisamente, un particolare regime normativo, limitato a specifici settori riconosciuti.
Per questo le parole usate da Gravina in questi giorni hanno sollevato un polverone mediatico. Non perché la distinzione non esista, ma perché è stata evocata nel modo peggiore: come se il calcio potesse rivendicare una superiorità ontologica rispetto alle altre discipline sportive.
