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"Sto per morire, dì a nostro figlio che lo amo", la telefonata dopo la tragica caduta in Oman di Damien Touzé

La vicenda sconvolgente che ha colpito il giovane corridore della Cofidis il quale sta affrontando la riabilitazione a settimane dalla tragica caduta

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Elisabetta D'Onofrio

Elisabetta D'Onofrio

Giornalista e content creator

Giornalista professionista dal 2007, scrive per curiosità personale e necessità: soprattutto di calcio, di sport e dei suoi protagonisti, concedendosi innocenti evasioni nell'ambito della creazione di format. Un tempo ala destra, oggi si sente a suo agio nel ruolo di libero. Cura una classifica riservata dei migliori 5 calciatori di sempre.

"Sto per morire, dì a nostro figlio che lo amo", la telefonata dopo la tragica caduta in Oman di Damien Touzé Getty Images

Quel confine ignoto, tra la vita e la morte, è stato intravisto il 10 febbraio scorso da Damien Touzé. Il giorno in cui la sua esistenza ha intrapreso una direzione anomala, non prevista e terrificante nulla aveva lasciato presagire un simile, e drammatico, evento. Gli impegni agonistici avevano condotto il ciclista ad affrontare con ambizione, ma serenità il Tour of Oman a bordo della sua bici per la Cofidis. Invece si è consumata la caduta più tragica della sua carriera dalle conseguenze spaventose. Ferite devastanti: milza, femore e tibia distrutti, un grave trauma addominale, legamenti lacerati e una perforazione intestinale. E ancora la degenza con annesse complicazioni e, infine, il trasferimento e la riabilitazione.

Damien Touzé tra la vita e la morte in Oman

In un’intervista dai contenuti impressionanti rilasciata a L’Équipe, Touzé ha ripercorso i momenti in cui ha creduto che non sarebbe mai tornato a casa, rivelando il contenuto del drammatico messaggio inviato alla moglie Sofia quando le sue condizioni sono precipitate: “Sto per morire. Dì a nostro figlio che lo amo”, avrebbe detto con un filo di voce.

Il racconto, costruito attraverso l’intervista, prosegue con dettagli agghiaccianti sulle cure ricevute in una struttura ospedaliera priva destri strumenti diagnostici e in condizioni igieniche prearie, dove il corridore è stato assistito costantemente dal medico del team Cofidis.

“La dottoressa è stata sincera: c’era il rischio che non mi svegliassi più. Mi disse che avrei dovuto chiamare mia moglie perché forse non le avrei mai più parlato”, ha confessato il ciclista.

Nonostante il successo di un’operazione d’urgenza di cinque ore in patria per chiudere la parete addominale e superare le complicazioni derivanti dai primi interventi, il futuro professionale di Touzé resta un’incognita: con una prognosi di almeno nove mesi e i contratti nel ciclismo firmati, di solito, con largo anticipo, il francese teme di non riuscire a tornare ai livelli necessari per competere nel World Tour.

Fratture multiple a seguito della caduta

Pensieri cupi che però non sono paragonabili a quanto affrontato nel post caduta. Touzé, 29 anni, a seguito dell’incidente chiamò la moglie per salutarla, convinto di non farcela.

“Stavo lavorando, non stavo guardando la gara. Quando Damien mi ha chiamata, non sapevo nemmeno che fosse caduto: stava piangendo. Mi ha detto: “Sto per morire. Di’ a nostro figlio che gli voglio bene”. Mi spiegò che in ospedale gli avevano diagnosticato una frattura al bacino e al femore. Cercai di tranquillizzarlo, dicendogli che non si poteva morire per quello. Ma dentro di me sentivo che era qualcosa di più grave”, ha ricostruito con parole nette Sofia, la compagna del ciclista.

Il trasferimento dall’Oman

Viste le condizioni precarie in Oman, Touzé è stato poi trasferito prima in una struttura più articolata e complessa dove accumula ricordi terrificanti: “Eravamo accanto alla spazzatura”, ha rivelato. Grazie al supporto costante della moglie e della sua squadra, con il continuo aiuto di Annemie Batjoens, medico di riferimento è riuscito il rientro in Europa, all’ospedale belga di Roeselare, in cui ha dovuto subire un intervento chirurgico importante viste le condizioni di salute precarie.

“Si sono accorti che in Oman i medici non avevano chiuso la parete addominale: avevo gli organi a contatto con la pelle”, ha raccontato. “Quindi quando mi infilavano le forbici nell’addome, toccavano gli organi: sembravano coltellate”.

Tornato a casa, il corridore ha incominciato il lungo percorso della riabilitazione, con un carico emotivo e di stress notevole che ha coinvolto anche sua moglie. “Non sono facile da sopportare a casa. Sofia sta vivendo una sorta di stress post-traumatico. In questa storia ci sono anche vittime indirette, che sconvolgono la vita familiare.

L’incognita rientro

Il corridore professionista, in scadenza di contratto con Cofidis a fine stagione, non è certo di poter continuare la sua carriera come accennato prima. Ha infatti “il ginocchio sinistro distrutto, frattura della parte alta della tibia e legamenti crociati, interni ed esterni, rotti. Voglio risalire in bici e vedere come va”, ha dichiarato pur non avendo alcuna contezza del suo futuro. “Ma non prendiamoci in giro: un anno senza correre… anche se prolungherò, non gareggerò a marzo”. Un interrogativo che potrebbe condurlo a una scelta di vita, prima ancora che sportiva.

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