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Giovanni Galli, le parole mai dette per il figlio morto Niccolò

L'ex portiere ha ricordato il suo ragazzo, scomparso a seguito di un drammatico incidente stradale

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Giovanni Galli ha accettato di aprirsi sul dramma che ha segnato, irreversibilmente, la sua vita, come uomo e come padre. L’ex portiere del glorioso Milan di Arrigo Sacchi ha ricordato nel corso della puntata odierna di Vieni da me, sotto la guida di Caterina Balivo, il giorno in cui un incidente stradale assurdo, ingiusto, evitabile la vita di suo figlio, Niccolò, scomparso a soli 17 anni.

L’ex estremo difensore ha mischiato gli istanti più intensi e felici con la profondità di un dolore che non si è estinto, oggi che ha deciso di combattere una battaglia civile per il suo ragazzo: “Era magrissimo, bruttino. Dissi a mia moglie dopo il parto: “Lo potevi fa più bellino”. Lui aveva la passione per il calcio, mi ha sempre seguito quando mi allenavo. Ma amava anche lo studio. Volevano fargli fare il portiere ma non era bravo. Poi in difesa trovò il suo ruolo. A 16 anni decise di andare a Londra per provare a sfondare là. Voleva vedere se le attenzioni verso di lui erano solo per il nome che portava o perché era veramente bravo. Tornato in Italia, a Bologna, ha esordito in serie A. Era la partita d’esordio del campionato contro la Roma all’Olimpico. Giocò contro il suo idolo Batistuta. Furono gli unici sette minuti della sua carriera in A. Il 9 febbraio del 2001 ci chiamarono per dirci che Niccolò aveva avuto un incidente. Quando arrivammo in ospedale capimmo che non c’era più vedendo tutti i suoi compagni piangere”.

“Dopo la sua morte – ha svelato Galli – due cose sono state fondamentali: la vita e la fede. Ho perso mio padre a 19 anni e non pensavo di dover portare i fiori al cimitero a mio figlio. Puoi solo impararci a convivere, mi è mancato poter piangere, lo facevo di nascosto sotto la doccia”.

Come giocatore ha avuto tanto, moltissimo ma questa gioia è sempre stata accompagnata da una sofferenza: “A 14 anni sono andato via di casa per iniziare la mia carriera. Devo ringraziare i miei genitori che hanno fatto di tutto per assecondare il mio sogno di diventare un calciatore. Sono cresciuto a Pisa, nelle case popolari. Dopo la scuola ci incontravamo con gli amichetti per giocare a pallone. Poi la sera si tornava a casa e si facevano i compiti. Perché sono diventato portiere? Io gli ultimi 5 minuti delle partitelle tra amici andavo in porta per difendere il risultato. Poi per caso ho iniziato a farlo anche con la squadra di quartiere. Poi arrivò la Fiorentina che mi scelse perché ero bravo a dirigere la difesa e perché ero bravo a far ripartire l’azione, non perché ero bravo a parare (ride, ndr). Oggi già a 8 anni i bambini hanno il preparatore dei portieri, io l’ho avuto già a carriera iniziata, prima non c’era. Quello che sono lo sono perché ho imparato tante cose nel mondo del calcio. E’ una scuola di vita”.

Sulla famiglia: “Mia moglie l’ho conosciuta quando giocavo a Bologna. Ci dovevamo sposare nell’estate del 1982 ma fui convocato con la Nazionale. Alla fine ci sposammo ad inizio settembre, dopo la vittoria del Mondiale”. Poi un aneddoto su Maradona: “Quando sento parlare male di lui mi fa male anche a me. L’ho conosciuto per pochi mesi, a Napoli, ma era di una umiltà incredibile. Ha commesso tanti errori nella sua vita però non possiamo giudicarlo”.

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