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Come l'Arabia Saudita di CR7 sta cambiando la geografia del calcio

Un reportage per capire come viene vissuto il calcio in Arabia Saudita, e per comprendere l’influenza dei Paesi del Golfo, prossimi candidati ad ospit

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Luigi Di Maso

Luigi Di Maso

Giornalista

Giornalista sportivo e professionista nel mondo della comunicazione digitale. Lavora insieme a club, leghe e brand nel mondo del calcio. È ormai da anni una delle anime del Social Football Summit di Roma. Per Virgilio Sport cura gli approfondimenti relativi all’intreccio tra i mondi del calcio, della comunicazione e del marketing

Davanti alla fortezza Al Masmak, nella parte vecchia di Riyadh, uno di quei posti immancabili e più affascinanti di questa città, c’è un gruppo di 5 ragazzi che indossano il “Thawb”, l’abito bianco tradizionale dei paesi arabi.

È la vigilia del derby di Milano di Supercoppa. Uno di questi ragazzi si gira verso la nostra telecamera e sorridendo imita l’iconico e universale “SIUM” di Cristiano Ronaldo, diventato celebre nelle esultanze del calciatore portoghese. Al Masmak è rimasto uno di quei pochi posti di Riyadh ancora incontaminato dal caos della modernità, distante diversi chilometri dai grattaceli che formano lo skyline ormai da capitale americana della città araba.

Eppure, nemmeno un posto così inviolato, con un tradizionale mercato saudita di tappeti e di the a poche centinaia di metri, non sfugge alla contaminazione del più universale dei simboli calcistici, capace di essere riconoscibile praticamente ad ogni latitudine e in ogni nazione del mondo.

È uno di quei segnali che ingenuamente vogliono ribadire un concetto, impensabile pochi anni prima: Cristiano Ronaldo ora gioca qui, all’Al Nassr, in Arabia Saudita, e probabilmente un giorno verrà a visitare questa fortezza antica quasi 200 anni.

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Cristiano Ronaldo e la Supercoppa italiana in Arabia Saudita

Cristiano Ronaldo ha appena concluso l’ennesima stagione da alieno del calcio.

Quarantuno gol, la coppa de LaLiga e quella della Champions League portate a casa con la naturalezza di chi ti fa sembrare semplici le cose impossibili.

È la stagione 2017-2018, una di quelle in cui il portoghese ha fatto pesare dalla sua parte l’ago della bilancia nel dualismo con Messi. Pochi giorni dopo aver alzato la Coppa dalle Grandi Orecchie, in Italia sta avvenendo un evento che influenzerà il calcio italiano: Lega Serie A ha appena firmato un accordo con il governo dell’Arabia Saudita per l’organizzazione della Supercoppa in Medio Oriente.

Per certi versi è semplicemente il riflesso di un processo di internazionalizzazione e di monetizzazione alternativa già avviato qualche anno prima, con l’organizzazione di alcune edizioni della Supercoppa in Cina. Ma per l’Arabia Saudita è diverso, si tratta di un terreno nuovo e per certi versi incompatibile con la cultura Occidentale.

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Questa tensione non verrà fuori tanto alla notizia dell’ufficialità dell’accordo, quanto ai giorni che precedono la prima sfida in Arabia Saudita, prevista a Gedda a gennaio del 2019. Per quel Juventus – Milan inizia a circolare la notizia che per le donne sarà previsto solo l’ingresso in alcuni settori, per giunta separati da quelli riservati agli uomini.

In quei giorni molti parlano di un calcio italiano costretto a voltarsi dall’altra parte pur di non rinunciare al vantaggio economico che si può trarre da un accordo del genere, ma non c’è nulla di più impreciso, perché l’accordo che lega firma col Ministro dello Sport dell’Arabia Saudita Turki Alalshikh è di circa 25 milioni €, una media di 7,5 milioni di euro per ogni finale disputata (l’accordo ne prevede almeno 3 entro il 2022. Il 90% del ricavato va alle finaliste, il restano 10% a Lega Serie A).

Poco per dei club che solitamente quella cifra la spendono per pagare lo stipendio stagionale del top player in squadra.

I motivi sono altri, e valicano la dimensione ben più ristretta dello sport e del calcio, sconfinando altrove. Una discussione dibattuta in parte in quei gironi, ma che va sempre più sbiadendo fino al fischio di inizio della prima edizione della Supercoppa Italiana in Arabia Saudita, quella decisa dal colpo di testa di Cristiano Ronaldo, diventato bianconero da poche settimane.

Lo stesso calciatore che pochi mesi prima aveva ridicolizzato per l’ennesima volta ogni record stabilito in precedenza. Lo stesso per cui sarebbe stato impensabile, ai limiti del fantasy, pensare ad un futuro (e probabilmente un fine carriera) in un club della Premier League dell’Arabia Saudita, precisamente l’Al Nassr che ironia della sorte ha un logo che ricorda tanto quello del Real Madrid.

Perché non a caso è la squadra sostenuta e tifata dal principe.

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Cristiano Ronaldo è la cartina di tornasole perfetta per capire perché la Supercoppa Italiana si è giocata a Riyadh (in Arabia Saudita per 3 volte nelle ultime 5 edizioni), ma anche perché, a soli tre giorni di distanza nella stessa città e sempre nel King Fahd International Stadium, si è disputata la finale di un’altra Supercoppa, quella spagnola.

Il giorno dopo il derby di Milano poi, un evento che supera i confini dell’amichevole di lusso, per sfociare nelle dimensioni del più grande evento commerciale e mediatico della durata di 90 minuti di tutta l’industria del calcio moderna: l’amichevole del PSG di Lionel Messi a Riyadh contro una selezione formata dai giocatori dell’Al Nassr di CR7 e l’Al Hilal (il club più titolato dell’Arabia Saudita).

Il calcio da queste parti, così come in Qatar, è lo strumento più performante per raggiungere il maggior numero di persone in minor tempo. È la copertina migliore in cui mostrare l’immagine più bella di una parte del mondo che vuole attrarre sempre più turisti, ma vuole anche entrare in Europa dalla porta principale per ampliare il proprio giro di affari e la propria influenza.

Lo sport più seguito al mondo, lo sport più popolare, che oggi più che mai fa più di una tappa a Riyadh, una città che nella parte moderna è tutto tranne che un luogo costruito a misura d’uomo, dove i passaggi pedonali sono estremamente risicati e le banchine dei marciapiedi all’improvviso sfociano in strada, come un fiume ma in un mare di automobili.

Sì, perché a Riyadh il mezzo di cui tutti si dotano è l’automobile. Gli stranieri dovranno accontentarsi di un taxi o un Uber accessibile per una cifra tra i 15 e i 30 Riyal (poco meno di 4€ o al massimo 7€). Mezzi di trasporto economici, facilitati dal costo bassissimo della benzina che scopro, sbirciando dal finestrino del mio taxi, costare attorno ai 30 centesimi di euro al litro.

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L’Arabia Saudita mira a puntare all’eccellenza estrema, anche se questa ha un prezzo da pagare a volte non quantificabile economicamente. Il calcio è un modo per mostrare questo innalzamento di spessore, è un modo per schiarirsi la voce e urlare la propria grandezza. Lo si avverte nella gentilezza e nell’accortezza maniacale con cui gli organizzatori assistono tutti i media e i content creator accreditati per la finale di Supercoppa Italiana. Lo “straniero” è una risorsa qui, il testimonial perfetto.

La voglia di grandezza si intuisce soprattutto dalla progettazione architettonica dell’ultimo ventennio. Un architettura che punta a sfiorare il cielo dell’Arabia Saudita con i suoi edifici.

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Il Kingdom Centre, altra meta iconica di Riyadh, il grattacielo in cui all’interno si trova il Four Season che è l’alloggio temporaneo di CR7 in questo primo periodo arabo, era il palazzo più alto della capitale alla sua inaugurazione nel 2002, oggi è solo il quinto, superato da altre costruzioni come il grattacielo in cui è situata la sede del Public Investment Fund (PIF), il fondo di investimenti del governo dell’Arabia Saudita che ha acquistato l’80% del Newcastle nel 2022.

Questi due grattacieli, posizionati quasi in maniera asimmetrica in linea d’aria, si trovano a 8 chilometri di distanza, circa 17 minuti di macchina. Oltre a disegnare lo skyline di Riyadh, sono l’esempio visivo e metaforico della crescita della città negli ultimi anni. La loro imponenza restituisce la voglia di Re e governo di bucare le nuvole e tamponare il cielo con il tetto dei palazzi, oltre ogni limite fissato dal genere umano.

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Quella voglia di spiccare più in alto di tutti, contemplata nella “Saudi Vision 2030” che ha tra gli obiettivi quello di ospitare un mondiale in Arabia Saudita, con Gedda e soprattutto Riyadh come vetrine principali. Un percorso che è già cominciato con la costruzione della metro sopraelevata, alimentata con pannelli solari e guidata da remoto, quindi senza autista. Così come parte di questo percorso di crescita contempla l’acquisto di Cristiano Ronaldo.

La curiosità attorno ai motivi che hanno condizionato la scelta del portoghese e scoprire la realtà in cui si è calato è parecchia. Nel mio caso dista circa 40 minuti di macchina e una serie di messaggi, chiamate e contatti per poter visitare il centro di allenamento dell’Al Nassr, nella parte nord di Riyadh.

Subito all’ingresso mi ritrovo la sala trofei e cimeli del club, che prosegue in un corridoio in cui sono custodite le coppe locali: dalla Coppa Asiatica a quella per la vittoria del campionato, alternate a foto d’archivio del club in cui Re e membri della famiglia reale si avvicendano in scatti insieme ai calciatori. Ma la nuova squadra di CR7 non è la più titolata del Paese, per quello bisognerebbe visitare la stanza dei trofei dell’Al Hilal, che è poi la squadra più seguita da queste parti, nonché quella che gioca al King Fahd Stadium, il teatro della finale spagnola e italiana della Supercoppa, impianto che durante l’anno ospita proprio le partite della squadra antagonista di CR7 con una cornice di pubblico che farebbe invidia a molti club italiani.

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Il centro sportivo dell’Al Nassr invece, è dotata di una media room, un campo polivalente per basket, pallavolo e calcio a 5 (in Arabia Saudita la cultura della polisportiva è il modello preferito), piscina e una conference room dove l’allenatore Rudy Garcia prepara le partite. L’allenatore francese è presente al centro durante la mia visita e dice con grande convinzione (e un italiano ancora impeccabile) che: “Questo Paese diventerà nel giro di 10 anni il centro del calcio sia a livello di influenza che sul lato sportivo”.

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Tra meno di 10 anni invece, si giocherà un Mondiale ancora da assegnare e in lizza c’è anche l’Arabia Saudita.

L’organizzazione di quella competizione potrebbe essere un altro grattacielo metaforicamente parlando, un momento in cui arrivare a toccare il cielo, ma questa volta sportivamente parlando. A Mohammed, uno dei ragazzi che si è occupato dei transfer per i giornalisti nella settimana più importante dell’anno per il calcio arabo, chiedo se la prospettiva di portare il Mondiale da queste parti sia realmente fattibile. Lui ci pensa giusto 3 secondi con lo sguardo rivolto nel vuoto e poi fissandomi negli occhi con grande convinzione mi dice “We can do it”.

Secondo lui però, il problema sono gli stadi, perché ad oggi l’unico idoneo per una partita di un Mondiale è proprio il King Fahd Stadium, definito da lui stesso “vecchio e obsoleto”, scatenando la mia risata alla quale do seguito con uno dei cliché che mi ero portato nel bagaglio di questo viaggio: “In Italia questo sarebbe il secondo o terzo miglior stadio, oltre che quello con più spettatori”.

L’atmosfera al derby di Supercoppa a Riyadh

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La conversazione con Mohammed avviene davanti allo stadio, sono le 2 di notte qui per via del fuso orario e l’Inter ha da poco battuto il Milan con una prestazione dominante, un 3 a 0 che sa in parte di rivincita.

Diverse ore prima arrivo allo stadio accompagnato da un gruppo di studenti arabi che si stanno formando per diventare giornalisti. Li ho conosciuti al Rosh Rayhaan di Rotana, l’albergo scelto come punto di riferimento da Lega Serie A per il ritrovo dei media italiani accreditati per l’evento. I ragazzi sono gli stessi con cui mi sono intrufolato nel tour al centro di allenamento dell’Al Nassr.

Arrivo circa 2 ore prima del fischio di inizio, il momento in cui in una qualsiasi partita italiana si inizierebbe a creare la calca nei pressi dello stadio. Quel momento per cui forse vale ancora la pena andare allo stadio, in cui ansia e adrenalina di un tifoso si confondono tra caos, birre e il profumo della carne cotta su griglia che finirà in più di un panino.

Davanti al King Fahd Stadium tutta la bibbia dei rituali tradizionali prepartita ai quali siamo abituati in Europa viene stravolta. Sostituita da una calma troppo piatta per una finale di coppa, the caldo e bibite gassate che per ragioni risapute prendono il posto dell’alcol, ma soprattutto tappeti predisposti davanti l’ingresso di ogni settore in direzione della Mecca, per permettere a tutti, tifosi o steward indistintamente, il momento di preghiera.

Capita quindi di vedere tifosi con indosso la maglia di Ibrahimovic impegnati in questo momento. Forse questa la scena più simbolica nei rituali di uno stadio in Medio Oriente.

Mentre qualsiasi tipo di intrattenimento come le porte da calcio montate prima degli ingressi, o dei piccoli box usati come store temporanei delle due squadre, vengono presi in considerazione molto timidamente dai tifosi accorsi.

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Con l’avvicinarsi dell’orario di inizio i tifosi cominciano a diventare più numerosi, in maggioranza ci sono persone venute da diverse parti del Medio Oriente, non mancano alcuni riferimenti alle leggende o calciatori più iconici delle due squadre come Ronaldo il Fenomeno o addirittura un tifoso arabo che sfoggia una maglia di Gianni Rivera.

La maggioranza del tifo è pro Milan. In molti mi spiegano la loro fede rossonera per via della scia positiva lasciata nel tempo dal “Grande Milan”, capace di vincere in Europa a inizio anni ’90 e negli anni 2000 con Kaka, Pirlo e Ancelotti.

Pochi bambini, pochissime donne, c’è anche qualche italiano che lavora in uno dei Paesi del Golfo come il Bahrein, o qualcuno che si è concesso lo sfizio di una trasferta costosa.

Tra i tifosi con cui chiacchiero c’è Emiliano che è arrivato a Riyadh da Roma insieme alla sua ragazza e suo padre, era addirittura nel mio steso aereo. In 3 hanno speso 3.000€, mentre Kevin che ci tiene a precisare di essere sì di Roma, ma soprattutto della zona “Castelli”, di euro ne ha spesi più di 1.000 per essere lì e tifare la sua Inter. Se la media del costo del biglietto è stata fissata tra i 100-150€, nel budget dei tifosi che hanno voluto affrontare questa trasferta ha pesato sicuramente il costo del visto necessario per entrare in Arabia Saudita (150€) e quello del volo (tra i 300-500€).

Sia il biglietto della partita che il visto potevano essere acquistati sullo stesso sito (Visit Saudi).

Prima di procedere nella zona dello stadio riservato ai media accreditati, ruba l’occhio il cartello per gli ingressi separati per uomini e donne. Una zavorra caduta in disuso almeno per queste partite e che fu proprio la scintilla che fece scoppiare la polemica nel 2018.

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Tra gruppi di interisti e milanisti mischiati insieme anche in curva, selfie tra tifoserie opposte, arriva il momento del fischio di inizio. La cronaca della partita non lascia spazio a interpretazioni alternative, il risultato è eloquente. L’Inter va quasi subito in vantaggio con Di Marco che sfrutta un buco lasciato scoperto dalla difesa del Milan. Il gol del difensore, o meglio, il pallone scaraventato in rete, diventa il primo autenticato con la tecnologia blockchain da Socios.com, uno degli sponsor della Supercoppa.

Nel derby di Milano giocato a Riyadh debutta anche il fuorigioco semiautomatico.

La finale Supercoppa sponsorizzata da EA SPORT, la casa produttrice del videogioco di calcio più famoso al mondo, è anche questo. Un ponte verso un calcio liquido che monetizza e digitalizza ogni suo asset.

Il lusso di concedersi CR7, Messi, Neymar e Mbappe in una notte

Il giorno dopo si replica, c’è un’amichevole che rientra nella tournée nel Golfo del PSG. Una partita in cui le stelle parigine dovranno affrontare la selezione di Riyadh (i migliori di Al Nassr e Al Hilal), quindi Messi contro Cristiano Ronaldo, probabilmente per l’ultima volta nella storia.

Lo si capisce già da quanto è congestionato il traffico nel tragitto verso lo stadio che questa volta al King Fahd Stadium ci sarà un’atmosfera diversa.

Il driver che accompagna me e il collega Alessandro ci suggerisce di calare prima dalla macchina per fare l’ultimo pezzo di strada a piedi, Riyadh d’altronde ha un livello di congestionamento del traffico che replica quello di città come Roma e Napoli messe insieme. Il ragazzo appassionato di calcio che ci ha accompagnato, un paio di ore prima della partita mi mostra un sito di secondary ticketing,l’unico posto in cui è possibile avere la speranza di reperire un ingresso. I prezzi sono nettamente maggiorati e raggiungono vette di 400-500€ a ticket (solo per un’amichevole).

Davanti lo stadio si respira finalmente l’atmosfera del grande evento, nonostante si tratti appunto di un’amichevole.

La differenza è netta: nel derby di Milano c’era una grande prevalenza di uomini sulla quarantina, probabilmente i veri appassionati di calcio, mentre al Messi vs Ronaldo ci sono le famiglie e decisamente molte più donne. Si percepisce che la partita è stata vissuta come un evento popolare al quale bisogna esserci, una festa per premiarsi dopo una settimana di lavoro. È un evento organizzato dalla “Riyadh Season”, una kermesse del Ministero del Turismo pensata per godersi e scoprire la città in questo periodo.

Non a caso c’è aria di festa, magliette del PSG, del Real Madrid di Ronaldo, dell’Al Nassr e dell’Al Hilal che si mescolano e incrociano nelle lunghe file per entrare allo stadio.

Anche gli steward sono più sorridenti del solito, almeno prima di dover gestire il caos dell’arrivo all’ultimo minuto di molti tifosi che creano tappi davanti all’ingresso di ogni settore. La preparazione al fischio di inizio è identica a quella di una finale di Champions League: partono fiamme attorno al percorso che precede l’ingresso al campo per i calciatori, dagli spalti vengono sparati dei coriandoli, molti tifosi sono stati muniti di luci colorate da accendere per creare una sorta di coreografia. Sembra davvero di rivedere la intro delle finali di un videogioco come FIFA o PES.

Segna subito Messi, poi risponde proprio Cristiano: la gente è inevitabilmente in delirio, in un momento mistico, forse spera e sogna che le voci dell’arrivo dell’argentino all’Al Hilal si concretizzino davvero.

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È uno dei momenti più alti di un calcio visto dal punto di vista dell’intrattenimento, sicuramente il momento, o meglio, il mese più importante per l’Arabia Saudita che ha saputo far dimenticare la rilevanza del Mondiale organizzato dai vicini del Qatar.

Supercoppa di Spagna, quella italiana e una tournée del PSG. La forza politica ed economica del Golfo va letta anche attraverso questi eventi.

Mentre scrivo le ultime righe, più di una persona vicina al Ministero dello Sport dell’Arabia Saudita mi conferma che l’accordo per l’hosting di altre edizioni della Supercoppa Italiana sarà confermato per altri anni. La richiesta dell’Arabia Saudita è però di allargare il format a 4 squadre con tanto di semifinale e finale. Cambierebbe anche il corrispettivo economico che si attesterebbe attorno alla cifra percepita da LaLiga (intorno ai 120 milioni di euro).

Nello skyline della città che si perde nella foschia, all’orizzonte si può immaginare l’alba dell’organizzazione del Mondiale. Se non lo avete già fatto, cominciate pure le pratiche per il passaporto, la geografia del calcio si è spostata nel Golfo.

Come l'Arabia Saudita di CR7 sta cambiando la geografia del calcio

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