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I 74 anni di Zigoni, in pelliccia a sparare ai lampioni

La storia singolare di un talento sempre fuori dal coro

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I 74 anni di Zigoni, in pelliccia a sparare ai lampioni Fonte: Facebook

Anche a 74 anni, che compie oggi, non ha perso la voglia di stupire. Basta sentire le sue interviste, in cui mescola ricordi e provocazioni. Gianfranco Zigoni è stato sempre un personaggio unico nel mondo del calcio, anche quando ha appeso le scarpe al chiodo. Nel 1961, poco più che diciassettenne, debutta in bianconero ed in serie A. Dopo un triennio caratterizzato da sporadiche apparizioni la Juventus lo cede in prestito al Genoa. Due stagioni con i rossoblu e nell’estate del 1966 rientra a Torino dove conquista la maglia di titolare ma il suo carattere ribelle lo rende sempre border line per la Juve, così la gloria finsce per cercarla a Verona (sei campionati, uno in serie B). Girava in pelliccia, mangiava coniglio e polenta prima di un allenamento, erano più le volte in cui usciva dal campo con la maglietta ancora asciutta, ma sapeva come far innamorare i tifosi. Calzettoni perennemente abbassati, una stempiatura evidenziatasi ben presto nonostante sulla nuca i capelli fossero sempre lunghi, Gianfranco Zigoni dall’inizio degli anni sessanta alla fine dei settanta è stato uno dei calciatori più spettacolari. Faceva impazzire gli allenatori, ma li ripagava sul campo. «Più forte di me? C’è stato solo Pelè, io ero il corrispettivo in bianco. Solo che per avere continuità avrei anche dovuto allenarmi, qualche volta».

FUCILI, PELLICCE E MERLI – “Zigo” ha la fama da sciupafemmine ma soprattutto di bravate da bullo di periferia. Come quando, per cercare di sconfiggere la noia dei ritiri, si diverte a sparare ai lampioni con la sua “Colt 45”. Amava dissacrare il sistema. “un giorno – raccontava Zigo-gol – a caccia, colpii un merlo, che cadde vicino a un laghetto. Mi avvicinai per raccoglierlo e incrociai il suo sguardo. Lui era ferito, ma vivo, e i suoi occhi mi dicevano: “Brutto bastardo che non sei altro”. Mi sentii un mostro. Lo strozzai per non farlo soffrire, gettai la carabina e mi ferii volontariamente alla fronte con il filo di ferro di un vitigno. Sanguinavo. Il giorno successivo vendetti i fucili». Nei turbolenti inverni degli anni Settanta era solito indossare una pelliccia bianca e portava la pistola infilata nella cinta dei pantaloni. «Sognavo di morire sul campo, con la maglia del Verona addosso. M’immaginavo i titoloni dei giornali e la raccolta di firme per cambiare il nome allo stadio: non più Bentegodi, ma Gianfranco Zigoni. La radio avrebbe gracchiato: “Scusa Ameri, interveniamo dallo Zigoni di Verona…”. Ero pazzo furioso».

IL BARBIERE DELLA JUVE – Gli aneddoti su di lui sono tanti, eccone solo alcuni: «Mai sentito parlare di Gesù Cristo? Questo signore, duemila anni fa, è venuto sulla terra per dirci che gli uomini sono tutti uguali. E il Che cosa predicava? Che in ogni parte del mondo bisogna combattere l’ingiustizia. Il Che e Gesù sarebbero andati d’accordo, ma io non sono comunista, per quanto sia fedele al calcio di una volta. Voglio dire: per me il numero 7 è l’ala destra e l’11 è l’ala sinistra». O ancora «ho visto furti inimmaginabili e ho pagato conti salatissimi. Una volta mi diedero sei giornate di squalifica e trenta milioni di multa perché dissi a un guardalinee di infilarsi la bandierina proprio là. Trenta milioni degli anni Settanta: all’epoca con quei soldi compravi due appartamenti. Il prezzo della mia libertà di opinione». E infine: «Ho un unico rimpianto, essermi tagliato i capelli alla Juve: ma ero troppo giovane, non avevo la forza di ribellarmi agli Agnelli».

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