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Morto di freddo, il capitano della squadra dei rifugiati: la tragica fine di Issaka Coulibaly, a Milano

Il portiere della St. Ambroeus è stato ritrovato senza vita in uno stabile: il ricordo rabbioso della squadra che lo aveva accolto e che denuncia l'accaduto

20-01-2023 16:20

Morto di freddo, il capitano della squadra dei rifugiati: la tragica fine di Issaka Coulibaly, a Milano Fonte: Instagram

In una anonima giornata di novembre, ai confini di una periferia che si confonde a causa della foschia, una volante della Polizia di Stato si ferma a ridosso di un edificio decadente tra via Rivoltana e via Corelli, hinterland milanese.

Tocca agli agenti di servizio salire e accertarsi della situazione all’interno di questo stabile: nel corso della notte, come avviene a questi angoli di ragnatela urbana della Milano da bere si radunano coloro i quali una loro abitazione, dei documenti, un passaporto non lo posseggono e mai forse potranno ottenerli.

Gli agenti entrano e tra i piani trovano un corpo disteso a terra di un uomo che sembra non dia segnali di vita: chiamano i soccorsi, cercano di rianimarlo, ma non c’è più nulla da fare per un ragazzo di appena 27 anni. In tasca ha un documento che riporta il suo nome e cognome: Issaka Coulibaly.

Chi è Issaka Coulibaly, il capitano

Non è uno sconosciuto, ha la sua storia ma è anche noto tra quanti hanno seguito quella passione comune del calcio e riconoscono in quel nome il portiere della squadra dei richiedenti asilo e dei rifugiati, il St. Ambroeus Fc, la prima squadra d’Italia interamente formata da migranti in grado di iscriversi a un campionato federale.

Quel 25 novembre 2022, a Milano, a morire è Issaka Coulibaly, che difendeva i pali da portiere e sognava di intraprendere un percorso di vita in Italia dopo aver lasciato il Togo, con quel carico di progetti e aspettative. Sulla loro pagina il racconto si sovrappone al ricordo dell’uomo, vittima di un sistema che chiude la vicenda con una morte che viene liquidata “per cause naturali”.

Il post della sua squadra

Sulle pagine social della squadra che aveva scosso una certa parte degli esponenti di partito, in particolare più resistente all’evolversi della politica migratoria e in aperta polemica con Matteo Salvini, è arrivata la conferma. E la denuncia relativa alla morte di questo giovane talento che aveva vissuto il calcio come estrema testimonianza di libertà, arbitrio e slancio:

“Abbiamo appreso con estremo dispiacere della morte di Issaka Coulibay, il portiere di una squadra di amici che qualche volta è venuto ad allenarsi con noi negli scorsi anni.

Issaka dopo anni di clandestinità è stato ritrovato senza vita in un capannone abbandonato in via Corelli, i giornali parlano di morte naturale a causa del freddo.

Ci sono morti per cui si può solo provare enorme dispiacere, ci sono morti invece per cui non si può che provare molta rabbia”, il testo che accompagna la foto di Issaka pubblicata con la divisa che condividiamo.

“Morire di gelo in una città come Milano non può essere classificato semplicemente come morte naturale, se a Issaka fosse stato concesso di vivere regolarmente con dei documenti molto probabilmente non staremmo scrivendo questo post, e lui, con una vita regolare, magari starebbe pensando a come rincominciare il campionato dopo la pausa invernale.

Issaka è morto di clandestinità, perché quando non ti viene concesso di avere dei documenti sei costretto a vivere e a morire ai margini della società, senza un permesso di soggiorno, senza la possibilità di lavorare regolarmente, senza la possibilità di affittare una casa, guidare una macchina o accedere a quei servizi basilari che sono concessi a tutti.

Eri un portiere fortissimo, ti vogliamo ricordare così, in mezzo ai pali del torneo estivo del Pini che porti la tua squadra in finale.

Che la terra ti sia lieve.
Giustizia per Issaka, e documenti per tutte e tutti.

La clandestinità uccide.

#nooneisillegal”.

 

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Gli interrogativi aperti legati alla sua morte

Un filo interrotto, una fascia da capitano spezzata e abbandonata tra la desolazione di via Corelli dove Issaka trascorreva le sue nottate di solitudine e invisibilità, a Milano e non certo in un luogo estremo, ignoto, falcidiato dalla guerra e dall’assenza dei servizi di base. Che cosa si è inceppato perché finisse lì, in una sorta di rifugio per senza fissa dimora e migranti, e morisse “per cause naturali”?

Quale è stato l’istante che lo ha visto scivolare via, da quella divisa e dal calcio per ritrovarsi allo sbando senza che non sia intervenuto nessuno prima?

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