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Sacchi ha trovato la sua squadra dei sogni, bocciate tutte tranne una: ecco perchè

L'ex ct riserva sempre bacchettate a Juventus e Inter, il Milan gli piace a metà ma nel Napoli di Spalletti rivede un po' il suo Dream-team

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Fabrizio Piccolo

Fabrizio Piccolo

Giornalista

Nella sua carriera ha seguito numerose manifestazioni sportive e collaborato con agenzie e testate. Esperienza, competenza, conoscenza e memoria storica. Si occupa prevalentemente di calcio

Per divertire Arrigo Sacchi ce ne vuole, non è un mistero. L’ex ct non è mai prodigo di complimenti nei confronti delle squadre italiane, anzi. Quando può lascia la carota nel cassetto e giù col bastone. Ne sanno qualcosa Allegri e la sua Juve, criticate già ai tempi d’oro dei 5 scudetti di fila del tecnico livornese, ma anche l’Inter di ieri e di oggi. Lo stesso Milan gli piace solo a metà e non di rado ha rimproverato Pioli per il suo atteggiamento.

Sacchi non è innamorato del gioco del Milan

Non più tardi di qualche giorno fa l’ultima bacchettata al tecnico rossonero, dopo il ko col Chelsea a San Siro: “Sono convinto che Pioli non rifarebbe certe mosse: Tomori non è un terzino sinistro, Theo Hernandez non si capiva che cosa facesse e Gabbia era troppo solo. E non dimentichiamo che ha faticato parecchio anche nella prima partita del girone a Salisburgo”.

“In Champions per ora è insufficiente. Mi aspetto di più, lo hanno già dimostrato. Non si può giocare uno contro uno con gli attaccanti del Chelsea, i difensori vanno in difficoltà se non hanno un aiuto. Credo che Pioli, tecnico molto competente, si sia accorto di che cosa si deve aggiustare”.

Sacchi critico con Allegri e Inzaghi

Se per Allegri e la sua Juve le critiche si sprecano, non è al riparo dalle invettive di Sacchi neanche Inzaghi, il suo calcio l’anno scorso veniva bocciato come “noioso, da anni 60” ed anche in questa stagione le lodi sono rarissime. L’Inter è accusata di essere poco spregiudicata, sparagnina, poco propensa al calcio offensivo.

Per Sacchi solo il Napoli è da elogiare

Chi si salva allora? Il Napoli di Spalletti. Alla Gazzetta Sacchi è stato chiarissimo: “In un calcio italiano, che fa del tatticismo e della furbizia le armi principali, ricercare lo spettacolo come il Napoli è un punto di merito. Poche squadre in Europa stanno in campo e si muovono come quella di Spalletti. Spalletti sta facendo qualcosa di moderno, direi. Anzi: qualcosa di europeo. A tratti, per il modo di attaccare, ricorda il Liverpool di Klopp, quando i Reds avevano più voglia di correre e di smarcarsi di quella che hanno adesso…

Spalletti aveva fatto bene anche alla Roma, ma per Sacchi questo Napoli è più bello e più forte: “La Roma non era così coordinata come questo Napoli. I reparti erano molto distanti, non c’era comunicazione”. Da che nasce questo amore sviscerato di Sacchi per gli azzurri? Semplice: l’ex ct rivede nel Napoli un pezzo del suo Dream-Team del suo primo Milan, nella mentalità e nel gioco. Una squadra capace di andare in Europa a comandare e non ad aspettare. Come il suo Milan che andava a prendere a schiaffi il Real Madrid al Bernabeu per poi dargliene cinque a San Siro.

Per Sacchi il calcio non si declina, è uno solo. Il suo. Quello che riuscì a mostrare nella sua prima esperienza al Milan e poi mai più, né in Nazionale (dove in finale ai Mondiali lo portò Baggio dopo che stava per essere eliminato agli ottavi dalla Nigeria), nè nelle successive panchine ovvero la seconda storia col Milan o a Madrid o a Parma, dove dovette lasciare subito per lo stress.

Lo stress di non riuscire a rivedere le diagonali perfette, le sovrapposizioni, il suo 4-4-2 dinamico e collettivo, quella sua idea-ossessione di un blocco unico che ragiona e gioca tutto insieme con movimenti sincronizzati e che fece del suo Milan una macchina da guerra dove Colombo ed Evani, i meno dotati tecnicamente, erano per lui importanti quanto un Maradona.

Oggi a Sacchi brillano gli occhi solo nel vedere il Napoli di Spalletti dove gli esterni offensivi rientrano, i centrocampisti si muovono a fisarmonica, la linea difensiva è alta, il pressing feroce. E negli azzurri rivede un po’ del suo passato remoto che non può dimenticare.

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