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Stefano Pioli, un anomalo "normalizzatore"

Se il Milan è tornato a lottare per lo Scudetto in Serie A e a occupare un posto in Champions League, molto del merito va dato a Stefano Pioli. Il mister parmigiano è arrivato in un momento storico, per “il Diavolo”, decisamente particolare, fatto di caos societario e di risultati sportivi a dir poco deludenti. L’ex tra le altre di Lazio e Inter, però, ha saputo riportare i rossoneri sulla retta via, portandoli a esprimere un livello di gioco che da tempo non si vedeva dal lato “sud” di San Siro. Sotto la sua ala, inoltre, sono cresciuti diversi giovani calciatori, come Brahim Diaz e Rafael Leao. Tuttavia, il cammino da allenatore di Stefano Pioli non è stato sempre in discesa. Anzi.

Il debutto a Parma e gli anni alla Juventus

I primi tempi da calciatore, Pioli li passa al Parma, club della sua città, in cui debutta. Difensore eclettico, dà il meglio di sé come stopper. Classe ’65, dopo un paio di stagioni nelle giovanili, debutta tra i professionisti in Serie C1 a neanche 18 anni. Nei due anni coi Ducali gioca 42 partite, segnando anche un gol e guadagnandosi 9 volte la convocazione in Nazionale italiana.
Nel 1984 viene acquistato dalla Juventus. Appena ventenne, e giocando principalmente da riserva, col club bianconero vince tutto: la Coppa dei Campioni 1984-1985, l’Intercontinentale 1985 e lo Scudetto 1985-1986. Purtroppo, a Torino non convince pienamente e dopo 58 presenze e 1 rete in Coppa Italia lascia il club.

Verona, Fiorentina e il grosso spavento del 6 novembre 1994

La carriera di Pioli prosegue in quel di Verona: veste la maglia dell’Hellas per due stagioni, tra il 1987 e il 1989, collezionando 42 presenze. Nell’estate del 1989 viene ceduto alla Fiorentina, dove mette radici in pianta stabile. Con i Viola diventa titolare fisso, arrivando anche a giocare la finale di Coppa Uefa 1989-1990 proprio contro la Juventus, persa a favore dei bianconeri. Il suo periodo con la Fiorentina viene ricordato anche per il gravissimo infortunio occorsogli il 6 novembre 1994: durante il match contro il Bari, Pioli ha un violentissimo scontro di gioco con un avversario. L’urto è talmente importante da causargli un temporaneo arresto cardio-respiratorio per cui rischia la vita. Fortunatamente, il tutto si risolve con qualche giorno di ricovero ospedaliero. Conclude il suo percorso in Toscana vincendo la Serie B nel ’93/’94 e giocando un’altra stagione in Serie A l’anno successivo.

La fase calante, gli infortuni e il ritiro: da Padova a Colorno

Nel 1995 viene girato al Padova, con cui gioca la sua ultima stagione in Serie A. Dopo la retrocessione degli Euganei in Serie B, gioca sole 3 partite per via dei numerosi infortuni che hanno iniziato a condizionare la sua carriera: tra essi, quattro fratture del metatarso, un infortunio alla spalla e diversi ai legamenti del ginocchio. A gennaio ’96 passa alla Pistoiese, in C1, giocando 14 partite. Nell’annata successiva passa al Fiorenzuola, sempre in C1, per poi concludere la carriera, a 34 anni, assieme al fratello Leonardo nel Colorno, calcando i campi dell’Eccellenza emiliana e vincendo la Coppa Italia D’Eccellenza Emilia Romagna.

Dalla gavetta in Serie B all’esordio in A

Il primo incarico di Pioli come allenatore delle giovanili: 3 anni a Bologna (1999-2002), dove conquista il Campionato Allievi Nazionali e uno alla guida della Primavera del Chievo. Nel 2003 arriva la prima chiamata da parte di una prima squadra: la Salernitana lo vuole per guidare i granata in C1. A sorpresa, però, il debutto da allenatore “tra i grandi” avviene in Serie B: a seguito di una squalifica comminata al Catania, infatti, il club campano è ripescato nella serie cadetta. Esordisce sulla panchina del club il 17 agosto 2003 e lo guida verso una comoda salvezza. Nella stagione successiva viene ingaggiato dal Modena. Rimane sulla panchina degli emiliani per due stagioni, prima sfiorando e poi raggiungendo i playoff per la promozione in Serie A, ma venendo eliminato dal Mantova.
Nel 2006 arriva la chiamata del Parma e per Pioli non ci sono dubbi. Debutta sulla panchina crociata, e di conseguenza in Serie A, il 10 settembre, pareggiando 1-1 sul campo del Torino. Solamente 4 giorni più tardi, arriva anche il debutto in campo europeo contro il Rubin Kazan in Coppa UEFA. Purtroppo il cammino in Serie A non è dei migliori e, nonostante l’accesso ai sedicesimi di Coppa UEFA, Pioli viene esonerato a febbraio 2007, soppiantato da Claudio Ranieri.

Tra il record col Sassuolo e il ritorno in A col Chievo

Dopo una stagione a Grosseto, in cui raggiunge la salvezza in B dopo un avvio di campionato zoppicante, l’11 giugno 2008 assume la guida del Piacenza. Anche in questo caso ottiene una comoda salvezza, ma lascia a fine stagione per screzi con la dirigenza. Nel giugno del 2009 diventa allenatore del Sassuolo: l’ottima stagione dei neroverdi vale uno storico quarto posto in Serie B e l’accesso ai playoff, persi a vantaggio del Torino. La prestazione impressiona Luca Campedelli, allora presidente del Chievo, che gli offre una panchina in Serie A. La squadra impressiona per solidità difensiva, tanto da concludere il campionato con la quarta miglior difesa e l’undicesimo posto finale.

Da Bologna a Firenze, passando per Roma e Milano

Nell’ottobre del 2011 subentra a Pierpaolo Bisoli alla guida del Bologna. Sotto il suo comando, i rossoblu conquistano 50 dei 51 punti con cui chiudono il campionato, ottenendo il nono posto in classifica. Dopo aver condotto i Felsinei alla salvezza anche nella stagione successiva, nel gennaio 2014 viene esonerato per aver ottenuto solo 15 punti in 18 partite di campionato.
A giugno dello stesso anno viene chiamato da Claudio Lotito per allenare la Lazio. Nonostante la sconfitta in finale di Coppa Italia contro la Juventus, la sua Lazio chiude la stagione 2014-2015 al terzo posto, accedendo ai preliminari di Champions League per la prima volta dopo 8 anni. L’annata successiva si apre con un’altra sconfitta contro la Juventus, questa volta in Supercoppa Italiana, e con l’eliminazione ai preliminari di Champions da parte del Bayer Leverkusen. A seguito della brutta sconfitta per 1-4 contro la Roma in campionato, il 3 aprile 2016 viene ufficialmente esonerato.
Così com’era accaduto nel 2011, anche nel 2016 subentra al posto di un altro allenatore: in questo caso si tratta di Frank De Boer, sollevato dall’incarico da parte del management dell’Inter. Pioli, ingaggiato in qualità di “normalizzatore”, riesce a ricompattare l’ambiente e condurre la squadra in un filotto di 9 vittorie consecutive. A fine stagione, però, dopo ben 5 sconfitte in 7 giornate e il quarto posto ormai sfumato, anche quest’avventura si conclude con un esonero.
Dopo aver rescisso con l’Inter, a giugno 2017 arriva la firma con la Fiorentina, reduce dal divorzio con Paulo Sousa. Dopo un avvio difficile, fatto di due sconfitte contro Inter e Sampdoria, la sua Fiorentina riesce a trovare la prima vittoria, ingranando in campionato e chiudendo ottava con 57 punti guadagnati. L’annata successiva è ancora più difficile e si conclude col terzo esonero in tre stagioni.

Il ritorno a Milano e la rinascita

Il 9 ottobre 2019, Pioli fa ritorno a Milano, questa volta sponda rossonera. Così come 3 anni prima all’Inter, anche in questo caso viene chiamato per ridare “normalità” a un ambiente, quello milanista, sprofondato nel caos. Ereditando la panchina da Marco Giampaolo, debutta in campionato il 20 ottobre, pareggiando 2-2 in casa col Lecce. In virtù degli ottimi risultati ottenuti dal “Diavolo”, in special modo nella seconda parte di stagione, a luglio 2020 firma il rinnovo contrattuale e si lega alla società di Via Aldo Rossi fino al 2022. Nella seconda stagione alla guida del Milan, condotta per lungo tempo in testa, chiude il campionato al secondo posto, conquistando l’accesso diretto alla Champions League. La stagione ’21-’22 comincia ancora meglio, coi rossoneri che vincono dieci delle prime dodici partite di campionato, stabilendo un nuovo record per il club.

Un anomalo “normalizzatore”

Per larghi tratti della sua carriera da allenatore, a Stefano Pioli sono state “affibbiate” due caratteristiche: quella di “normalizzatore” e quella di “allenatore incostante”. Subentrato spesso a campionato già iniziato, Pioli è sempre stato visto come il classico allenatore senza fronzoli, ma in grado di ricompattare un ambiente allo sbando e di ricondurlo sulla retta via. Inoltre, è sempre stato tacciato di essere incostante e di subire “la crisi del secondo anno”, per cui le sue squadre finivano per patire una flessione e un definitivo calo sempre nel suo secondo anno di gestione. Nomea enfatizzata dai periodi a Bologna, a Firenze e, in parte, a Roma. Se il primo aspetto è parzialmente vero, il secondo è figlio degli eventi. La realtà dei fatti, esplicitata dall’ottimo periodo che sta vivendo al Milan, è che raramente le rose a sua disposizione si sono dimostrate adatte a mettere in pratica con continuità i suoi dettami di gioco, fatti di verticalizzazione continua e di aggressione forsennata nei confronti del portatore di palla. Per la prima volta in carriera, ha trovato una dirigenza che ha creduto in lui e gli ha dato non solo gli uomini adatti, ma anche il tempo per poterli crescere e plasmare a sua immagine.
Aggressivo per come schiera le sue squadre in campo, si avvale spesso del 4-2-3-1 e raramente del 3-5-2. Il suo Milan è un mix di giovani di qualità e di giocatori di esperienza. Non è un caso se il ritorno di Zlatan Ibrahimovic a gennaio 2020 abbia portato un tale beneficio ai rossoneri: lo svedese ha funto da prolungamento in campo per Pioli, da veicolo per le sue idee di calcio. La manovra si sviluppa spesso sulle fasce, zona di campo di competenza di Theo Hernandez, ma può passare anche dal centro e dai piedi di Sandro Tonali e Brahim Diaz, per poi essere finalizzata da Rafael Leao e, appunto, da Ibrahimovic.
Appassionato di basket e ciclismo, ha cercato (nei limiti del possibile) di importare i dettami tattici della pallacanestro nel calcio.

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