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Che fine ha fatto Ruben Sosa, la Dinamite dell'Inter

L'uruguaiano aveva un mancino implacabile su punizione ed era un idolo per i tifosi di Inter e Lazio

09-09-2020 11:34

Che fine ha fatto Ruben Sosa, la Dinamite dell'Inter Fonte: Gettyimages

Ci sono giocatori che restano nel cuore e nella memoria per sempre, anche se magari hanno giocato solo 2-3 anni in una squadra e anche se è passato tanto tempo. Uno di questi è Ruben Sosa, esploso alla Lazio e diventato poi idolo delle curve all’Inter. Nascere a est del Rio de la Plata significa venire al mondo e crescere in un Paese in cui il Futbol è quello dei caudillos, i difensori centrali anima delle più grandi vittorie della storia della Celeste. Ma col sinistro che si ritrovava, l’unico posto certo per Ruben Sosa era la zona offensiva: seconda punta, centravanti, sulla fascia sinistra, è uguale, lui era lì, a mettere a disposizione tutta la sua fantasia e i suoi gol.

LA FAMIGLIA – Nome completo Ruben Sosa Ardaiz, classe ’66, ultimo di 11 fratelli, si avvicina al mondo del calcio giocando con gli altri bambini per le vie del barrio Piedras Blanca, un quartiere povero alla periferia di Montevideo. Per contribuire alle finanze familiari, trascorre gran parte dell’infanzia nell’allevamento di polli di famiglia, ma riesce comunque a ritagliarsi del tempo per la Potencia, una piccola società dilettantistica di quartiere.

Non passa molto tempo prima che gli scout delle società più blasonate dell’Uruguay vengano a sapere del suo grande talento, e iniziano a seguirlo con grande attenzione. Chi se lo aggiudica, come spesso accade, è il Danubio.

A Montevideo gioca fino al 1985, quando arriva la chiamata dell’Europa. È il Saragozza ad acquistarlo e trascina i Blanquillos alla conquista di una Coppa del Re ai danni del Barcellona. Nel 1988 approda alla Lazio e diventa un goleador implacabile. Chiude l’esperienza laziale nel 1991-92 portando con sé 140 presenze e 47 reti, con l’unico rammarico di non essere riuscito a portare a casa un trofeo.

Per quello, arriva l’Inter dove subito arriva il boom in coppia con Totò Schillaci: al primo anno 20 gol, di cui uno alla Juventus fuori casa, dove l’Inter non vinceva da dieci anni. Il gol dell’ex non può mancare: segna alla Lazio il 6 febbraio 1994, ed è una sforbiciata talmente bella da non poter non esultare. La gioia del trofeo da mettere in bacheca arriva quell’anno. È infatti protagonista nella cavalcata in Coppa Uefa, che “Rubencito” (o “el principito” come lo chiamavano i suoi tanti fans) decide con 6 assist in 10 partite, compresi i due passaggi decisivi nella doppia finale contro il Salisburgo.

IL DOPO-INTER – Resta in nerazzurro un’altra, discreta, stagione, poi decide che è tempo di cambiare aria. Ha già dato il meglio di sé, e si vede quando va a giochicchiare a Dortmund. Dal Borussia in poi è tutto in discesa, è tutto uno zig-zag di maglie. Torna in Spagna, nella piccola squadra di provincia del Logronés, poi in Uruguay al Nacional. In seguito prova persino l’esperienza cinese, al Shanghai Shenua, una decina di partite e la nostalgia di Montevideo lo fa tornare a vestire il bianco, azzurro e rosso del Nacional.

La sua specialità sono sempre state le punizioni al fulmicotone, con il suo mancino tutto dinamite: “La verità è che a me piaceva tantissimo allenarmi. Restavo ad Appiano a calciare da tutte le posizioni. Guardavo anche gli altri, come mettevano la palla: Enzo Francescoli, per esempio, era bravissimo e in Nazionale facevamo gare su gare. Quando il pallone era sui 30-35 metri, era la mia mattonella preferita. Me lo facevo toccare e calciavo fortissimo. Boom”. Prima di appendere definitivamente le scarpette al chiodo si concede un’ultima stagione in Segunda Division nel Racing Montevideo. Quello con il Nacional è un legame indissolubile che dura ancora oggi.

Sosa attualmente ricopre il ruolo di vice allenatore dei Tricolores, ma la sua grande passione è il settore giovanile. Tre giorni a settimana dedica del tempo alla formazione dei reparti offensivi delle selezioni giovanili, insegnando ai ragazzi come posizionarsi in campo e lavorando sulla tecnica individuale per migliorarne dribbling e tiro. Attivamente presente sul territorio in ambito sociale, ha fondato una scuola calcio chiamata “Alegria” per cercare di allontanare i bambini del barrio Carrasco dalle strade.

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