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Jeremía Recoba, sulle orme di El Chino: tutta la verità sul rapporto con il papà-allenatore

Il figlio di Alvaro Recoba ha raccontato ad As la sua esperienza al Nacional con il padre come allenatore: "Ho imparato a distinguere il genitore e il tecnico"

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Antonio Salomone

Antonio Salomone

Giornalista

Giornalista pubblicista. Lo affascinano, da sempre, le categorie minori e i talenti in erba. Ha fiuto per la notizia e per gli emergenti. Calcio, basket, motori: ci pensa lui

Spesso il talento è qualcosa che si ha nel sangue. Però bisogna sempre dimostrarlo e questo è il pensiero di Jeremia Recoba, figlio di Alvaro. Il giovane uruguaiano gioca nel Nacional e il suo allenatore è il padre. Una posizione scomoda, ma che ha imparato a gestire, come ha raccontato ad As: Ho imparato a distinguere quando sono un suo giocatore e quando sono suo figlio.

So che è il mio allenatore e, quando ci alleniamo in campo, è semplicemente così. Quando siamo a casa è un po’ più complicato tirare fuori argomenti di conversazione, perché nella mia famiglia tutto ruota intorno al calcio. Se viviamo insieme? Sì, sto cercando di trasferirmi, ma sto aspettando ancora qualche mese. Da tecnico lo avevo già in seconda squadra. Mi trovo molto a mio agio con lui, con lo staff tecnico, che molto valido e ti fa tirare fuori il meglio di te stesso in ogni allenamento, in ogni partita, e questo è davvero notevole”.

“Nome d’arte? All’inizio un peso, ora un aiuto”

Jeremia ha spiegato anche del suo rapporto con il nome d’arte: Penso che mi aiuti, perché genera in me ambizione ed esigenza. Prima avevo una certa pressione, ma quello che penso adesso è quanto sarebbe bello fare carriera con lo stesso cognome di mio padre, perché non tutti possono farlo. Ho la fortuna di avere un papà che ha avuto una vita calcistica brillante e ho la possibilità di fare lo stesso o almeno una decente”. Sulla somiglianza da giocatore con Recoba senior: È complicato, perché era un mostro. Ma era un giocatore molto diverso da me, molto veloce, con una tocco straordinario. Aveva un sinistro magico, diverso da quello di qualsiasi altro calciatore uruguaiano”.

Recoba e l’approccio con il professionismo: “Mondo a parte”

Il giovane Recoba ha raccontato anche del suo approccio con il professionismo: “La Prima Divisione è un mondo a parte. Ho nuove abitudini e questo si nota giorno per giorno. Routine alimentari e di allenamento. Questi fattori sono i più importanti di cui ha bisogno un calciatore. Come mi descrivo come giocatore? Beh, mi piace stare con la palla tra i piedi. Penso di avere ancora molto margine di miglioramento e questa è la cosa più importante. Sono grato a tutte le persone del Nacional che mi aiutano ogni giorno”.

“Sono nato in Italia. Sogno? Europa e Uruguay”

Il giovane centrocampista ha svelato qualche dettaglio su come è sbocciata la sua passione per il calcio:Sono nato in Italia, a Como, perché mio padre era ancora in Serie A. Il mio primo ricordo è quando giocavo con quello che qui è conosciuto come Richard, gol dopo gol, uno contro uno contro di lui. Poi mi divertivo anche con mia madre: lei mi passava la palla e io colpivo la porta. Poi con gli amici qui in Uruguay.

Sui suoi sogni: “Innanzitutto consolidarmi qui, fare carriera nel Nacional, che è la squadra di cui sono tifoso. E poi, qualunque cosa deve succedere, succede. Da bambino ho sempre sognato di giocare in Europa, nelle grandi squadre. Ma si vedrà dopo, per quello c’è tempo. Ovviamente anche la nazionale uruguaiana è una ma ambizione”.

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