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Un anno senza Maradona: lacrime, ricordi e un filo tra Napoli e Baires

Il 25 novembre del 2020 a 60 anni ci ha lasciati il Genio del calcio ma le sue prodezze vivono ancora nel cuore di tutti

25-11-2021 08:43

A las cinco de la tarde, più o meno. A quell’ora, esattamente un anno fa, un meteorite gigante colpì il mondo intero dello sport. Facendolo ondeggiare paurosamente. Tre parole: Maradona è morto. Un bisticcio impossibile: può la vita del pallone morire? A las cinco de tarde tutti si ritrovarono improvvisamente orfani, vedovi, poveri, soli. Maradona è morto. Colui che nello schivare la morte aveva anticipato Ciro l’immortale di Gomorra, quello che aveva superato cento volte il confine tra la vita e la fine, riuscendo sempre a emergere, quello che aveva sfidato ogni legge della chimica, della fisica, del possibile. Una vita al limite per non mettere limiti alla vita.

Quella vita era finita in una triste casupola di Tigre, in Argentina, tra le colpe dei medici, dei finti amici e per opera di un karma impostergabile. E ora che è passato un anno ritorna un lutto che in realtà non è mai passato e che unisce le sue due patrie, Napoli e Argentina, con un filo eterno e indissolubile. In questi giorni a Napoli sono arrivati anche gruppi di tifosi del Boca Juniors, la squadra del cuore del Pibe, per piangere insieme ai “fratelli” napoletani.

Il ricordo di Bianchi e di Renica

Commemorazioni, lacrime, ricordi, mostre, foto, immagini, video. Tutto fa Diego ed ecco che Diego rivive nelle parole di chi lo ha vissuto da vicino, da lontano o per sentito dire. Non c’è un discorso generazionale, Diego Maradona è di tutti. Di chi l’ha avuto come compagno di squadra come di chi ne ha solo sentito parlare dal padre o dai fratelli grandi.

E c’è Ottavio Bianchi che confessa di aver lasciato Napoli perché proprio non ce la faceva a vedere Maradona autodistruggersi, smentendo il mito di giocatore pigro che non si allenava (“Gli dicevo: Diego adesso basta allenamento, vatti a fare la doccia, siamo qui da due ore. E lui niente. Dicevano che Diego si allenasse poco e male: frottole. Semmai il contrario. Non voleva uscire mai dal campo, si divertiva troppo.

E pur di non tornare negli spogliatoi, si metteva in porta a parare. Anche se pioveva a dirotto e c’era tutto fango, anzi meglio, si tuffava con più gioia: me lo voglio ricordare così, allegro, che si rotola nelle pozzanghere mentre è quasi buio, e ride felice col sua palla, almeno lì lontano dalle pressioni mostruose che aveva. Il mio povero Diego”), c’è Alessandro Renica che è pronto ancora ad azzuffarsi via social con chiunque pronunci invano il nome di Diego o provi a ridimensionarne la figura. C’è Pietro Puzone che ricorda la partita nel fango di Acerra, cui Maradona prese parte contro il volere della società pur di accontentare l’amico che aveva organizzato una sfida per beneficenza. E c’è un popolo intero che si commuove a ogni vecchia intervista, a ogni filmato, a ogni racconto. Perché ognuno ha il suo. Diego è pubblico e privato.

Diego Armando jr dedica messaggio commosso al padre

Come pubblico e privato rende il suo dolore il figlio. Un commovente messaggio l’ha lasciato sul suo profilo Instagram anche Diego Armando jr che pubblica un video in cui gli dedica una canzone e lo bacia e scrive:

“Potresti scendere almeno per un minuto, farti abbracciare, ridere un po’ con me…Avrei così tante cose da dirti,tante canzoni da cantare insieme e guardare le partite del Napoli. Papá é un anno che te ne sei andato chissà dove…..Vola alto come solo tu sai fare! Ti amo e mi manchi tanto!”.

La cronaca è triste tra le liti per l’eredità e le inchieste in corso

E mentre la cronaca racconta le vicende più dolorose; la guerra per l’eredità, l’inchiesta sui medici, l’accusa di una donna che assicura di essere stata violentata da Maradona a 16 anni, la notizia della sepoltura senza quel cuore matto, grande come quello di un bue, mentre cinema e tv si abbracciano nel ricordarne la figura – e chi meglio del regista napoletano Paolo Sorrentino poteva coniugare amore, vita e morte con il suo “E’ stata la mano di Dio” – si innalzano murales (a Scampia come a San Giovanni a Teduccio, ai Quartieri spagnoli come a Chiaia), si venerano come luoghi di culto l’ex centro sportivo di Soccavo o la casa di via Scipione Capace dove abitava il Pibe e si inaugurano mostre, gli si dedicano statue – oggi alle 13,30, nel piazzale antistante i varchi d’ingresso del settore Distinti, sarà posizionata la statua che ritrae il fuoriclasse argentino, realizzata dall’artista Domenico Sepe. La statua resterà visibile fino alle ore 22, in attesa della sua definitiva collocazione che sarà effettuata nelle prossime settimane – e ciascuno apre il baule dei ricordi.

Ma Maradona morto è anche gioia nel ricordo, e allora si corre per le strade, ci si mette a ballare, perché lui voleva la gioia e odiava il rancore. E coi secchi di vernice si colorano tutti i muri, case, vicoli e palazzi. E si torna indietro di anni, a quel pomeriggio di luglio dell’84. Mille lire la curva per un pezzo di felicità: vedere la presentazione di Maradona al San Paolo, quello stadio che oggi porta il suo nome. E tutto è come ieri.

Maradona: “Buonasera napolitani

Rivedi Maradona che va a centrocampo, prende il microfono, “buonasera napolitani” e sono già lacrimoni di gioia. E cumm’è bello ‘a cchiagnere, aveva ragione la Filumena Marturano di Eduardo De Filippo. E come Eduardo, come Totò, come Troisi e Pino Daniele Maradona non è mai morto davvero. Eccolo che palleggia:  destro, sinistro, la palla in cielo e il cuore in gola. E rieccolo a Napoli per l’addio al calcio di Ciro Ferrara. Tanti anni dopo quella fuga notturna del ’91. Uscì dal tunnel correndo, poi – come spiritato – prese a spingere fotografi e giornalisti, curiosi e colleghi, per volare verso la sua curva. O MAMMAMAMMAMMAMMA, O MAMMAMMAMMAMA SAI PERCHE’ MI BATTE IL CORAZON.

Maradona: cuore grande, anima fragile

Quel corazòn che ora Maradona non ha più con sè nella bara batte invece ancora forte a dispetto di chi ancora vuol ricordare i suoi errori, le sue rovinose cadute, la droga, la dolce vita, i tradimenti. Tutto il contrario di quello che era in campo: un trionfatore, un amico fedele per i compagni, un genio. E oggi, un anno dopo quel meteorite, a Napoli si mescolano lacrime e orgoglio, cantando la canzone resa immortale dal film di Kusturica: la mano de Dios:

“En un potrero forjó una zurda inmortal. Con experiencia sedienta, ambición de llegar. De cebollita soñaba jugar un mundial. Y consagrarse en primera. Y todo el. pueblo cantó. Marado, Maradò. Nació la mano de Dios. Marado, Maradò. Sembró alegría en el pueblo. Regó de gloria este suelo: Olé, olé, olé, olé. Diego, Diego. Olé, olé, olé, olé. Diego, Diego.  Y todo el pueblo cantó. Marado, Maradò. Nació la mano de Dios. Marado, Maradò”.

Fabrizio Piccolo

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