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Wimbledon, Alcaraz smonta Rune e chiede la rivincita a Medvedev: ormai l'erba è come il giardino di casa

Lo spagnolo merita 10, come le vittorie consecutive conquistate dall’inizio della stagione sull’erba. Con due soli tornei giocati (Queen’s e Wimbledon) e la consapevolezza di aver imparato in fretta

12-07-2023 20:19

Roberto Barbacci

Roberto Barbacci

Giornalista

Giornalista (pubblicista) sportivo a tutto campo, è il tuttologo di Virgilio Sport. Provate a chiedergli di boxe, di scherma, di volley o di curling: ve ne farà innamorare

Per ora è un Alcaraz da 10, come le vittorie consecutive conquistate sin dall’inizio della stagione sull’erba. Con due soli tornei giocati (Queen’s e ora Wimbledon) ma con la consapevolezza di aver imparato in fretta dai migliori: appena tre i set lasciati agli avversari sui 28 giocati, con partite spesso risolte da singole giocate, attese pazientemente prima di piazzare il colpo risolutivo.

Chiedere conferma a Holger Rune, che ha concesso la miseria di tre palle break in tutto il quarto di finale disputato contro il numero uno del mondo, che pure non ha esitato nel trasformarle un paio e costruirci sopra l’ennesimo scalpo eccellente.

Rune è già il passato, ora il russo

Perché ormai di fronte ad Alcaraz c’è poco da stupirsi: gioca con la naturalezza e l’intelligenza di un veterano, concede poco agli avversari, ma soprattutto mostra una ferocia inaudita quando c’è da azzannare la preda.

La prossima, calendario alla mano, fa rima con Daniil Medvedev. Che due anni fa proprio a Wimbledon lo rispedì al mittente senza appello, lasciandogli la miseria di 7 game nella gara di secondo turno. Allora il tempo di Carlos non era ancora arrivato. Stavolta sarà tutto diverso.

La finale che (quasi) tutti vogliono

La finale che quasi tutti sognano, la finale che quasi tutti vogliono, fa rima con Alcaraz-Djokovic. Lo dicono le cifre: numero uno contro numero due al mondo, che poi non ci si può affidare a un calcolo aritmetico per dire chi abbia autorità a stare davanti all’altro.

Sull’erba, dove in carriera il murciano aveva giocato la miseria di 6 incontri nel circuito professionistico, quest’anno tutto sembra riuscirgli a meraviglia. E poco importa se al servizio qualcosa da migliorare ci sarebbe (contro Rune ha servito una percentuale di prime di poco superiore al 60%, come fatto già in precedenza con Berrettini): riuscire a vincere quasi sempre in tre set pur senza poter far leva su una battuta tanto potente ed efficace è semmai un merito e un grattacapo maggiore per i rivali.

Come è andato il match

Rune, che sull’erba a sua volta ha giocato troppo poco per poter essere giudicato (12 gare totali, bilancio 7-5), ha avuto ben poche chance per provare a mettere il muso avanti: una sola palla break conquistata, ma subito annullata da Alcaraz, e la sensazione di aver pagato dazio al minimo errore dopo quel primo set tanto combattuto, quanto sciagurato nell’epilogo al tiebreak.

L’equilibrio raccontato dai numeri è in realtà menzognero, perché Carlos ha sempre avuto le redini del match ben salde nelle sue mani. E adesso sogna di raggiungere per la seconda volta una finale dello slam, provando a bissare il successo ottenuto contro Rune agli US Open 2022.

Tutto scritto, a meno che Sinner…

Dove però Djokovic non c’era, a differenza di quel che potrebbe accadere domenica. Sempre che Medvedev, battuto in due comodi set a Indian Wells ormai 4 mesi fa, non si metta di mezzo.

O sempre che a Sinner non venga voglia di regalarsi un’altra finale tra Next Gen. Si, ma nel giardino degli immortali.

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