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Che fine ha fatto Furino, leader alla Juve e bocciato in azzurro

Il mediano bianconero era il polmone della squadra del Trap

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Che fine ha fatto Furino, leader alla Juve e bocciato in azzurro Fonte: Ansa

Con i giornalisti non ha mai avuto un bel rapporto, chissà che non sia per nemesi che la figlia Federica sia diventata una reporter. Giuseppe Furino avrebbe fatto fatica anche a calarsi nel calcio di oggi, tutto selfie e tatuaggi, perché era un uomo d’altri tempi. Tutto d’un pezzo, forgiato nelle difficoltà di un’infanzia non semplice. Il padre, maresciallo di finanza, era stato trasferito da Palermo ad Avellino quando lui aveva appena sei mesi, ma una terribile diffusione di un’epidemia indusse la madre, che era nata a Ustica, a mandarlo per qualche tempo dai suoi genitori.  Dopo appena un anno tornò ad Avellino. A otto anni si trasferì a Napoli e a quindici a Torino, che sarebbe stata la sua città per sempre. Una bandiera della Juventus, con cui ha vinto 8 scudetti, giocando nella squadra che forniva 10/11esimi della nazionale italiana in quegli anni (fine anni 60 e tutti gli anni 70). L’undicesimo era proprio lui, che con la maglia azzurra non ha mai avuto un grande feeling.

AZZURRO SBIADITO – Per lui solo tre maglie azzurre: “E una sola partita completa – ricordò a Repubblica Furino – a Istanbul nel ’73, in nove della Juve in azzurro con l’obbligo di vincere per andare al mondiale. Vincemmo e in spogliatoio Valcareggi disse ai giornalisti che con me avevano risolto il problema del mediano per qualche anno. Mazzola era seduto di fianco a me: Beppe, non devi credergli, disse. E infatti non fui più convocato. Ma in Messico c’ero. Poteva andare diversamente con una miglior gestione degli uomini: alcuni furono bolliti, altri non giocarono quasi mai”. Alla Juve invece era il capitano e per tutti, come lo aveva battezzato il suo cantore principe Vladimiro Caminiti, era FuriaFurinFuretto. “Capitano sì, bandiera no. Non mi è mai piaciuto l’accostamento con le bandiere, che stanno alte in cima a un pennone. Io stavo rasoterra, a lottare”. “Da ragazzo il mio idolo era Omar Sivori, giocavo coi calzettoni abbassati e anche più tardi non ho mai messo i parastinchi. Quand’ero nelle giovanili della Juve a Sivori ho fatto un tunnel e ci è rimasto male: ragazzino, come ti permetti? Non l’ho fatto apposta, gli ho detto. Invece sì, era da mezzora che provava lui a farmi un tunnel, se l’era cercata”.

IL DECLINO E L’ORGOGLIO – In bianconero la sua carriera termina, praticamente, con l’arrivo di Platini; famosa è la frase dell’Avvocato: «È inutile avere Platini, se il gioco passa attraverso i piedi di Furino». Il Trap obbedisce e Furia è sostituito da Bonini. Trapattoni non si dimentica, però, di Furino e lo schiera nel campionato successivo, per permettergli di vincere il suo ottavo scudetto. Furino rivelò: “L’Avvocato il giorno dopo mi tirò giù dal letto per dirmi: “Furino, guardi che non ho mai detto una cosa del genere”. Avrebbe potuto fare l’allenatore ma per orgoglio disse no. “Errore di presunzione. Non avevo le presenze in azzurro di Zoff, che ha avuto automaticamente il patentino, e non ritenevo decoroso, con la mia carriera, dover sostenere esami supplementari, non mi presentai al corso allenatori di Coverciano. Così ho virato sul mestiere che faccio tuttora, l’assicuratore”.

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