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L'amore travagliato e eterno di Gigi Proietti per la Roma e Totti

Il grande attore Gigi Proietti si è spento nel giorno del suo compleanno, a causa di uno scompenso cardiaco a Roma: un addio ingiusto e straziante alla sua città, la sua squadra e l'uomo e amico, Francesco Totti

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In un tempo che poi remoto non era, Gigi Proietti aveva confessato la speranza che lui, Francesco Totti, un giorno potesse tornare e dire: “Rieccomi qui”.

L’amore per la Roma di Proietti

In una eterno ripetersi di una replica mai uguale a quella della sera prima, un attore che sogna il rientro in campo del giocatore più universale e talentuoso della Roma ha in sé tutti i tratti della vita dell’attore e del romanticismo romano, di una lealtà ideale e limpida che mal si associa a qualsiasi altro calciatore e altra squadra. E per l’uomo Totti e per la tifoseria che gli ha tributato amore, stima, difesa incondizionata.

“Totti è una presenza ideale che continua a esserci sempre, ma che di fatto non ci sta più. Resta comunque troppo forte la sua presenza, non soltanto come dirigente. Sotto sotto confesso c’era sempre la speranza che un giorno possa dire “Rieccomi qui””, aveva detto Proietti in una delle ultime interviste al Messaggero, il quotidiano di via del Tritone la redazione in cui il suo personaggio, il giornalista Bruno Palmieri, lavorava ne “Una pallottola nel cuore”.

La stima di Gigi Proietti per Francesco Totti

Quando Totti fu costretto a decidere il suo addio al calcio giocato, Proietti non nascose lo strazio per la separazione dall’uomo e dal calciatore, di cui era infatuato, innamorato di quell’amore viscerale, verace e anche un po’ malandrino. Come in uno dei personaggi del teatro che aveva interpretato agli esordi, si appellava a valori desueti nel calcio di quegli anni:

“È una di quelle persone che nascono ogni tanto e magicamente diventano un simbolo, un punto di riferimento non solo per il calcio ma per un’area comune della città che definirei culturale. Totti ha rappresentato il valore della lealtà: alla città e alla squadra. Generazioni come la mia aspettavano da tempo “un” Totti, un bell’esempio di sportività e di identificazione con la città. Chissà quando ne arriverà un altro. Ci vorrà tempo. Temo… per motivi anagrafici che non potrò vederlo”, aveva dichiarato al Corriere. “Sarebbe bello sperare che tutta questa storia si rivelasse uno strano gioco societario e che Totti rimanesse dov’è. Ma è difficile. Così come era difficile immaginarsi Totti nei panni di un dirigente sportivo. Pensarlo in un “summit”, in un “brain storming”, ecco, non ce lo vedevo proprio”.

La romanità di Proietti, del Gigi tifoso e ammiratore di Totti, era densa delle iperboli migliori di una capacità di scrittura ineguagliabile. C’è un altro Proietti? No, non c’è. Non c’è un altro professionista in grado di scrivere “A me gli occhi, please”, di interpretare Mandrake a 30 anni di distanza più e meglio del primo, di tifare e rispettare il numero 10 e sapere esprimere anche la sofferenza che accompagna la Roma, le sue traversie e pure i suoi fallimenti.

Proietti: il legame con la famiglia Sensi

In una sorta di religione laica, a cui Proietti ha saputo aggiungere una liturgia fatta di ironia e un sarcasmo gentile, il romano romanista in lui ha contribuito negli anni a legarsi anche alla famiglia Sensi. Grazie all’ex presidente Franco, fu nominato cavaliere della Roma insieme a Lino Banfi e ha mantenuto un rapporto schietto con Rosella, la figlia di Sensi che ha guidato le redini della società fin quando è stato possibile.

Lo scudetto della Magica lo aveva rallegrato e sperava, sì, che quell’evento così magnifico potesse ripetersi. Con Garcia o con Spalletti. “La Roma negli ultimi dieci anni è quasi sempre stata una tragedia! Ma noi che amiamo il teatro riusciamo ad amare anche lei”, aveva dichiarato in circostanze non sempre benevole. Da romanista non si perdeva una partita. Soprattutto quando era più giovane faceva di tutto per essere allo stadio (“Faccio una mandrakata e arrivo”, raccontava ai suoi amici) e quando gli impegni artistici lo trascinavano lontano da quell’amore eterno, come la sua famiglia, le sue ragazze e la Capitale, si riservava uno spazio per sé e la sua compagna: “Scusatemi, ma c’è la Roma…”, diceva.

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