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Che fine ha fatto Junior: scelse il Torino pur di giocare da regista

Il brasiliano – per anni bandiera del Flamengo - è stato un idolo anche al Pescara di Galeone

Oronzo Canà lo voleva nella sua Longobarda, salvo scoprire la truffa che gli stavano riservando Gigi e Andrea nell’Allenatore del Pallone, ma Torino e Pescara sì che hanno potuto godere delle sue giocate. Leo Junior in Italia ha giocato solo con quelle due maglie, dopo essere stato per anni una leggenda del Flamengo e della nazionale brasiliana, e basterebbe questo per capire a che livello era la serie A negli anni ‘80. Un fuoriclasse assoluto come Junior non giocava nella Juve o nell’Inter, perché lì c’erano i Platini e i Rummenigge. Altro calcio e altri tempi ma Junior è ancora nella memoria di tutti gli appassionati di calcio. Le cronache raccontano che il primo a scoprirne il talento fu un poliziotto che lo vide giocare sulla spiaggia di Copacabana. Oggi Junior non ha più tutti quei capelli che gli valsero il nomignolo di O Capacete, semplicemente “il casco”. («Ma a quel tempo andavano di moda così, c’era il black power che imperava… oggi ne ho di meno, e quelli che ho sono bianchi») quello con cui il 12 giugno dell’84 si presentò al Torino di Radice, che lo aveva visto in azione al Mundialito per Club nell’estate del 1983.

La lite con Radice e la seconda vita a Pescara

Per tutti i tifosi del Toro diventa “Papà Junior” per via della sua età non più giovanissima, di quel caratteristico baffo che lo invecchia un po’ di più e, soprattutto, perché quando c’è da trascinare la squadra, ci pensa lui. Resta in granata altre due stagioni, poi il rapporto con Radice si incrina e passa al Pescara prima di tornare al Flamengo. La sua avventura al Torino, in realtà, non finisce: torna nel 1991 e aggiunge al palmarès una Mitropa Cup. I granata lo pagarono 2 milioni di dollari ma prima di accettare Junior pretese una garanzia: non giocare terzino – come faceva col Brasile – ma centrocampista. Accontentato. Quando litigò con Radice stava per lasciare l’Italia. “Stavo già facendo le valige per tornare a casa, al Flamengo quando mi arriva una telefonata di Nizzola, dirigente del Toro: “Il mio amico Vincenzo Marinelli ti vorrebbe a Pescara”. Dopo un consulto con la moglie la risposta fu: “Perché no? Galeone il primo giorno mi disse: “Guarda Leo, io di Serie A non capisco niente, e tu mi devi dare una mano!”.

Junior ricorda il feeling con Galeone e l’aneddoto con Berlusconi

“Galeone è stato un grandissimo tecnico. Ci siamo divertiti, abbiamo regalato gioie agli sportivi pescaresi e ottenuto risultati importanti. Non dimenticherò mai le vittorie a Milano con l’Inter e all’Adriatico con la Juve. Abbiamo sempre giocato per vincere. Mi ha conquistato anche il gesto di Gasperini che mi donò la sua fascia di capitano. E’ servito a cementificare il gruppo che raggiunse la salvezza. Gian Piero era il braccio destro di Galeone: si vedeva che aveva già una mentalità da allenatore. Vederlo ai vertici da tecnico non mi sorprende”. Poi un ricordo legato a Silvio Berlusconi e ad un Milan-Pescara finito 2 a 0 per i rossoneri al termine, però, di un’ottima partita degli abruzzesi. “Mi regalò un orologio al termine della gara, lo conservo ancora oggi e poi mi fece una battuta: peccato che sono arrivato tardi a fare il presidente, altrimenti… E io gli risposi molto sinceramente: peccato anche per me”.

Junior ha allenato il Flamengo in due diverse occasioni, nel 1993-1994 e nel 1997. Nel 1998 ha commentato i Mondiali per la televisione brasiliana e nel 2004 ha ricoperto per un breve periodo la carica di direttore sportivo, sempre per il club rubro-negro. Da allora lavora come commentatore televisivo e analista per il canale brasiliano Rede Globo. Oggi abita a Rio de Janeiro, alla Barra de Tijuca, un elegante insediamento residenziale, con la famiglia. Ha tre figli, Rodrigo, Juliana che è nata in Italia, e Carolina. Rodrigo gioca a pallone, centrocampista, come il padre.

SPORTEVAI | 11-09-2021 12:16

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