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Mondiali Rugby, All Blacks-Argentina è una semifinale (sulla carta) dall'esito scontato

Neozelandesi favoriti dal pronostico. Contro i sudamericani, però, sarà vietato distrarsi perché, come ha già dimostrato, questo Mondiale di Rugby 2023 è specializzato nel regalare sorprese inattese

20-10-2023 13:49

Roberto Barbacci

Roberto Barbacci

Giornalista

Giornalista (pubblicista) sportivo a tutto campo, è il tuttologo di Virgilio Sport. Provate a chiedergli di boxe, di scherma, di volley o di curling: ve ne farà innamorare

Nuova Zelanda-Argentina, sulla carta non c’è partita: chi sono mai questi Pumas che intendono mettere i bastoni fra le ruote agli All Blacks, negandogli la possibilità di centrare la quinta finale mondiale della loro storia? Domanda lecita, ma guai a dare risposte troppo affrettate. Perché l’edizione 2023 della Coppa del Mondo di Rugby ha già mietuto vittime illustri, come gli avvincenti quarti di finale dello scorso week-end hanno tenuto a ribadire.

Nonostante i pronostici, attenti All Blacks

Perché, se tre formazioni passate come prime nel loro girone hanno già dovuto fare le valigie e tornarsene a casa (e la quarta, cioè l’Inghilterra, per qualche minuto ha visualizzato a sua volta le scalette dell’aereo, rubando la famosa affermazione con la quale Arrigo Sacchi ricordava a che cosa stava pensando poco prima che Roberto Baggio segnasse il gol dell’1-1 alla Nigeria a Usa ’94), allora, forse, i neozelandesi farebbero bene a stare in campana.

Sulla carta, però, il pronostico pende tutto dalla loro parte: lo dice la storia, con 33 vittorie ottenute nei 36 incontri disputati (due per i Pumas, più un pareggio). Lo dice quanto visto nell’ultimo mese, nel quale gli All Blacks hanno alzato prepotentemente i giri del motore dopo aver debuttato col ko contro la Francia, mentre l’Argentina in qualche modo ha sempre un po’ zoppicato, uscendo però alla distanza in tutte le gare da dentro o fuori che ha disputato (col Giappone e soprattutto col Galles). Si fosse giocata un anno fa, probabilmente questa sarebbe stata una partita assai più incerta ed equilibrata. Adesso no, sembra che i pianeti siano tornati ad allinearsi. Con i neozelandesi pronti a fare man bassa dei pur volenterosi sudamericani.

Gli “alieni” sono tornati

Gli All Blacks, vale la pena sempre ricordarlo, fino a un paio di mesi fa venivano dati per spacciati (o quasi) ancor prima di cominciare. Tutta colpa di un biennio “maledetto”, segnato da rovinose cadute e da polemiche a non finire, cui nemmeno la recente affermazione nel Rugby Championship aveva saputo porre rimedio. Come abbia fatto Ian Foster a resistere è difficile dirlo, ma il coach ha saputo già vincere la sua personale battaglia contro stampa e tifosi (quest’ultimi adesso sono tornati dalla sua parte: miracolo dei risultati…), tenendo sempre un basso profilo e prediligendo l’aspetto del lavoro a quello della risposta a mezzo stampa.

Contro i Pumas sa perfettamente che i suoi ragazzi partono coi favori del pronostico: la battaglia vinta contro l’Irlanda ha riconsegnato la Nuova Zelanda alla dimensione del decennio passato, dove in pratica solo pensare di estrometterla dalla lotta per le vittorie che contano era un’eresia. Una squadra quadrata, solida ed esperta, ma anche esplosiva: con 41 mete segnate (appena 17 quelle argentine), Mo’unga e compagni viaggiano oggettivamente su un altro pianeta.

E, dopotutto, Foster può permettersi di intercambiare ad ogni partita Whitelock e Retallick in seconda linea, due colonne portanti che a modo loro sono pronte a fare la storia (Whitelock potrebbe diventare il primo giocatore di sempre a disputare tre finali mondiali) e che garantiscono un pacchetto di esperienza fuori portata per chiunque. Il ritorno di Mark Telea dopo la sanzione disciplinare (una sera era tornato in albergo tardi: gli All Blacks le regole sanno come farle rispettare, e se sgarri stai fuori) è un altro punto a favore dei neozelandesi, apparentemente senza punti deboli. Unico rischio? Prendere sottogamba la partita, pensando che sia più facile rispetto a quella con l’Irlanda. Ma anche così facendo, magari un modo per sfangarla lo troverebbero comunque.

La perfezione potrebbe non bastare

L’Argentina è alla terza semifinale della sua storia, ma paragonarla a quella conquistata nel 2007 (sempre in Francia), quando chiuse al terzo posto, è forse un po’ troppo. I Pumas, affidati a Michael Cheika, hanno avuto la fortuna di capitare prima in un girone abbastanza morbido (e in questo ha aiutato anche la prima storica vittoria contro gli All Blacks, datata 14 novembre 2020, che li fece salire nel ranking utilizzato poi per i sorteggi), poi di incontrare un Galles oggettivamente alla loro portata.

Non hanno mai dato l’impressione di essere tanto solidi e continui, ma si sono fatti bastare i guizzi dei vari Carreras, Boffelli e Lavanini. Chiaro che contro gli All Blacks tutto questo potrebbe (dovrebbe) non rivelarsi sufficiente a impedire loro di avanzare in finale. Cheika, peraltro, se l’è presa anche con l’organizzazione che ha impedito agli argentini di trasferirsi a Parigi già sabato sera, costringendoli a partire da Marsiglia il giorno seguente alla gara con il Galles, di fatto facendo loro “perdere” una giornata di allenamenti e studio in vista della semifinale.

Tutto vero, ma poi ci sono anche numeri di cui tener conto: i Pumas delle quattro nazionali rimaste in gioco hanno la peggior media di vittoria nelle mischie a favore (84%), hanno perso più palloni di tutti nei breakdown e concedono quasi 5 punizioni a partita. Hanno la media migliore in touche (91% di vinte), ma in fondo gli All Blacks non è che siano molto distanti.

L’Argentina, insomma, dovrà disputare la gara della vita, e pure potrebbe non bastare. Sarà però una serata da ricordare per Agustin Creevy, che diventa il giocatore più anziano ad aver mai giocato una semifinale mondiale (a 38 anni e 219 giorni). Appuntamento alle 21, diretta su RaiSport HD e Sky Sport.

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