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Sinisa Mihajlovic, il re delle punizioni che scoprì Totti e Donnarumma

Dall'esordio da predestinato alla tragedia della guerra fino alla consacrazione in Serie A: le gesta, e i record, di Sinisa Mihajlovic

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“Tante volte uno deve lottare così duramente per la vita che non ha tempo di viverla”. Per provare a ricordare chi è stato l’uomo e il calciatore Sinisa Mihajlovic, prima ancora che l’allenatore, conosciuto anche dalle generazioni più giovani, quelle che purtroppo hanno visto infiacchirsi negli ultimi tre anni il fisico, ma non la tempra, del guerriero serbo, bisogna partire da una confutazione, quella di uno degli aforismi più celebri di Charles Bukowski, contenuto in ‘Storie di ordinaria follia’.

Sì, perché Sinisa Mihajlovic è uno che ha dovuto lottare tanto nella sua troppo breve esistenza, già prima di affermarsi in via definitiva in un campo di calcio, ma che allo stesso tempo la sua vita è riuscita a viverla eccome: intensamente, con coraggio e tanto senso dell’ironia, anche quando utilizzarlo sarebbe stato impossibile per tutti.

Sinisa Mihajlovic e quell’inizio carriera da predestinato

A conti fatti solo i primi 22 anni della vita di Mihajlovic sono stati spensierati, quelli trascorsi tra la natia Vukovar, città croata al confine con la Serbia, e la vicina Borovo, tristemente nota per essere stata teatro, il 2 maggio 1991, di quello che è considerato il casus belli (dodici poliziotti croati uccisi, i cui corpi furono poi mutilati, e numerosi feriti per i sanguinosi scontri con miliziani serbi dopo che quattro croati avevano tentato di issare una bandiera del proprio paese al posto di quella jugoslava) del terribile confitto dei Balcani, il più sanguinoso dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.

Mihajlovic, da sempre uomo di confine, di madre croate e padre serbo, fu costretto a fuggire con la famiglia pochi mesi più tardi, salvo tornare a Borovo nel 2015 e scoprire le rovine di una città ancora devastata. Eppure la sua vita da predestinato del calcio aveva già fatto segnare la prima tappa importante e pure il primo di una lunga serie di primati. Nel giorno dell’esordio da professionista, nel 1986, a 17 anni proprio con la maglia del Borovo a Belisce, Sinisa viene schierato da esterno sinistro di centrocampo, lo stesso ruolo attraverso il quale si sarebbe fatto conoscere agli appassionati italiani nel 1991 con la Roma. Ebbene, il Borovo vinse quella partita proprio grazie a una punizione telecomandata di Mihajlovic, la prima di una lunghissima serie che ne avrebbe fatto uno dei migliori specialisti a livello mondiale.

Il Mondiale Under 20 vinto nel 1987 diventa allora un passaggio quasi inevitabile prima che Sinisa si trasformi in un tassello chiave della Stella Rossa più forte di tutti i tempi, quella che nel 1991 vincerà la penultima Coppa dei Campioni prima dell’introduzione della Champions League, in quell’Italia che sarebbe diventata poco dopo la sua seconda patria: Marsiglia sconfitto ai rigori a Bari, poi un altro anno a Belgrado e lo sbarco alla Roma, chiamato dal connazionale Vujadin Boskov, una sorta di secondo padre che Sinisa avrebbe poi ritrovato a fine decennio sulla panchina dell’ultima Jugoslavia della storia.

Mihajlovic Fonte: ANSA

Esterno, difensore e tiratore infallibile: tutti i record del Mihajlovic calciatore

Zio Vuja, come sanno bene i tifosi della Sampdoria, era un allenatore-psicologo, tutt’altro che restio ad accettare i consigli dei propri giocatori più carismatici. Perché di carisma Mihajlovic ne aveva parecchio, così come di acume calcistico, quello che il 28 marzo ’93 lo spinse a sensibilizzare Boskov a mandare in campo nel finale di un Brescia-Roma un giovanissimo Francesco Totti: quel suo”Dai, fai entrare il regazzino…” fa parte della leggenda e dei ricordi più belli del 10 per eccellenza della storia della Roma, oggi tra i primi a piangere Mihajlovic, che proprio quel giorno segnò, ovviamente su punizione, il suo primo e unico gol in campionato con la maglia della Roma, fissando il definitivo 2-0.

Peraltro, pochi mesi prima, il 26 agosto ’92, Sinisa era entrato nella storia della Roma come l’esordiente più veloce ad andare in rete, al debutto assoluto in giallorosso contro il Taranto in Coppa Italia.

L’esperienza alla Roma però non sarà indimenticabile e per meritarsi davvero un posto nella storia di un calcio italiano che gli piace sempre di più Mihajlovic deve cambiare aria. Sampdoria, dove sotto la guida di Sven-Goran Eriksson, allenatore chiave della sua carriera, maturò il cambio di ruolo definitivo da esterno a difensore centrale, e Lazio le altre tappe chiave, prima dell’epilogo all’Inter che gli aprirà la strada della carriera da allenatore alla scuola dell’amico Roberto Mancini.

In biancoceleste Sinisa vinse lo scudetto 2000 e due Coppe Italia, e emblematico è allora come proprio in un Lazio-Sampdoria 5-2, già con la maglia biancoceleste, il 13 dicembre ‘98, Sinisa realizzi una tripletta tutta formata da calci piazzati, eguagliando il record che apparteneva a Beppe Signori, sebbene l’attaccante segnò due dei tre gol con punizioni di seconda.

Miha era differente, non aveva bisogno che nessun compagno gli toccasse il pallone, al quale sapeva dare da fermo, complice quella rincorsa breve che ha fatto storia, una potenza e un effetto unici, tali da renderlo uno specialista inimitabile per un tipo di calcio al tempo stesso secco, preciso ed elegante.

Alla fine della sua carriera i gol su punizione segnati in Serie A saranno 28, record tuttora imbattuto e condiviso con Andrea Pirlo, uno che i calci da fermo li trasformava in arte, ma con una tecnica completamente differente: “Una delle sue punizioni fu un autogol, ma gliel’hanno dato buono perché è italiano… Quindi sono stato io il migliore” avrebbe poi detto scherzosamente Mihajlovic.

Mihajlovic con Mancini Fonte: Getty Images

Mihajlovic allenatore nato: la scoperta di Donnarumma e quel flirt con la Juventus

La carriera di allenatore non ha dato a Sinisa le stesse gioie e gli stessi successi ottenuti sul campo, dove Mihalovic ha vinto 16 titoli. Forse se il destino non fosse stato così implacabile le soddisfazioni sarebbero arrivate più avanti, di certo Miha avrebbe fatto a meno degli unici due premi, quello di allenatore dell’anno in Serbia e quello speciale ricevuto dal settore tecnico della Figc, entrambi nel 2019, quando la malattia aveva già bussato. Eppure anche da mister Mihajlovic ha provato emozioni non comuni, confermando il proprio carattere di uomo lontano dai compromessi quando, nel giugno 2018, pochi mesi dopo l’esonero dal Torino, venne scelto dallo Sporting, salvo venire esonerato appena nove giorni dopo per incomprensioni con la proprietà.

Il talento da predestinato del calcio invece Sinisa lo confermò nella pur non felicissima esperienza al Milan, con l’esonero arrivato pochi mesi prima di una finale di Coppa Italia che si era conquistato: qui, nell’ottobre 2015, Mihajlovic non ebbe scrupoli nel lanciare da titolare a 16 anni un certo Gianluigi Donnarumma, entrando indirettamente nella storia del calcio italiano.

E pensare che pochi mesi prima Sinisa fu a un passo dal sedersi sulla panchina della Juventus, nemica adorata ai tempi della Lazio e dell’Inter: quando, nella primavera 2014, Antonio Conte minacciò le dimissioni poi presentate a luglio, Andrea Agnelli scelse di andare dritto su Mihajlovic, all’epoca alla guida della Sampdoria. Sinisa vacillò e di fatto accettò, ma alla fine la crisi tecnica della Juve rientrò temporaneamente e quando, in piena estate, a salire sul treno in corsa fu Max Allegri Mihajlovic aveva già dato la propria parola alla Samp per restare.

E gli uomini che sanno vivere intensamente, si sa, come quelli che sono stati testimoni della storia, di parole ne hanno una sola.

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