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Che fine ha fatto De La Pena, il piccolo Buddha che fallì due volte a Roma

Il play spagnolo fu un flop alla Lazio da giocatore e cambiò idea rifiutando il ruolo di vice Luis Enrique alla Roma

25-06-2022 10:02

Quando faceva coppia con Guardiola nel centrocampo di un Barcellona stellare, che davanti poteva contare su un terzetto niente male composto da Figo, Stoichkov e Ronaldo, sembrava destinato a diventare tra i giocatori più forti del mondo. Ivan de la Pena invece è rimasto l’eterno incompiuto. Una meteora nella Lazio, che nel 1998 se lo accaparrò per 30 miliardi di lire, assicurandogli il faraonico stipendio di sei miliardi, all’epoca il terzo più alto della storia del nostro campionato, e alterno nel rendimento anche dopo nonostante tutti gli avessero vaticinato un futuro glorioso.

De La Pena accolto come un messia dalla Lazio

Dotato di una tecnica fuori dal comune e di un piede fatato, era il simbolo del Barcellona post-Cruijff allenatore, e in soli tre anni di carriera da professionista si era già aggiudicato la bellezza di un campionato spagnolo, due Coppe del Re, una Supercoppa di Spagna, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa europea. El pequeño Buda, “il piccolo Buddha”, o el pelat, “il calvo”, come era soprannominato dai tifosi, fu accolto dai supporter laziali come il Messia.

Quando si presentò dal balcone della palazzina di Formello c’era una folla entusiasta di laziali. Scriveva La Repubblica: “ Sembra er papa”, dice uno. “No, pare er duce, c’ ha pure er cranio pelato”, fa un altro. Ha il fisico fuori moda, De la Pena. Piccolino e tarchiatello, decisamente sovrappeso causa vacanze. In controtendenza pure i sandali di cuoio, modello monaco tibetano. Ma alla gente il look del ragazzino di Santander non interessa. Per loro, per i tifosi, Ivan è il nuovo Gascoigne, stesso genio e meno sregolatezza”. Le cose però andarono diversamente.

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De La Pena era stato chiamato da Ronaldo all’Inter

Le premesse, per sua stessa bocca, erano ben altre. “Mi impegnerò al massimo per vincere tutto, anche il derby, onorerò una squadra che mi ha voluto a tutti i costi. Ho pronti assist per tutti – disse quando arrivò a Roma – Ronaldo mi voleva all’Inter ma io ho scelto la Lazio perché mi ha fatto sentire importante”. Poi, per non farsi mancare niente, aggiunse a La Repubblica: “Nel mio ruolo Zidane è il più forte di tutti ma io non somiglio né a lui né a Jugovic né a nessuno. Non ho modelli, sono Ivan De la Pena e basta”.

De La Pena fu un flop alla Lazio

Basta ma non avanza. Perché De La Pena non sfondò in serie A? Tanti i motivi: arrivato in ritiro palesemente fuori condizione fisica, de la Pena mise assieme la miseria di quattordici presenze totali, senza reti, proprio nell’anno in cui Eriksson cambiò ruolo a Roberto Mancini, arretrandone il baricentro. Cragnotti, a fine anno, fu costretto a cederlo in prestito al Marsiglia, ma nemmeno in Francia e l’anno seguente di nuovo a casa, al Barcellona, riuscì ad emergere da una profonda crisi, personale e di gioco. La goccia che fece traboccare il vaso fu la stagione 2000/2001, trascorsa alla Lazio senza scendere mai in campo, situazione che portò de la Pena a maturare la decisione di smettere.

La nuova vita di De La Pena con l’Espanyol

A salvarlo fu la scelta di accettare la corte dell’Espanyol, acerrimi rivali del Barcellona, dove rinacque. Una volta appese le scarpette al chiodo, decise di tornare a Roma, chiamato da Luis Enrique come assistente allenatore sulla sponda giallorossa della città: furono il secondo tradimento e il secondo flop nella Capitale per de la Pena, visto che l’incarico sulla panchina della Roma durò appena un mese, prima delle dimissioni per motivi personali. Oggi il Piccolo Buddha continua a lavorare nel mondo del calcio, ma a livelli inferiori: è infatti diventato un agente di calciatori e tra le sua mani c’è anche il portentoso talento Gavi, il baby talento del Barcellona e della Nazionale spagnola che ha già incantato il mondo.

De La Pena ha trovato la sua dimensione dopo aver smesso

Insieme con l’amico Carles Puyol e l’avvocato Ramón Sostres, ha fondato un’agenzia che porta il loro nome. Secondo il racconto di Eríc García, che è uno dei suoi assistiti, Ivan de la Peña non si limita a essere solamente un procuratore: «Analizziamo le mie partite insieme», ha raccontato il difensore del Barça, «ed è una cosa che mi aiuta molto: quando riguardiamo le immagini in tv, riusciamo a cogliere delle sfumature tecniche e tattiche che non sono percettibili dal campo. Iván mi dà sempre la sua opinione, e questo suo supporto è davvero importante per me». Non più Buddha, non più Messia, ma con più umiltà ecco che – forse – De La Pena ha finalmente trovato la sua strada.

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