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Nba, Caleb Martin trascina Miami, finale Heat-Nuggets: una favola moderna. Video

La storia dell’ala classe 1995 ha trovato un apice (l’augurio è che sia solo provvisorio) nell’epilogo della sfida playoff contro Boston: sette partite da incorniciare, ora il capitolo più importante

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Roberto Barbacci

Roberto Barbacci

Giornalista

Giornalista (pubblicista) sportivo a tutto campo, è il tuttologo di Virgilio Sport. Provate a chiedergli di boxe, di scherma, di volley o di curling: ve ne farà innamorare

Un voto soltanto e il Larry Bird Trophy, il premio destinato al miglior giocatore della serie delle Eastern Conference Finals, sarebbe finito tra le mani di Caleb Martin. Uno che fino a un paio di mesi fa era noto per lo più per essere il fratello gemello di Cody, come lui diventato cestista, da 4 anni di stanza ai Charlotte Hornets (la franchigia di proprietà di Micheal Jordan).

Solo che Cody, a differenza di Caleb, nel 2019 era passato per il Draft, scelto al secondo giro alla numero 36. Un privilegio che il gemello non ha avuto, seppur nella stessa estate gli Hornets decisero di dargli fiducia offrendogli un two-way contract, ovvero un accordo che potesse consentirgli di giocare sia in NBA che nella G-League, la lega consociata dove crescono e maturano giocatori ritenuti ancora non del tutto pronti o adatti al palcoscenico superiore.

Tre anni e mezzo più tardi, però, la storia ha parlato per Caleb. Anzi, sta parlando per Caleb, perché il finale di quella che ha tutta l’aria di essere una favola moderna non è ancora stato scritto. E non dipenderà certo dall’esito delle NBA Finals che vedranno Miami sfidare Denver a partire da giovedì prossimo: qualunque sarà il risultato finale, Martin ha già vinto la sua scommessa. Anzi, l’ha letteralmente stravinta.

Una storia americana: l’infanzia difficile

Di storie come la sua l’America ne è piena, ma poi per farle emergere servono talento, circostanze e un po’ di quella fortuna che non può e non deve mai mancare. L’infanzia dei Martin (inclusa quella del fratello maggiore Raheem) è stata simile a una montagna da scalare a mani nude: cresciuti senza padre, hanno vissuto fino all’età di 14 anni in una roulotte di 70 metri quadrati infestata dagli insetti e con un solo letto a disposizione, tanto che a turno vi dormivano una volta ogni tre giorni (e gli altri due sul pavimento).

A garantire loro un barlume di speranza ha contribuito la mamma Jenny, che essendo però bianca in una città dove l’odio razziale è ancora piuttosto radicato (Cooleemee, in North Carolina) ha dovuto fare i conti con una molteplicità di problemi aggiunti, tanto che gruppi affiliati al Ku Klux Klan spesso e volentieri hanno bruciato croci bianche davanti all’abitazione in segno di disprezzo (non accettavano il fatto che il padre biologico dei tre figli fosse nero). Jenny lavorava mediamente 14 ore al giorno, spesso anche di notte, pur di garantire ai propri figli un minimo di sussistenza, rinunciando talvolta anche a mangiare pur di offrire più cibo ai propri figli. Che al di fuori della scuola trascorrevano le giornate giocando a basket con il canestro recuperato da una lastra di latta trovata in un cassonetto.

Una scelta vincente: la nascita di un talento

Il basket nella vita dei gemelli Martin è arrivato relativamente tardi: a 13 anni hanno cominciato a giocare con assiduità e poco dopo sono entrati nel programma scolastico di pallacanestro della Davie County High School di Mocksville, alternandosi per qualche tempo anche con il programma di calcio. Il talento mostrato sin dalle prime gare ha permesso a entrambi di farsi conoscere e apprezzare, tanto che la chiamata dell’Oak Hill Academy ha consentito loro di fare un ulteriore passo avanti.

E una volta arrivata l’ora di scegliere un college, la scelta nel 2014 è ricaduta su North Carolina State University, salvo poi decidere due anni più tardi di trasferirsi nel programma di basket dell’Università di Reno, unendosi al Nevada Wolf Pack a fronte di una borsa di studio completa, anche a costo di dover star fermo per una stagione (le regole dell’epoca imponevano lo imponevano per coloro che decidevano di cambiare ateneo).

Nelle due stagioni successive però il giovane Caleb dimostrò di aver fatto la scelta giusta: 19 punti di media ad annata, una Sweet 16 conquistata al torneo NCAA 2018 e la decisione di rendersi eleggibile al Draft 2019 che non sorprese nessuno. La sorpresa semmai fu constatare che nella franchigia NBA volle spendere una chiamata per lui. Ma per Caleb questo non fu un grosso problema.

Su un aereo in direzione Miami

La presenza di Cody a Charlotte convinse la dirigenza a dargli una chance, e la fiducia venne ripagata sul campo soprattutto nella seconda stagione, chiusa con 53 presenze complessive (più quelle in G-League con i Greensboro Swarm). Ma la decisione di tagliarlo, arrivata ad agosto 2021, sembrò gettare un’ombra sul proseguo della sua avventura in NBA.

In quei giorni difficili, Caleb decise di tornare a casa dalla mamma Jenny, cui nel frattempo aveva contribuito a comprare un’abitazione degna di tal nome con i primi guadagni. L’idea di andare a giocare in Europa non è che gli piacesse tanto, ma l’orizzonte non pareva promettere nulla di diverso. Fino a che una mattina, dopo una chiacchierata col suo amico J. Cole (un rapper nato in Europa ma poi stabilitosi in North Carolina, molto noto in America), a quest’ultimo non venne in mente un’idea: J. Cole aveva scritto anni prima una canzone su Caron Butler, per 14 anni giocatore dei Miami Heat, dal 2020 entrato a far parte del coaching staff di Erik Spoelstra.

Alzò la cornetta e lo pregò di concedere al suo amico Caleb l’opportunità di fare un provino con gli Heat, solitamente molto attenti a reclutare giocatori al di fuori del Draft. Tre giorni più tardi, Martin era su un aereo in direzione Miami. Quel provino gli valse un nuovo two-way contract, che nel febbraio del 2022 sarebbe diventato un contratto standard e nel luglio 2022 avrebbe assunto le sembianze di un triennale da 20,4 milioni di dollari complessivi. Questo perché nel frattempo sul campo Caleb aveva fatto vedere davvero di che pasta era fatto: i punti a partita e i minuti sul parquet raddoppiati rispetto all’anno precedente, e fiducia totale e incondizionata da parte di Spoelstra. Che pure non aveva ancora ammirato Martin al suo massimo splendore.

Miami-Boston: la serie del destino

L’occasione per farlo è arrivata nel corso dei play-off 2023, nei quali Miami è entrata dalla porta di servizio, vincendo la gara decisiva contro i Chicago Bulls per garantirsi l’ultimo posto disponibile a Est. Questo ha costretto gli Heat a sfidare la testa di serie numero 1, i Milwaukee Bucks, rispediti al mittente con un sonoro 4-1.

E dopo essersi sbarazzati in semifinale dei Knicks per 4-2, contro i Celtics ancora una volta il pronostico non pendeva certo dalla loro parte. E chi pensava a un Martin ridimensionato dopo i 27 minuti con 11 punti di media a partita fatti registrare nelle precedenti serie s’è dovuto ricredere in fretta: contro Boston il gemello di Cody ha alzato il proprio livello di gioco, arrivando a collezionare 35 minuti a partita ma soprattutto superando i 19 punti di media durante le 7 gare disputate, con Miami avanti 3-0 e poi costretta a vincere la “bella” in trasferta dopo essersi fatta riprendere sul 3-3 (non era mai successo nella storia che una squadra avanti 3-0 perdesse una serie per 4-3: altre tre volte fu necessaria gara 7, ma questa è stata la prima volta che la squadra che ha poi conquistato il passaggio del turno ha vinto la serie in trasferta).

I 26 punti realizzati nella sfida che ha deciso una delle serie più incredibili degli ultimi anni, vendicando il 4-3 subito dagli Heat ad opera dei Celtics la scorsa stagione, hanno consacrato il talento di un ragazzo che ha saputo superare ostacoli enormi, mostrando una resilienza e una determinazione difficile da trovare altrove.

Uno che appena terminata gara 7 ha voluto un telefono per chiamare mamma Jenny, che Dio solo sa quanto sia orgogliosa del proprio figlio. “Cody e io non rimpiangiamo il passato, ma solo adesso abbiamo notato tutte le cose che nostra madre non ci ha rivelato quando eravamo piccoli, tutte cose di cui ci rendiamo conto ora. È stato difficile, ma ha fatto molti sacrifici come non mangiare certe sere e rinunciare a opportunità di lavoro perché non aveva aiuto a casa e doveva essere lì per noi. Queste sono le cose che ti rendono la persona che sei. Tutti attraversano momenti difficili e inizi difficili, ma è quando combatti le avversità e questo ti aiuta mentalmente. Quando hai problemi in campo, ti rendi conto che quei problemi non sono niente So cosa abbiamo superato e per questo ho un folle rispetto per mia madre”.

Ma anche un anello da mettersi al dito. Giusto per dare alla sua favola il lieto fine.

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