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Sinner, Alcaraz, Medvedev, cosa si nasconde dietro i loro infortuni: l’élite del tennis gioca troppo?

Tanti, troppi infortuni tra i top player nel tennis, con il Masters 1000 di Madrid che sta diventando esemplificativo dei rischi che i tennisti come Alcaraz, Sinner e Medvedev corrono

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Matteo Morace

Matteo Morace

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La multimedialità quale approccio personale e professionale. Ama raccontare lo sport focalizzando ogni attenzione sul tempo reale: la verità della dirette non sono opinioni ma fatti

Prima un’acciaccato Carlos Alcaraz, che aveva già saltato Montecarlo e Barcellona, eliminato da Rublev, poi i ritiri di Jannik Sinner, Daniil Medvedev e Jiri Lehecka nell’arco di due giorni hanno falcidiato il tabellone del Masters 1000 di Madrid, uno dei tornei più importante della stagione che si è visto privato di tanti potenziali protagonisti, stessa sorte che stanno subendo anche gli Internazionali d’Italia in programma dall’8 al 19 maggio. Questi – troppi – infortuni verificasi nell’ultima settimana obbligano il mondo del tennis a cercare di comprenderne i motivi, che sono vari e variabili, e, se possibile, trovarne una soluzione, affinché da tornei di quasi pari valore a quelli degli slam i Masters 1000 – questo l’obiettivo – diventino dei più modesti ATP 500.

I cambiamenti di superficie e palline, il pensiero di Ljubicic

Una prima motivazione a questi tanti infortuni può essere individuata nel cambio di superficie. Passare dal cemento alla terra rossa, comporta senza dubbio dei problemi perché cambiano i movimenti e non solo. In confronto al cemento la terra con la sua umidità appesantisce anche le palline, che tra l’altro cambiano anche da torneo a torneo. A proposito di queste due problematiche ha parlato anche l’ex n°3 Ivan Ljubicic a Sky Sport 24: “Il passaggio da cemento a terra, dove si scivola (sollecitando l’anca, come successo a Sinner) o le palle sono più pesanti perché prendono umidità dalla terra (andando a infierire maggiormente su gomito e braccio, come nel caso di Alcaraz). I giocatori si muovono sempre di più e colpiscono sempre più forte e a un certo punto è il corpo a dirgli basta”.

I top player giocano troppo?

Un altro problema è certamente quello del calendario, che nelle ultime stagioni ha subito importanti cambiamenti, soprattutto nei Masters 1000. Sette dei nove tornei che a livello d’importanza vengono subito dietro quelli dello slam, le Olimpiadi e le ATP FInals, sono stati portati da 9 a 12 giorni di partite, aumentando il numero di partecipanti e di conseguenza di partite, soprattutto per chi, come i top player, punta, e spesso riesce, a spingersi fino in fondo. Per di più dal 2027 potrebbe anche comparire un decimo Masters 1000 in Arabia Saudita – i soldi fan sempre gola e aiutano – che andrebbe ad aggiungersi appunto ai 9 già esistenti, ai 14 ATP 500, ai 36 ATP 250, alle ATP Finals, ai quattro Slam, a tutte e fasi (qualificazioni, gironi e finals) della Coppa Davis, alla United Cup e – una volta ogni quattro anni – alle Olimpiadi.

A proposito del nuovo formato dei Masters 1000 aveva parlato anche Alexander Zverev, uno (ma non l’unico, vedi l’amico Andrey Rublev, che nonostante tutto è in finale a Madrid) che non si è dimostrato contento della decisione e che nel suo discorso evidenzia come i migliori giocatori al mondo in questo si ritrovano ad avere meno riposo durante la stagione: “Così è molto meglio per i tennisti che classificati tra la 50esima e la 100esima posizione siccome così hanno la possibilità di entrare in tabellone e giocare questi tornei importanti, ma è molto sconveniente per i top-10 o comunque per chi può competere per provare a vincere. Così si rimane molto più tempo in giro nel circuito e diminuiscono i giorni di riposo che diventano semplicemente di recupero”.

I piani per il futuro

Parliamoci chiaro, la scelta di allungare i Masters 1000 non è stata totalmente negativa. Nel tennis esiste una disparità di guadagni tra chi si trova al vertice e chi sta un po’ più indietro (non per forza 400esimo al mondo per intenderci) e l’aver aumentato le partite di questi tornei ha: 1) permesso a più tennisti di usufruire di montepremi più ricchi dei tornei a cui normalmente partecipano; 2) all’ATP di fare più cassa, aiutando gli atleti che dal tennis fanno fatica a guadagnare abbastanza per arrivare a fine mese.

Però è anche vero che senza i top player questi tornei inevitabilmente perdono d’interesse e quindi anche di guadagni a lungo termine e tutto ciò diventerebbe controproducente a quanto detto prima. Immaginando il futuro del tennis, tempo fa su The Athletic era uscita la notizia che ATP e WTA starebbero prendendo in considerazione la creazione di un tour “Premier”, nel quale rientrerebbero tutti i big title (Slam e Masters 1000) a inviti per l’élite del tennis, lasciando a tutti gli altri i tornei di livello 500, 250 e inferiori. Insomma, una vera e proprio spaccatura che da un lato aiuterebbe i top player al mondo, ma dall’altro priverebbe gli altri di misurarsi – e quindi anche crescere – con i migliori e anche e anche quel po’ di romanticismo che solo le imprese alla Davide contro Golia (per intenderci, niente più Nardi che battono Djokovic) sanno regalare.

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